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 2017  settembre 20 Mercoledì calendario

• Agrigento 31 ottobre 1970. Politico. Del Nuovo centrodestra. Avvocato. Ministro degli Esteri nel governo Gentiloni (dal 12 dicembre 2016). Ministro dell’Interno nel governo Renzi (2014-2016), ruolo che ricoprì anche nel governo Letta, di cui era inoltre vicepresidente del Consiglio (dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014). Ministro della Giustizia nel Berlusconi IV (2008-2011). Eletto alla Camera nel 2001, 2006, 2008, 2013 (Forza Italia, Pdl). Primo e unico segretario nazionale del Pdl, nell’ottobre del 2013 inizia la rottura con Silvio Berlusconi, culminata con la decisione di non entrare a far parte della rinata Forza Italia e di fondare un gruppo parlamentare autonomo, il Nuovo centrodestra. «Non avrà il quid, ma ha la qualità del destino: è inevitabile» (Marco Palombi) [Fat 13/12/2016].
• Il 1° luglio 2011 fu eletto primo segretario politico del Pdl: «Presidente, questa mattina mio papà mi ha portato il fac-simile, il santino della mia prima campagna elettorale, quella al consiglio provinciale di Agrigento del 1994. Era la primavera bellissima del 1994 ed io ero un ragazzo di 23 anni che aveva appena finito gli studi a Milano, che si era ritrasferito, per amore di quella terra, in Sicilia. Vidi in televisione un imprenditore che aveva passione per la libertà, che aveva il sole in tasca, che aveva tanta voglia di cambiare il Paese. Sentii una musica straordinaria, un jingle straordinario, che emozionò milioni di italiani e, vedendo quell’uomo, sentendo quella musica, sentendo quel programma, decisi unilateralmente, perché non lo concordai con il presidente Berlusconi perché lui era alla televisione ed io lo guardavo dall’altra parte della televisione, decisi di aderire a Forza Italia» (dall’incipit del discorso tenuto davanti all’assemblea nazionale del Pdl, poco dopo la nomina a segretario del partito).
• Genitori insegnanti, il padre Angelo fu prima consigliere, poi assessore, infine vicesindaco ad Agrigento, fedelissimo del ras Dc Gaetano Trincanato, corrente Calogero Mannino.
• Enfant prodige, nel 1996 fu eletto all’Assemblea regionale siciliana (8.975 voti di preferenza, «novemila voti meno 25»).
• Dal 2001 nella cerchia ristretta dei consiglieri di Palazzo Chigi, nel 2003 fu relatore della Finanziaria. «Nel 2005 va a urlare dagli schermi di Rai 2 che “la mafia fa schifo”. L’uscita sarà apprezzatissima da Berlusconi che poco dopo gli affida la gestione del partito monstre siciliano. È una sorta di bufala la notizia saltata fuori nel 2002, un video che lo ritrae a un matrimonio del ’96 in Sicilia in cui lo si vede baciare gli sposi e anche il padre di lei, tale Croce Napoli, capomafia di Palma di Montechiaro, morto nel 2001. “Ma ero invitato dallo sposo, non conoscevo né lei né il padre” ha spiegato, chiudendo il caso che nessuna procura d’altronde aveva mai aperto. Siciliano mai “mascariato”, come si dice in gergo, mai coinvolto in vicende giudiziarie. “Appartengo a una generazione che andava alle elementari quando hanno ucciso Mattarella, alle medie quando hanno ammazzato Dalla Chiesa, all’università quando sono saltati in aria Falcone e Borsellino. Noi abbiamo il marchio a fuoco dell’antimafia”» (Carmelo Lopapa).
