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 2017  settembre 20 Mercoledì calendario

Nasce a Como il piccolo Luigino

• Luigi Meroni nasce a Como il 24 febbraio 1943, secondogenito di Emilio e di Rosa Tagliabue. Il fratello maggiore Celestino era nato nel 1940, la sorella Maria nascerà due anni più tardi, nel 1945. Papà Emilio manda avanti la famiglia tagliando pelli per scarpe proprio sotto casa, in via Milano al 16, mentre la madre accudisce i figli al terzo ed ultimo piano dello stesso edificio. Un cespuglio nero al posto dei capelli, due occhioni ancor più neri e un fisichino minuto e sgraziato ribattezzano subito il piccolo Luigi in Luigino.  

La morte del padre Emilio

• Nel 1945 un tumore si porta via papà Emilio all’età di 42 anni appena compiuti. Mamma Rosa decide di affittare la bottega del marito, unica fonte di reddito, e si mette a tagliare stoffa per cravatte per conto di un paio di industrie tessili della zona, trasformando il tinello di casa in un piccolo laboratorio. Alla sera Celestino e Luigino le danno spesso una mano prima di andare a letto.  

La scuola e i primi dribbling di Meroni

• Luigi dimostra subito di non avere molta passione per lo studio, tanto che durante gli anni delle scuole medie rimedierà alcune materie a settembre. Un feeling maggiore sembra averlo con il pallone. Il cortile di casa si trasforma ogni giorno in un campo da calcio dove l’ingresso della vecchia bottega di papà Emilio è la porta di uno stadio immaginario, i vasi di fiori sono le bandierine dei calci d’angolo e la biancheria stesa ad asciugare sui fili un ipotetico pubblico non pagante. Tutto in venti metri di lunghezza e altrettanti in larghezza. Mamma Rosa ha un bel daffare a trattenerlo in casa. Le ramanzine si sprecano, ma alla fine lui riesce sempre a strapparle un sorriso e il permesso di scendere in cortile con gli altri bambini. Tutti i giorni una corsa per le scale, inseguito dalla voce della mamma: “Non correre Luigino, vai piano. Diglielo anche tu, Celestino”.  

Meroni, l’oratorio e il debutto

• Alla fine delle partitelle, è solito raggiungere il vicino oratorio San Bartolomeo. Qui il campo è in realtà un campetto di terra battuta di proporzioni ridotte, dove le due porte, coi pali quadrati in legno, si guardano da una distanza di una settantina di metri. L’unicità del campetto sta nel fatto di trovarsi sotto il livello della strada, come fosse scavato dentro una conca, cinto da un muretto in cemento alto una ottantina di centimetri. Appoggiato a quel muretto scopre un mondo nuovo e fa la conoscenza, all’età di sette anni, di don Sandro Botta, il quale, preso a benvolere la famiglia Meroni, lo fa entrare nella Libertas, la squadra dell’oratorio gestita dal priore don Onorio Cairoli. Per accontentare la mamma, sempre in ansia per quel figliolo irrequieto, fa entrare in squadra anche Celestino. Pochi giorni dopo, i fratelli debuttano duettando in un’amichevole.  

Il piccolo Garrincha

• Al pubblico dei parrocchiani non ci vuole molto per riconoscere in Luigi il campioncino della squadra. La sua corsa caracollante, le sue finte, i tiri carichi d’effetto – mai di potenza-  ricordano Manoel dos Santos Francisco, detto Garrincha, l’ala destra per antonomasia. Scriverà anni dopo Gian Paolo Ormezzano: «C’era gente che andava allo stadio soltanto per vedere, gustare il suo dribbling». Anche don Giorgio Ratti sa riconoscere a vista d’occhio i giocatori più bravi. Così decide di dedicare del tempo a Luigi facendolo calciare con entrambi i piedi contro il muro e insegnandogli il cross e lo scambio coi compagni. Nasce il calciatore. A quindici anni Luigino è diventato Gigi.  

