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 2017  luglio 21 Venerdì calendario

Uomini Ma lei cosa vorrebbe? Uomini.
Mariti Il primo marito di Alda Merini, Ettore Carniti, panettiere, sposato nel ’53. La fece internare per una decina d’anni al Paolo Pini. «Sono tornata a casa dal manicomio e mio marito mi ha detto: “Ah, sei tornata”; la panetteria l’aveva venduta, aveva cambiato lavoro e ho passato fra gli anni più belli della mia vita».
Amanti Quando suo marito si fece l’amante, iniziò a grattarsi le mani, una psoriasi che le è durata tutta la vita. Diceva: «È un tale piacere grattarsi che spiace rinunciarci». Dopo ha avuto 36 amanti.
Gay «Piaccio molto ai gay... Gente che non vuol baciarmi».
Manganelli A quindici anni era ricoverata a Milano e i dottori le parlavano continuamente di sesso. Incuriosita, un giorno ha sequestrato Giorgio Manganelli, lo scrittore, che andava spesso a corteggiarla, e nel prato davanti a Villa Turro ha abusato di lui. «Non sapendo niente dell’argomento, però, alla resa dei conti mi sono spaventata da morire e sono scappata».
Dove «Lo sai dunque che questa è la descrizione del nostro amore, che io non sia mai dove sei tu, e tu non sia mai dove sono io?» (Giorgio Manganelli).
Indirizzi Alda Merini, solita scrivere indirizzi e numeri di telefono sui muri di casa perché «sono comodi, si sa dove sono».
Barboni La sola volta che lasciò la sua casa ai Navigli, in Ripa di Porta Ticinese 47, fu quando, ottenuto il premio Montale Guggenheim, che aveva una borsa molto ricca – 36 milioni di lire – si trasferì all’hotel Certosa di corso San Gottardo, e vi rimase fino a che non finirono i soldi, donandoli in parte a tutti i barboni che incontrava, e comprando innumerevoli pelouche per gli amici.
Titano Un giorno confessò di aver amato disperatamente per cinque anni Titano, un clochard. Di giorno vagava sulle panchine, lungo i Navigli, al tramonto andava a rifugiarsi a casa di lei. Le diceva: «Voglio fare l’amore con te. Sarà un peccato mortale?». «Titano è stato un ciclone di emozioni: profumava di strada. Quando gli facevo il bagno, la sera, la vasca diventava nera di terra e di smog».
Casa La casa di Porta Ticinese, due locali quasi inabitabili, affastellati di vecchi oggetti, carte e cartacce, portacenere mai svuotati, cicche per terra, bottiglie vuote, bicchieri di carta semipieni di vino vecchio, esalazioni.
Fumo «Non ho mai smesso di fumare, né di sperare».
Sigarette Settanta/ottanta Diana al giorno, senza filtro.
Cretino E andarci, in tv? «Mi piace perché mi truccano e mi fan dire tante belle cose. Si può chiacchierare. E con tutti ’sti letterati, ’sti magistrati e ’sti professionisti che girano, ogni tanto mi chiedo: ma un cretino con cui parlare non c’è?».
Fame Nel 1948 Alda Merini era stata assunta come stenografa negli studi di alcuni avvocati fallimentari. Tutte le mattine, mentre andava al lavoro, incontrava un signore minuto, curvo, silenzioso, di un’eleganza dimessa. Era Enrico Cuccia. «Una mattina lo fermai e gli dissi: “Io ho fame”. “Buon segno”, mi rispose».
Matta «Un’infermiera che mi ha curato quando stavo in manicomio mi ha detto: è stata con noi 15 anni e non ci ha mai detto che scriveva! Certo, ho risposto, non sono mica matta».
Lucrezia Dell’Arti