• «Miccichè a un certo punto gli propone di candidarsi governatore. Alfano accetta. Ma nel giro di una notte, invece, al suo posto va Totò Cuffaro. Alfano ottiene da Miccichè, all’epoca potentissimo, il via libera per riparare a Roma, a Montecitorio. Lo scenario si ripete fedelmente quando si tratta di trovare un sostituto a Cuffaro, dimessosi dopo la condanna per favoreggiamento a un mafioso: si punta su Lombardo. Alfano non ne fa certo mostra, ma se la prende: commissiona, e un giornale locale lo pubblica, un sondaggio nel quale il 70 per cento dei siciliani ha un sogno solo, andare a cena con Angelino Alfano. Di lui dicono tante cose. Che sia “fissato con la serie A e la Formula Uno”, ma non si tratta né del Milan né della Ferrari: si tratta della politica» (Antonella Rampino).
• Da ministro della Giustizia di Berlusconi diede il proprio nome al contestatissimo «lodo Alfano», una legge approvata nel luglio 2008 che sospendeva i processi a carico delle quattro massime cariche dello Stato (secondo l’opposizione, l’ennesima «legge ad personam» per salvare il Cavaliere), e che fu poi dichiarata incostituzionale dalla Consulta nell’ottobre 2009.
• Il 30 settembre 2013, su proposta di Silvio Berlusconi in seguito alla decisione del governo di aumentare l’Iva, rassegna le dimissioni insieme ad altri quattro ministri del Pdl (Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello), poi respinte dal premier Enrico Letta. Il Pdl si divide sul sostegno al governo: «Angelino Alfano (…) raggiunge Berlusconi a Palazzo Grazioli. Gli comunica che gli ormai ex ministri restano contrari alla crisi. Hanno rassegnato le dimissioni “per spirito di servizio” però non garantiscono il voto di sfiducia a Letta» (Carmelo Lopapa) [Rep 1/10/2013].
• Nel novembre del 2013 Alfano comunica la decisione di non entrare a far parte della rinata Forza Italia e di costituire un gruppo parlamentare autonomo, il Nuovo centrodestra: «“Non ci siamo staccati dal centrodestra, ma non aderiamo a Forza Italia, che non è più quella che abbiamo conosciuto nel ’94”. Il Cavaliere e il suo ex delfino continuano a parlarsi a distanza. Ma nonostante le reciproche attestazioni di affetto, il ritorno all’ovile al momento non sembra contemplato. (…) Ad Alfano tocca il compito di tagliare il cordone ombelicale, prendere le distanze dai falchi di Forza Italia e ribadire la fiducia incondizionata al Cavaliere. “Caro presidente Berlusconi – esordisce l’ex segretario pidiellino – qui c’è gente che le vuole bene, che le vuole tanto bene, che resta nel centrodestra”. Di più: “Qui c’è gente che si era stancata dell’idea che il nostro movimento finisse in mano a radicali ed estremisti e che non accettava che la capacità di sintesi e grande equilibrio del nostro presidente venisse violentata ogni giorno”» (Cds 23/11/2013).