Meroni osservato speciale

• Le sue esibizioni superano ormai le mura oratoriane e quelle della stessa Como. La gente del calcio lo segue con attenzione e lo promuove tecnicamente. A lasciare dei dubbi è il suo fisico: tutte le relazioni che lo riguardano si concludono con la fatidica frase “tecnicamente bravo, ma ..”. Gli unici a non pensarla in questo modo sono alcuni osservatori dell’Inter, che l’hanno visto sotto la pioggia prender botte da un difensore durante un torneo. Così nel 1958 il club ambrosiano gli propone un contratto. Don Botta, don Cairoli, don Ratti si sentono in paradiso. Gigi, entusiasta, incontra i responsabili del Settore Giovanile nerazzurro firmando senza alcuna esitazione il cartellino. Non rimane che ottenere l’avallo di mamma Rosa la quale, saputo che il figliolo avrebbe dovuto recarsi due volte alla settimana a Milano per gli allenamenti, si rifiuta categoricamente di firmare. Neppure le rassicurazioni di don Cairoli sul fatto che per Gigi quella sarebbe stata l’occasione della vita e che l’Inter fosse una società di assoluto valore morale dove il ragazzo sarebbe stato seguito con la massima attenzione dagli istruttori le fanno cambiare idea.  

L’altra passione di Meroni, il disegno

• Gigi incassa la decisione superiore e riprende ad allenarsi in oratorio. Anzi, la sua creatività comincia a manifestarsi in un altro ambito, accettando un lavoro come disegnatore per tessuti e cravatte alla Dimex. Tutto lascia pensare che l’estro artistico si sarebbe manifestato in un altro settore.  

Al Como Gigi diventa Meroni II

• Nel frattempo nell’organizzazione della Libertas era entrato Livio Prada, uomo di calcio che a Como diventerà massaggiatore, accompagnatore e sostenitore di molti calciatori. Il dirigente non ha dubbi sulle qualità di Gigi e ne parla con gli amici del Como calcio, suggerendo ai tecnici di provarlo in coppia col fratello. Il provino va bene e i fratelli Meroni vengono destinati alle giovanili. Il problema è di nuovo convincere la mamma. Prada, conoscendo come erano andate le cose con l’Inter, suggerisce ai dirigenti di studiare una formula convincente di ingaggio, che lui stesso presenta alla signora Rosa: Gigi sarebbe stato retribuito con 15 mila lire al mese, mentre per Celestino il vicepresidente del Como Giorgio Perlasca si dichiara disposto ad accoglierlo nel suo studio di commercialista garantendogli l’assunzione a titolo definitivo una volta completati gli studi di ragioneria. In sostanza, si tratta di un impegno quasi totale nel calcio per Gigi e un impiego sicuro per il fratello. È soprattutto  la sistemazione di quest’ultimo a convincere la donna. Rosa pensa ancora che la passione di Gigi per il pallone sia un colpo di testa, ma visto che Como è vicino a casa e lei può vigilare sui comportamenti del figliolo, acconsente. E firma. Da quel momento Celestino è Meroni e Gigi diventa Meroni II. Nelle giovanili Gigi viene inizialmente schierato all’ala sinistra per poi accentrarsi talvolta come centravanti, infine diventa l’ala destra più forte della categoria, tanto che due sono le formazioni del Como che se lo contendono: la domenica gioca con la Primavera e il mercoledì con la De Martino.  

L’esordio in prima squadra di Meroni

• La società lariana, archiviato il passaggio in Serie A con la retrocessione del 1953, vive senza ambizioni la quieta realtà di squadra provinciale. Il direttore sportivo Giulio Cappelli, ex Inter, pensa a far crescere un vivaio che permetta di vendere giocatori e avere sempre bilanci floridi. Ad allenare la prima squadra c’è Giuseppe Baldini detto “Pinella”, classe 1922, ex centravanti di Fiorentina e Sampdoria. È lui a far esordire Gigi con la prima squadra il 14 maggio 1961, in un quasi spareggio per non retrocedere contro il Verona (Como - Verona 1-2) e ad aggregarlo definitivamente alla prima squadra nella stagione successiva, dove esordisce il 22 ottobre 1962 segnando contro il Napoli (1-1). Nella stagione 1961-1962 il Como evita la retrocessione solo all’ultima giornata, battendo in casa il Brescia per 1-0. Gigi disputa in campionato 23 partite segnando solo 3 gol (al Napoli, al Monza e al Parma), ma convincendo quasi tutti che la sua classe è di categoria superiore.  

