Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  dicembre 13 Mercoledì calendario

• Reggiolo (Reggio Emilia) 10 giugno 1959. Da calciatore vinse tre scudetti (Roma 1983, Milan 1988, 1992), due coppe dei Campioni (Milan 1989, 1990), due coppe Intercontinentali (Milan 1989, 1990). Con la Nazionale (26 presenze, 1 gol), terzo ai Mondiali del 1990 e agli Europei del 1988. Allenatore del Milan dal novembre 2001 al maggio 2009, ha vinto uno scudetto (2004), due Champions League (2003, 2007), il Mondiale per club (2007). Poi al Chelsea (2009), al Paris Saint-Germain (2011) e al Real Madrid (2013). «L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo. Peccato che ci siano le partite».
Vita Figlio di Cecilia e Giuseppe, mezzadro: «Ha lavorato una vita, si è spaccato la schiena in campagna. Io ero piccolissimo, ma ricordo quando veniva il padrone a dividere il raccolto. “Questo è mio, questo è tuo”. E divideva come piaceva a lui. Anche con le galline: entrava nel pollaio e si prendeva le più belle, le più grasse. “Voglio questa, quella e quella”. Papà non mi ha mai sgridato e non mi ha mai picchiato. È la verità, nemmeno una volta. E io ero vivace... Non sapeva dove picchiarmi, per lui ero tutto buono. Ero un balocco di carne. Delegava mia madre e diceva: “Picchialo tu, dove prendi prendi”».
• Lanciato dal Parma: «È un Parma di serie C, ma con forti ambizioni di crescita. Dopo l’esordio nella stagione 1976-77, e le ventuno presenze (con otto reti) dell’anno successivo, nel 1978-79, Ancelotti è diventato un tassello fondamentale della squadra che cerca un posto ai piani superiori del calcio. In panchina è arrivato Cesare Maldini, che ha intuito le doti di centrocampista di Carletto ma anche il suo fiuto per il gol, e lo schiera come attaccante arretrato alle spalle delle punte di ruolo. Il secondo posto conquistato nel girone A della C1 porta il Parma allo spareggio. A Vicenza, contro la Triestina, il diciannovenne Ancelotti è l’eroe della promozione: sull’1-1 segna la doppietta che regala la Serie B al Parma. Quel giorno, in tribuna al Menti, c’è lo stato maggiore della Roma al completo: il presidente Dino Viola, il tecnico Liedholm, il ds Luciano Moggi. Liedholm vuole a tutti i costi il gioiellino del Parma, ma non è il solo. Le mani avanti le ha messe anche l’Inter, che addirittura lo ha vestito di nerazzurro in un’amichevole contro l’Hertha Berlino. Sembra fatta, ma a Milano temporeggiano e la Roma va avanti. Trattativa estenuante, il presidente del Parma vorrebbe portarsi il campioncino tra i cadetti, ma Viola dà carta bianca a Moggi che spara alto: valutazione un miliardo e mezzo, per l’appena ventenne Ancelotti. Nelle casse del Parma finiscono 750 milioni per la metà del cartellino. Sembra una follia, sarà un colpo vincente» (Marco Tarozzi). Esordio in serie A contro il Milan: «Me la facevo sotto. Il Milan era campione d’Italia, io un ragazzo. A un certo punto Bruno Conti fa un cross perfetto, Enrico Albertosi esce e tocca e mette il pallone proprio davanti ai miei piedi. In quel momento ho pensato tutto. Al gol, al giro sotto la curva, ai miei amici al paese. Chiudo gli occhi e tiro la bomba: il pallone sbatte contro la faccia di Albertosi. Finisce zero a zero».