• «È con garbo, ma senza soggezione, con una certa comprensione di sé, della sua forza, dei suoi numeri in Parlamento, dei suoi galloni ministeriali, che Alfano, un tempo gregario, ormai si rivolge al suo padrino politico. Da pari a pari. E chissà se davvero Berlusconi, l’altra sera, come raccontano, nella lunga notte delle trattative a Palazzo Grazioli, a un certo punto gli ha chiesto, stanco, con un indecifrabile lampo negli occhi, “ma ti ricordi quando avevi l’ufficio qui accanto al mio?”. E a quel tempo, dieci anni fa, il ragazzo venuto da Agrigento per fargli da assistente particolare era indifeso e ininfluente, ma ricettivo come una sibilla, discreto e ligio al suo impiego conformistico – “Angelino, le fotocopie” – come in un’armatura che lo difendesse dalla solitudine del subalterno, del portaborse, del ragazzo di bottega. Viveva nel Castello, Alfano, da mane a sera, in un ufficetto accanto a quello maestoso del Sovrano, e anche cenava con il suo Presidente, seduto a tavola accanto a lui, ma remissivo cedeva il posto a ogni nuovo e più blasonato commensale arrivato ad aggiungersi in quel porto animatissimo che è da sempre la residenza di Berlusconi a Roma, come ad Arcore. E dunque entrava Scajola, e Alfano scalava di un posto; entrava Tremonti, e Alfano scalava di un altro posto; entrava Letta, e lui si faceva ancora più in là, distante, silenzioso, finché, giunto in ritardo anche Denis Verdini, i posti non si esaurivano. E allora lui si alzava, senza emettere un fiato, senza tradire un’emozione, e andava a disseccarsi nel salotto di casa, a consumare il pasto, lo sguardo malinconico e ostinato dello scalatore indefesso, fra pochi libri e ampi divani, affranto come un nipotino abbandonato. Una modestia di tono e di carattere, la sua, che Berlusconi notava, altroché se la notava nel circo dei suoi insuperbiti cortigiani, chiassosi, sempre impegnati a dileggiarsi fra loro con fraternità pettegola e maligna. E una sorta di tenero compatimento, il seme d’una remota simpatia, germogliava per quel ragazzo che agli occhi dell’inarrivabile Presidente si rivelava il più devoto, il più discreto, nella misura d’una certa chiusa dignità siciliana. E lui, il giovane, intanto, pregustava la trasformazione del suo veleno nel farmaco della rivincita, cedeva il posto a Scajola, e poi abbandonava la sala inseguito da una battuta candidamente greve di Verdini. Ed era già spinto, chissà, da una specialissima febbre, da una forza irresistibile, da un indice di fuoco che lo incitava a compiere il suo dovere, a conquistare con pazienza il primato, per fare a tempo debito vendetta degli sgarbi subiti. Anche lui adesso ha la sua corte “Ti ricordi quando avevi l’ufficio qui accanto al mio?”. Il ragazzo venuto dieci anni fa da Agrigento adesso rivede Berlusconi con distacco, come si incontra un estraneo, o nella contrizione che si deve ai morituri, gli si rivolge come un leader che parli a un altro e più anziano leader, dunque pone condizioni, e anche lui – come il Cavaliere – ha ormai una sua corte ministeriale, uno stormo di falchi (“dobbiamo rompere”, gli dice Giovanardi) e uno di colombe (“prendi tempo, tratta”, gli suggerisce Lupi), una costellazione di pianeti e piccoli astri politici che rotea soltanto attorno a lui come Daniela Santanchè e Gianni Letta, Sandro Bondi e Niccolò Ghedini gravitano intorno al sole del Cavaliere. E insomma gestisce un potere vero, governativo. (…) Ora raccontano che un po’ la mano gli trema, che tentenna, ma che s’è spinto troppo in là per poter tornare indietro, teme d’essere caduto in una trappola mortale che l’aspettava da sempre al fondo di una fila innocente di piccole umiliazioni di corte; e dunque cerca un addio che suoni come un arrivederci, sogna un divorzio che sia reversibile. La sua statura è cresciuta, il suo odio e il suo amore per il capo fanno ormai un’unica gigantesca ombra sui muri dell’Italia politica, non è più soltanto l’Alfan prodige» (Salvatore Merlo) [Fog 15/11/2013].
• «Il delfinato alfaniano merita la pole position, se non altro perché il più nuovo e ancora in fieri. Alfano cresce in un ambiente che di lui sembra non accorgersi, tanto è considerato un’appendice. Quando infine la scelta di Berlusconi lo illumina, non si capisce chi sia il più incredulo fra i due… La storia del “quid” e delle primarie è troppo nota per doverla qui ricordare, ma l’impressione di questi ultimi anni rimandava a un rapporto di fedeltà dato per scontato più che per subito. E invece… Autore di un parricidio definito “senza sangue”, in realtà Alfano si ritrova a essere uscito “dalla casa del padre” (una metafora che nel centro-destra è sempre stata di moda), non essendo riuscito a mettere il padre in una casa di riposo» (Stenio Solinas) [Grn 19/11/2013].