Meroni al Genoa Cricket and Football Club

• Nonostante la stagione convincente, le remore nei suoi confronti dipendono sempre dal suo fisico minuto (l’altezza non supera il metro e 72 e il torace è così esile che pare di cartavelina) e dalle poche reti segnate. Un osservatore “privilegiato” sembra però non avere dubbi sul suo talento cristallino. Si tratta del terzino Livio Fongaro, vecchia gloria dell’Inter e giocatore del Genoa, che proprio l’anno precedente si è trovato Meroni da avversario diretto: «Coltivino pure i loro dubbi i talent scout della penisola. Io vi dico che quel ragazzo farà molta strada». La dirigenza genoana gli dà retta e fa l’affare: per trenta milioni in due rate Gigi Meroni a 19 anni e due sole stagioni in serie B diventa un giocatore della più antica società italiana di calcio. La notizia gli arriva mentre è in vacanza a Riccione, durante la quale si è molto dedicato ad ammirare le turiste straniere: «A proposito – scrive tra l’altro al fratello Celestino il 6 luglio 1962 – avevi ragione; qui è pieno di tedeschine molto carine e poi dicono che il meglio deve ancora arrivare (speriamo)». Sa bene che la maglia da titolare dovrà sudarsela: la squadra è stata in estate rinforzata comprando giocatori esperti come Carlo Galli, Germano e Almir, che assieme a Bean, Firmani e Occhetta rappresentano agli occhi di Gigi miti sognati nelle giovanili del Como ai quali inizialmente dare del “lei”. A Genova arriva sulla sua seicento azzurrina targata Como e si mette in un angolo ad osservare ammirato i compagni giocare a carte e a boccette. Non fuma, è astemio e alla sera va a letto presto. Più che a un calciatore fa pensare ad un morigerato chierichetto in gita premio.  

L’esordio in Serie A di Meroni

• L’esordio nel secondo tempo in amichevole il 23 agosto 1962 contro l’Inter (1-1) fa scrivere alla Gazzetta: «Vale la pena di segnalare la prova dell’ala destra Meroni, Un ragazzino in gamba che potrebbe conquistare la maglia da titolare». Maglia da titolare che indossa per la prima volta il 10 settembre 1962, nella gara di Coppa Italia in trasferta contro l’Udinese. La partita finisce 0-3 per il Genoa: ai primi due gol segnati da Galli e Fongaro, segue l’ultimo di Gigi, un tiro all’incrocio dei pali. Alla fine della gara può finalmente rivolgersi ai compagni dando loro del “tu”. Il debutto in campionato avviene il 1 novembre del 1962. Al Luigi Ferraris di Marassi è di scena l’Inter di Herrera, che quel giorno fa debuttare il brasiliano Jair Da Costa, “il giaguaro” di tante vittorie a venire. Proprio la prestazione dell’interista, in gol dopo appena due minuti, oscura la bella gara di Gigi. La partita termina 3-1 per i nerazzurri e la stampa sportiva non manca di far notare all’allenatore genoano di aver schierato all’ala destra un peso piuma. I tifosi della Gradinata Nord mostrano invece di aver apprezzato i numeri fatti vedere dal ragazzo e lo salutano all’uscita dal campo con un caloroso applauso. Nasce “U Meruni”, quello che per due stagioni diventerà l’idolo della Nord. Nonostante la “promozione” della Gradinata, Gigi rientra di nuovo fra le riserve, mentre la squadra precipita in fondo alla classifica e l’allenatore Gei viene esonerato. Al suo posto, Lino Bonilauri, tecnico delle giovanili. Il 5 maggio 1963, contro il Lanerossi Vicenza Meroni viene schierato all’ala destra con licenza di offendere. Sono novanta minuti di finte, dribbling e tiri velenosi, un rasoterra dei quali finisce alla sinistra del portiere Luison. La Nord impazzisce di gioia e lui corre incontro al pubblico alzando le braccia al cielo. Firmani fissa il risultato sul definitivo 2-0: per il Genoa vuol dire quasi salvezza, salvezza che il 26 maggio diventa certa con l’1-0 inflitto al Bologna (gol di Galli).  