• A Roma, oltre a vincere lo scudetto, subì gravi infortuni: il 25 ottobre 1981 un contrasto con Francesco Casagrande, mediano della Fiorentina, gli provocò una distorsione al ginocchio destro con interessamento dei legamenti; avviata la fase di recupero, nel gennaio dell’82 si ruppe nuovamente i crociati, nuova operazione e niente Mondiali (quelli vinti dagli azzurri). Altro infortunio il 4 dicembre 1983, Juventus-Roma, uno scontro con Antonio Cabrini gli distrusse il ginocchio sinistro e lo costrinse ad una lunga inattività che lo tenne fuori dalla corsa giallorossa in coppa Campioni, culminata nella finale persa in casa ai rigori contro il Liverpool. Nell’87, il passaggio al Milan: «La verità è che il compianto Dino Viola, presidente giallorosso, era convinto di avere mollato una bufala al suo giovane collega Silvio Berlusconi. Le ginocchia di Carletto scricchiolavano (“Sono pieno di viti e di bulloni” scherzava lui), i bene informati lo davano già alla frutta... Faceva il capopopolo. Prima di ogni partita aveva un’abitudine bizzarra: con Paolo Maldini, Mauro Tassotti e Filippo Galli preparava uno strano intruglio in un pentolone: Coca Cola, Polase e zucchero. Lo chiamava “il beverone”. Poi, scolando dal bicchiere quella porcheria, arringava i più giovani compagni: “Queste sono le tre tattiche della partita di oggi: rullo e tamburo, schiacciasassi e tritacarne”. Ogni volta lo stesso stravagante e goliardico rituale» (Alberto Costa).
• «Arrigo Sacchi m’ha affascinato subito. Aveva idee innovative; come prima le aveva avute Liedholm. Mi hanno impressionato la serietà e la voglia di lavorare di Arrigo. Lui poi è stato quello che mi ha inventato nel nuovo ruolo di centrale davanti alla difesa».
• Iniziò la carriera da allenatore come vice di Sacchi ai Mondiali del 1994 (che l’Italia concluse al secondo posto), nel 1996 portò in A la Reggiana. Passato al Parma, nel 1997 fu secondo in serie A dietro la Juventus; passato alla Juve, nel 2000 e 2001 fu secondo dietro Lazio e Roma. La frase di testa è il suo motto preferito, ma non ne è lui l’autore: la diceva sempre Liedholm. Sugli inizi alla Reggiana: «Andammo a Pescara ad inizio stagione e ci fecero a pezzi. Federico Giampaolo andava via e segnava da tutte le posizioni. Ricordo che in pullman, la sera, scuotevo la testa e dicevo che era finita, non era il mestiere mio. Per fortuna avevo due collaboratori più esperti che mi dissero di stare calmo, stavamo lavorando benissimo, i risultati sarebbero arrivati. Avevano ragione loro».
• I dirigenti della Juve lo esonerarono (aveva un altro anno di contratto) «perché, come dice Riccardo Cocciante, lo consideravano “troppo buono e qui ci vuole un uomo”. Il fatto è che non è affatto buono nella comune accezione calcistica, cioè “pirla”. È una persona perbene, educata e disponibile, tanto da invitare, il giorno dopo il suo licenziamento dalla Juve i giornalisti a casa sua e offrire loro un posto dove raccontare il suo addio e pure generi di conforto. I suoi colleghi avrebbero sciolto i cani» (Roberto Perrone).
• «Quando sento dire che sono troppo buono con i giocatori, che sono ancora troppo giocatore, per cui li rispetto troppo, non mi arrabbio mai abbastanza. Mi dà fastidio perché è un cumulo di cose sbagliate e soprattutto non vere. È vero che ho un ottimo rapporto con i miei giocatori; è vero che li rispetto, ma rispettare non significa subire. E sono sempre stato molto rispettato dai giocatori nonostante con qualcuno avessi giocato anche insieme. È umiliante doversi difendere da sciocchezze del genere. Come se fosse obbligatorio dire sempre parolacce per essere credibili e vincenti. Sono stupidaggini vere».
• «Il mio dogma è: 4 difensori e 3 centrocampisti. Hai più copertura al centro e più varianti in attacco rispetto al 4-4-2, che è più prevedibile. Poi, se usi una o due punte, è meno importante».