• «Nel passaggio dal governo Renzi al governo Gentiloni chi ci guadagna di più è Angelino Alfano, l’unico politico che sia stato ministro col centrodestra e col centrosinistra. L’unico a essere passato indenne dal governo Letta al governo Renzi. E anche l’unico – nella storia dell’Italia repubblicana – ad avere occupato le quattro poltrone più importanti dopo quella del premier: vicepresidente del Consiglio, Giustizia, Interno e adesso anche gli Esteri. Neanche Giulio Andreotti, che pure fu sette volte capo del governo e 27 volte ministro, riuscì a occupare tutte e quattro le poltrone, facendo poker al tavolo del potere. (…) Alfano non è incompatibile con nulla, essendo stato prima l’uomo di fiducia di Berlusconi, poi l’alleato più fedele di Enrico Letta e infine il compagno di strada di Matteo Renzi. Ce l’ha fatta, dunque, ma come ci sia riuscito non si sa. (…) Mai il compito di tenere i rapporti con il resto del mondo era stato assegnato a un uomo che non si è mai occupato di politica estera – e che è andato a Bruxelles quasi solo per discutere dell’emergenza migranti, tema caldo su cui peraltro non è mai riuscito a cavare un ragno dal buco – e che non parla neanche l’inglese: è finita su YouTube l’imbarazzante scenetta del ministro italiano che arriva in ritardo alla riunione con la commissaria europea per gli Affari interni Cecilia Malmström (28 agosto 2014) e per spiegare che l’aereo aveva viaggiato controvento dice, gesticolando: “De uaind agheinst as”, saltando il verbo e non azzeccando neanche la pronuncia corretta della parola “vento”, wind. In realtà, un precedente internazionale c’è, nel curriculum di Alfano. Ma, purtroppo per lui, sta nel capitolo “incidenti”, sotto il titolo “caso Shalabayeva”. Una storia ancora fresca. La sera del 28 maggio 2013 la polizia italiana ferma in una villetta della Casalpalocco (periferia romana) Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, le contesta il possesso di un passaporto falso e ottiene in gran fretta un decreto di espulsione per lei e per la figlioletta di sei anni, imbarcandole su un aereo inviato dal presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev. Procedura assolutamente fuori da ogni regola, aggravata dal fatto che il passaporto falso risulterà poi autentico e l’espulsione verrà revocata il 12 luglio. Cosa c’entra Alfano? Nulla, ha sempre sostenuto lui, dichiarando di non essere mai stato informato di quei fatti. C’entra, e parecchio, secondo l’ex capo di gabinetto del Viminale, che prima di essere costretto alle dimissioni raccontò che era stato proprio Angelino a chiedergli di occuparsi della faccenda, su richiesta di un diplomatico kazako (“Ho ricevuto l’ambasciatore al Viminale perché me lo disse il ministro, spiegandomi che era una cosa delicata…”). Grazie all’appoggio di Enrico Letta, che aprì l’ombrello della maggioranza di governo di fronte alla mozione di sfiducia contro un suo ministro, il titolare del Viminale riuscì allora a evitare le dimissioni, ma nessuno – in Italia e purtroppo anche all’estero – ha dimenticato quel pasticcio internazionale provocato da un ministro dell’Interno. Certo, Alfano non ha mai fatto mancare i suoi voti, nei mille giorni del governo Renzi, ma è riuscito a macchiare la conquista della legge sulle unioni civili con la sua rivendicazione della cancellazione della “stepchild adoption” (“Abbiamo evitato una rivoluzione contro natura”) ed è stato costretto a imbarazzanti giustificazioni per la singolare carriera-lampo del fratello Alessandro alle Poste, assunto e subito promosso a dirigente con uno stipendio di 200 mila euro l’anno, e per gli 80 curriculum spediti dal padre del ministro, Angelo, per le assunzioni pilotate nelle stesse Poste. Qualcuno scommetteva che Renzi avrebbe colto l’occasione per scaricarlo: si sbagliava. Alfano è stato promosso, sia pure per meriti ignoti» (Sebastiano Messina) [Rep 13/12/2016].
