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 2017  dicembre 12 Martedì calendario

• San Gavino Monreale (Medio Campidano) 3 luglio 1990. Ciclista. Scalatore. Del club Astana. Professionista dal 1992. Vincitore della Vuelta 2015. Terzo al Giro d’Italia 2014; secondo, dietro a Contador, al Giro d’Italia 2015.
• «Papà Alessandro fa l’agricoltore: coltiva pesche, arance, mandarini. Mamma Antonella insegna alla scuola materna. Mio fratello Matteo, 18 anni, fa il liceo classico. Sono sardo fino al midollo. A casa si parla il dialetto sardo. “Ita se fadendu?” vuol dire “Che cosa stai facendo?”. “Ollu fai bei” è “Voglio fare bene”. La mia casa è a 40 km dal mare, ma sono un isolano. Ho il mare nei geni. Mi piace la pesca: alla spigola, soprattutto. Ho fatto il Liceo Classico. Il mio motto è di Orazio: “Carpe diem”, “Cogli l’attimo”. Il Classico mi ha dato una buona cultura, mi ha aperto la mente e mi ha insegnato a sacrificarmi. A scuola me la cavavo» (a Claudio Gregori).
• «I miei genitori mi hanno sempre assecondato, mi hanno spinto a insistere con gli studi e poi col ciclismo. Però a 18 anni avevo pensato di smettere. Non capivo il senso di tanti sacrifici. A quell’età le tentazioni sono tante, non è facile rinunciare a uscire con gli amici. Per fortuna ho tenuto duro».
• «Non sono nato vincente, ho faticato tantissimo a impormi, tra i dilettanti ero condannato a vincere per distacco, ma in qualunque volata, anche a due, finivo sempre battuto. In salita però sono sempre andato bene, il mio terreno era quello. (…) Nel ciclismo, come nella vita, conta moltissimo la fortuna. Dal trovarsi con le persone giuste al captare i momenti importanti di una corsa. A volte tra i dilettanti capita di vincere moltissimo e di adagiarsi. Io ho avuto la fortuna di perdere molto» (a Cosimo Cito).
• «Ho giocato fino a 15 anni. Campioncino? Ma nooo! Da 15 a 18 anni ho fatto mountain-bike e ciclocross. Sono venuto tardi al ciclismo. Ho fatto il giro di Lunigiana da junior. Poi ho iniziato da Under 23 con Olivano Locatelli, che mi ha insegnato ad allenarmi, ad essere competitivo. Sono un attaccante che si difende. Attaccante per natura, istinto, indole. Che si difende per necessità, prudenza, obbedienza. Corse e tecnici mi stanno insegnando a stare più calmo».
• «Conobbe il Giro d’Italia nel 2005 alla tv, tappa sul Colle delle Finestre che consacrò in rosa Savoldelli. Poi lo ammirò come spettatore nel 2007, partenza dalla sua Sardegna. L’anno dopo lasciò l’isola per fare il corridore. “Sei anni a Palazzago e Ponte San Pietro, nel Bergamasco, ma mi mancava la Sardegna. Stavo ore al telefono con mamma, piangevo, fui sul punto di smettere e tornare a casa”» (Giorgio Viberti).
• «Nibali e Aru fino ai 18 anni sembravano fusi dallo stesso stampo. Due orgogliosi isolani diventati ciclisti per motivazione personale e non contaminazione familiare, caso raro in Italia. Due giovani vincenti emigrati per inseguire i loro sogni, il primo nell’enclave toscana della Mastromarco, il secondo alla corte bergamasca di Olivano Locatelli. Ma le similitudini caratteriali e di formazione si fermano qui. Nibali debutta (2005) e matura nel ciclismo italocentrico dei direttori sportivi-sceriffi, onniscienti e onnipotenti. Aru comincia (2012) quando il d.s. è ormai solo parte di un meccanismo complesso e globalizzato. Ingaggiati da una squadra problematica (Astana) si proteggono uno chiudendosi in se stesso (Nibali), l’altro (Aru) costruendosi un ambiente di confort allargato a familiari colleghi: Fabio è il primo corridore a pretendere la presenza della compagna nei lunghi ritiri, per sdrammatizzare e “normalizzare” la fatica, un po’ come gli olandesi nel calcio degli anni ”70» (Marco Bonarrigo).
• Credente. «Mi faccio sempre il segno della croce al via e non si tratta di un gesto scaramantico. Quando posso vado a Messa la domenica».
• Tifoso del Milan.
• Fidanzato con Valentina: «La sua è una vita complicata, la costringo a inseguirmi, ma quando può c’è sempre».