• Su questo, contrasti con Berlusconi, che dice: «Due attaccanti sono il punto di partenza, se si vuole fare spettacolo. Gliel’ho ben spiegato, ad Ancelotti. Il mio non è stato un suggerimento, non è stato un diktat, e nemmeno un’uscita goliardica. Quel che ho detto, quello che dico è un’esigenza. Che, fra l’altro, toglie ad Ancelotti un problema non lieve. Ora che giocherà sempre con due punte, quando andrà male potrà sempre difendersi: me l’ha detto il presidente». Questo diktat (febbraio 2004) provocò curiose ricadute politiche: «Ora è il caso che il presidente Berlusconi chieda qualche consiglio politico a Carletto Ancelotti. Forse non sarebbe male» (Ferruccio De Bortoli), «Ancelotti in Parlamento» (Enrico Letta), «Visto quel che sta succedendo da quando c’è Berlusconi al governo non so neppure se basterebbe Ancelotti ministro» (Gianni Rivera).
• Nel 2007 l’Università di Plovdiv (Bulgaria) gli conferì la laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione e dello Sport: «Lo sport è ovvio, visto il mio lavoro. La comunicazione, invece, è alla base di quello che faccio: il dialogo per me è fondamentale. Parlo con i giocatori, con i giornalisti, con i dirigenti. E imparo. Pensate se non avessi ascoltato Andrea Pirlo quando mi proponeva di giocare da regista... Lui è stato bravo a proporsi, io ad assecondarlo».
• È stato sposato con Luisa Gibellini, famosa per il brevetto da elicotterista. Si conobbero quando anche lei giocava a pallone (era stata portiere della Roma, in serie A, e poi del Parma in B). Hanno due figli: Katia (Roma 18 aprile 1984), cantante vista in Amici, una laurea in Scienze della comunicazione e aspirante giornalista, e Davide (Parma 22 luglio 1989), laureato in Scienze motorie e preparatore atletico. Si sono separati nel 2010, dopo venticinque anni di matrimonio.

• È autore della sua biografia, scritta con Alessandro Alciato, Preferisco la coppa. Vita, partite e miracoli di un normale fuoriclasse (Rizzoli 2009). Per un breve periodo è stato opinionista a Sky.
Critica «Era un tecnico anche quando giocava. In mezzo al campo dirigeva le operazioni. Aveva grandi conoscenze tattiche. Lo sapete che mi diceva sempre Rijkaard? Veniva da me e faceva: “Guardi, mister, che il nostro regista è Carletto, non sono mica io”. Il gioco passava sempre dai piedi di Ancelotti. E poi lui è stato bravo a trasportare queste conoscenze nel nuovo lavoro» (Sacchi).
• «Quando Enzo Bearzot lo fece esordire in Nazionale, a 21 anni, dicevano che era troppo giovane. Quando Sacchi lo volle al Milan, a 28 anni, dicevano che era troppo logoro. Quando la Juve gli diede il benservito come allenatore dopo due secondi posti, dicevano che era troppo buono. Quando Adriano Galliani lo chiamò alla guida del Milan, dicevano che era troppo amico dei giocatori. Nella lunga, e vincente, carriera di Carlo Ancelotti, c’è sempre stato un “troppo” che lo ha inseguito, in campo e in panchina. Un’ombra scomoda, ma soprattutto ingiusta, perché se c’è stato un giocatore prima e un allenatore poi, dotato di equilibrio nelle parole e negli atteggiamenti, lontano dagli eccessi di qualsiasi genere, è stato ed è ancora proprio Ancelotti. Saggio fin da giovane, incapace di fingere, capace invece di far valere la calma e non l’arroganza come virtù dei forti, non a caso il tecnico rossonero confessa in Gazzetta di stimare soprattutto Mazzone, guarda caso un altro che si chiama Carlo, o Carletto, come lui. E così, con grande naturalezza, confessa i suoi obiettivi e i suoi sogni, a cominciare da quello di rimanere al Milan a vita. Romantico al punto giusto, senza sconfinare nell’utopia, Ancelotti non nasconde però quel lussuoso desiderio alternativo, chiamato Nazionale, con una panchina in Spagna come carta di riserva, anche se prima ci sono altri traguardi da tagliare» (Alberto Cerruti).