• Ha sposato una compagna d’università, Tiziana Miceli, avvocato civilista, due figli maschi. Quando (2005) Berlusconi gli consigliò di porre rimedio alla prematura calvizie con un trapianto, rispose che non se lo poteva permettere: «La politica costa tanto. Spendo al di sopra delle mie possibilità e vivo con gli scoperti bancari».
• «Sorride sempre, ha una parola cordiale per tutti. Piace alle donne, non però perché sia un filone ma, all’opposto, perché è un marito fedele. Piace agli uomini perché è uno che sta al suo posto e non un mandrillo che insidia le mogli. Piace ai giornalisti perché è attento ai rapporti con la stampa. (…) Prima di parlare, infatti, Angelino ci pensa tre volte. Essendo sicilianamente rapido di cervello, i tentennamenti non si notano, ma state certi che ci va con i piedi di piombo. Specie di fronte ai taccuini dei cronisti soppesa le parole col suo bilancino elettronico interno. Incidenti alla Scajola (dette del rompiballe a Marco Biagi appena assassinato dalle Br) a lui non capiteranno. Si può aggiungere che ha un fisico dinoccolato e movenze da giovin signore pariniano. Il suo solo gesto di pubblica stizza fu il lancio in Aula della scheda di votazione per protesta contro un’improvvida decisione del presidente Fini. Tra le sue virtù, quella di condurre vita irreprensibile nonostante abiti nella Roma tentacolare alla quale, tra droghe e orge, tanti suoi colleghi soccombono. Da una decina d’anni, il quarantenne Angelino è sposato. Sua moglie, Tiziana Miceli, è un avvocato civilista che non appare su rotocalchi o tv. Hanno due maschi. Angelino fa footing nella romana Villa Pamphili e, seguito dalla scorta in braghe e scarpe da tennis, percorre non meno di sette chilometri. (…) Aveva perfino progettato di partecipare alla maratona di New York, convinto dal collega di partito Maurizio Lupi che ne è un veterano. In preparazione dell’impresa si è iscritto al Montecitorio Running Club, di cui il medesimo Lupi è la quintessenza, e indossando la tuta delle Fiamme azzurre ha passato un test attitudinario. Oggi ha raggiunto un accettabile dimagrimento e pesa 74 chili su un 1,85 di altezza. Conta però di scendere a 71 chili che considera il suo peso forma. Non ha invece finora esaudito il sogno di partecipare alla maratona newyorkese, sia per motivi di tempo, sia per un problema al metatarso di entrambi i piedi in via di superamento. Per completare il periplo dei talenti sportivi del neo segretario pidiellino, va ricordato che quindicenne ha partecipato alle finali di salto in alto nei Giochi della gioventù, con un balzo di 1,50 e che da liceale ha giocato a basket. Oggi si limita a tifare il Palermo» (Giancarlo Perna) [il Giornale 2/7/2011].
• «Ama gli abiti di gran sartoria, è longilineo e amico del sorriso. Pur essendo meridionale, appare uomo del fare» (Antonello Caporale).
• Di lui Luigi Bisignani, nel suo libro L’uomo che sussurra ai potenti (Chiarelettere, 2013), dice: «Ha una vera mania per i giochini sul cellulare, cui non rinuncia nemmeno durante le riunioni. E poi ha la debolezza di consultare sempre l’oroscopo e di regolare le giornate in base a quel che c’è scritto. (…) Il suo astrologo di riferimento è uno solo: Branko, “l’uomo delle stelle”. Alfano va molto fiero di essere dello Scorpione. Lo stesso segno, ricorda sempre, di Bill Gates e Leonardo DiCaprio».