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 2018  settembre 25 Martedì calendario

• Ravanusa (Agrigento) 14 settembre 1965. Mafioso. Assassino (con altri) del giudice Livatino. Appartenente alla Stidda di Canicattì, alleata agli stiddari di Palma di Montechiaro.
• Detenuto dal settembre 1991, al 41 bis dal febbraio 1994. Condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi, armi, rapine.
• Estate 1989, territorio agrigentino. Da una parte i mafiosi di Cosa Nostra, innanzitutto i Ribisi (che facevano capo a Giuseppe Di Caro, rappresentante provinciale di Cosa Nostra, legato ai corleonesi di Totò Riina), dall’altra gli stiddari (da stidda, “scheggia”, “favilla”), cioè uomini d’onore fuoriusciti (in gergo mafioso posati), alleati a giovani criminali comuni dediti per lo più a rapine. Fino a metà degli anni Ottanta, nell’agrigentino, i criminali comuni erano stati tollerati da Cosa Nostra (mentre in provincia di Palermo e di Trapani Cosa Nostra aveva il monopolio assoluto dell’attività criminale), finché ebbero il sopravvento, appunto, i fratelli Ribisi che invece volevano il dominio assoluto. Diventata impossibile la convivenza, la questione era o Cosa Nostra o gli altri. Gli altri si organizzarono in stidde (la Stidda di Palma di Montechiaro e la Stidda di Canicattì), e in quell’estate scatenarono una guerra contro i Ribisi, che all’inizio non se l’aspettavano (infatti caddero come mosche, Gioacchino Ribisi per primo, il 5 agosto, nella pizzeria Zingarello, insieme al nipote Girolamo Castronovo, entrambi disarmati, tanto si sentivano sicuri). Poi i Ribisi si allearono con gli Allegro e ci furono caduti su entrambi i fronti.
• Il giovane Avarello non era un fuoriuscito, ma faceva parte del gruppo criminale emergente di Canicattì, e a questa guerra partecipò fin dall’inizio. Il capo era lo zio Antonio Gallea, e sottocapo Bruno Galica (ma dopo la sua morte gli subentrò l’Avarello). Mentre si continuava a sparare senza tregua tra un paese e l’altro, in qualsiasi ora del giorno, in piazza, nel bar, in ospedale (se uno non moriva sul posto, lo andavano a finire al capezzale), nel Tribunale di Agrigento c’era un giudice giovane, Rosario Livatino, che faceva il suo lavoro con scrupolo. Tanto che Antonio Gallea finì al gabbio e ci restò. E tutti gli stiddari di Canicattì a dire che Livatino faceva favoritismi, che perseguitava solo loro, mentre a Giuseppe Di Caro faceva fare quello che voleva. Da qui l’idea di farlo fuori: primo, perché con Gallea in galera il gruppo era in difficoltà, secondo perché ucciderlo sarebbe stato un segnale di forza nei confronti di Cosa Nostra. Avarello ideò il piano e partecipò all’esecuzione, ma va detto che fu un gioco da bambini, visto che il giudice Livatino viaggiava senza scorta e senza macchine blindate (non aveva compiuto ancora 38 anni e per la cronaca fu “il giudice ragazzino”). Infatti bastò inseguirlo una mattina, mentre si recava in Tribunale a bordo della sua Ford Fiesta rosso amaranto (aveva udienza, doveva infliggere delle misure di prevenzione nei confronti di 15 esponenti della mafia di Palma di Montechiaro). Lo inseguirono in quattro, due a bordo di una Fiat Uno, due a bordo di una moto Honda, e gli spararono chi col fucile chi con una pistola calibro 9, frantumando i vetri della macchina e ferendolo a una spalla. Il giudice cercò la salvezza a piedi, scappando verso la campagna al di là della strada, ma un killer lo inseguì sparandogli alle spalle, e sparandogli ancora quando ormai era a terra in fin di vita, facendo ancora in tempo a farsi sentire, mentre gli diceva: «Tieni, pezzo di merda» (in contrada San Benedetto di Favara, lungo la strada statale n. 640 per Agrigento alle ore 8,45 del 21 settembre 1990). Morto Livatino, gli assassini andarono a bruciare macchina e moto. Per l’omicidio l’Avarello fu condannato in via definitiva all’ergastolo e a un anno di isolamento diurno il 10 novembre 1997.
• All’ergastolo furono condannati anche gli altri tre sicari: Puzzangaro Gaetano, Amico Paolo, Pace Domenico . Fondamentale fu la testimonianza di Pietro Nava, bergamasco, responsabile delle vendite di porte nel Sud per una ditta di Asti, che, avendo bucato una gomma della sua auto sulla discesa di Enna, ebbe modo di vedere «qualcosa di azzurro» (il giudice Livatino) in fuga e i sicari, e poi andò a raccontare tutto ai carabinieri e fece il riconoscimento degli assassini (per questo fu costretto a entrare sotto programma di protezione, cioè a cambiare identità, trasferirsi all’estero, rinunciare al lavoro e al suo stipendio, per accontentarsi di quello, miserabile, che gli dava lo Stato). Furono condannati per concorso (alla fase deliberativa e organizzativa del delitto), anche Schembri Gioacchino, Calafato Salvatore, Benvenuto Giuseppe Croce e Gallea Antonio (gli ultimi tre dichiararono la responsabilità propria e degli altri).
• Era già condannato in via definitiva all’ergastolo quando si sposò con una bella giovane e bionda del suo paese, con cui ebbe un figlio senza mai farci l’amore (ottenendo nel 2002 l’autorizzazione dal giudice per la fecondazione artificiale prima che la legge lo vietasse, essendo entrambi i coniugi fertili) (vedi anche Salvatore Madonia).
• Nel 2002, quando i detenuti al 41 bis di tutta Italia protestavano contro il carcere duro, firmò, a nome di tutti i detenuti di Ascoli Piceno, un appello: «(...) Oggi che il nostro Paese ha iniziato l’impegno per la giustizia verso i popoli degli altri continenti per la tutela dei diritti umani, vi chiediamo di risolvere i problemi esistenti all’interno delle carceri e lottare contro gli abusi che si attuano (...) Come reagiranno psicologicamente i nostri bambini al vetro divisorio che impedisce loro di abbracciarci? Dovranno crescere odiando lo Stato, oppure amare il loro padre e coloro che non li vogliono forzatamente separare? Cosa c’entrano i figli, le mogli, i genitori?». Sergio D’Elia, ex terrorista di Prima linea, rappresentante dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, annunciava la visita in tutte le carceri con sezioni “41bis” di una delegazione radicale. Nell’occasionel’Avarello ebbe a dire: «Non ho mai visto nessuno uscire dal 41 bis (...) Ci dicano chiaramente: dovete collaborare con la giustizia se volete uscire dal 41 bis» (a Sergio D’Elia e Maurizio Turco, 2002). (a cura di Paola Bellone).