• «Fu un grande centrocampista, di quelli abituati a caricarsi la squadra sulle spalle e lottare per tutti fino allo stremo, è un grande allenatore e sarà sempre una delle migliori persone espresse dal calcio. Buono, onesto, sincero, appassionato, con una dote rara fra le star di questo circo traboccante di profeti, condottieri di voce dura, maghi, vanesi: il senso della misura. Capace di autocritica, di autoironia. Disposto a riconoscere i meriti altrui quando perde, senza aggrapparsi — di solito — a giustificazioni puerili. Un tranquillo uomo di campagna, vagamente tiranneggiato dalla sua vulcanica signora, un tipo sereno, umanamente solare. Molto per natura, un po’ per l’esempio e gli insegnamenti di Liedholm, fra i maggiori maestri di cultura sportiva. Come tecnico offre un rendimento di straordinaria regolarità: le sue squadre vanno quasi sempre vicine al massimo traguardo. O vincono o finiscono seconde» (Giorgio Tosatti).
• «Sacchi: un martello. Capello: pragmatico. Zaccheroni: rivoluzionario. Ma non perché fosse di sinistra, semplicemente perché giocava con la difesa a tre. Ancelotti: la sintesi dei tre precedenti» (Adriano Galliani).
Frasi «Da tutti i maestri che ho avuto ho assorbito qualcosa: da Bruno Mora ad allenare la tecnica, da Angelo Benedicto Sormani il tiro in porta, da Liedholm la serenità, da Eriksson la tattica, da Sacchi l’organizzazione di gioco, da Fabio Capello a trarre il meglio dai giocatori».
• «Sulla sorte di un allenatore incidono la stampa per il 5 per cento, i tifosi per il 10 e la società per l’85».
• «Il Milan è una famiglia e la Juve un’azienda» (nel 2005).
• «Sono dei Gemelli e quelli del mio segno hanno doppia personalità».
• «Faccio quello che mi piace, infatti sono un uomo felice».
• «So perfettamente che il problema Italia non è Silvio Berlusconi, semmai una classe po­­litica che mi procura sconforto quotidiano» (a Franco Ordine) [il Giornale 14/11/2011].
Vizi «Mi rilasso in cucina. Non nel senso che cucino: nel senso che mangio». Uno dei suoi piatti preferiti è il bollito.
• «Carletto non se la tira mai, tranne che a tavola, perché una volta che inizia a mangiare può fermarlo solo l’esorcista. Da quando è diventato allenatore si siede a un tavolo a parte, con un menù a parte, con una capacità di digestione a parte. Mangia, beve, rimangia e ribeve» (Paolo Maldini nella prefazione alla biografia Preferisco la Coppa).
• Tiene a La Spezia un sea top di 14 metri con tre cabine, battezzato Plutus dal soprannome del figlio Davide, con cui nell’estate del 2007 ha fatto il giro delle isole toscane, e in quella del 2008 è andato in Corsica e in Sardegna.
• Fumava: «Avevo il ginocchio rotto, ero sul lettino, venticinque anni e tanta tristezza addosso. Il mio compagno di stanza, pure lui con il gambone alzato, disse: “Tu fumi?”. “Ma che, sei matto?, so’ giocatore io”, dissi. “Dai, prendi, è americana”, disse il mio compagno. L’accese con il cerino». Avrebbe poi smesso per onorare la promessa fatta ai figli alla vigilia della finale di Champions League vinta nel 2007 contro il Liverpool.
• Quando è arrivato a Parigi per allenare il Paris Saint-Germain s’è portato il suo macchinone inglese con il volante a destra («Basta fare il contrario di quello che facevo a Londra»). Con la lingua francese ha detto di cavarsela bene: «Il dialetto di Parma gli assomiglia, sono avvantaggiato» (ad Alberto Costa) [Cds 19/3/2012].
• A Londra ha preso tre multe perché era al telefono mentre guidava: «Una volta la multa me l’ha appioppata un poliziotto tifoso del Chelsea che addirittura ha voluto fare la foto con me. Io ovviamente ne ho subito approfittato per chiedergli di togliermela: manco per idea». 
• È superstizioso: «Ha i suoi amuleti, ma che portasse in panchina l’immagine di Padre Pio l’ho scoperto grazie alla Gialappas» (la figlia Katia a Gaia Piccardi) [Cds 3/1/2009].