L’incontro con Cristiana, la ragazza del luna park

• Gigi comincia a subire il fascino di “Zena”, a frequentare il bar della Foce, ritrovo di giostrai, gente dello spettacolo e dei calciatori delle due squadre della città, e a far colazione al Caffè Bruno, di fronte al ristorante Mentana dove cena coi compagni. Qui un giorno sente la porta d’ingresso che si apre e d’istinto alza lo sguardo. Una ragazza alta e bionda si avvicina lentamente al bancone. Bruno, compreso l’imbarazzo del ragazzo, gli dice: “Voglio presentarti Cristiana. Ha uno stand al Luna Park che hanno allestito su corso Italia. Da lei si spara con la carabina: chi fa centro si ritrova fotografato”. “Ma si può sparare anche ai palloncini e vincere un pupazzo oppure spezzare il filo che regge la bottiglia di spumante”, aggiunge sorridendo la ragazza. Gigi è in bambola, letteralmente ipnotizzato. Quella ragazza giovane e sfacciata si chiama Cristiana Uderstadt. È nata nel 1944 a Padkonisdorf, in Polonia, dove la madre Elvezia aveva sposato in prime nozze un italiano di nome Arnone. La madre si era poi risposata con il giostraio Emilio Pilucchi, dal quale aveva avuto un altro figlio, Fulvio. Madre e figlia sono due straordinarie imbonitrici e il loro stand è sempre molto affollato di presenze maschili attratte dalla loro bellezza: sparare con la carabina non è che un pretesto per avvicinarle. Il giorno in cui Gigi si presenta allo stand, prende una carabina e tenta la foto. Al primo colpo non ce la fa. Riprova, e finalmente il flash scatta, forse azionato con gesto furtivo da Cristiana. Siamo alla fine del ’62. I due cominciano a frequentarsi. All’inizio del ’63 Gigi lascia l’appartamento di via Zara che divide con il compagno di squadra Ratti per trasferirsi in una bella casa a Nervi. Restituisce anche la sua seicento alla commissionaria Fiat e acquista una MG spider per vivere con Cristiana l’estate in riviera. E invece, a sorpresa, lei parte e se ne va a Lugo di Romagna a far da comparsa in Boccaccio 70, un film ad episodi curato da Cesare Zavattini. Uno di questi episodi, “La riffa”, diretto da Vittorio De Sica, ha come protagonista Sofia Loren e si svolge all’interno di un luna park. La sua bellezza fa perdere la testa all’aiuto regista, che le chiede di sposarlo. Benché innamorata di Gigi, lei acconsente. Il matrimonio dura pochi mesi, dopo i quali lei ritorna a Genova.  

La consacrazione di Meroni

• La stagione successiva per Meroni è quella della sua consacrazione. Il 29 novembre 1963 arriva la prima doppietta contro la Fiorentina e la convocazione nella Nazionale olimpica. Il 3 maggio 1964 l’ultima di campionato prevede Genoa - Juventus. Gigi teme di ricevere la convocazione per la Olimpica, quindi di non poter trascorrere l’estate in compagnia di Cristiana. Ne parla in questi termini con il suo nuovo allenatore Santos: “Senta facciamo così. Io le prometto che giocherò un partitone, ma a qualche minuto dalla fine farò finta di accusare una botta a una gamba e lei mi farà uscire dal campo. Così tutti vedranno che mi sono infortunato e non mi convocheranno”. Detto, fatto. La Juventus viene strapazzata per 3-1 e Gigi fa ammattire per tutta la partita Sarti e Leoncini, i due giocatori che presidiano la sua fascia. A cinque minuti dal termine della gara, va a cercarsi un tackle con il primo bianconero che transita da quelle parti e si accascia a terra, venendo sostituito. Alla sera si allontana dallo stadio felice, saltellando. Quell’estate con Cristiana trascorre con la curiosità di sapere dove avrebbe giocato la stagione successiva. Molte erano le squadre che si erano accorte di lui e che se lo contendevano a suon di milioni. Quel Genoa doveva far cassa: nel giro di dieci giorni il suo nome viene associato alla Juventus, all’Inter, al Bologna scudettato, al Torino e alla Fiorentina. Alla fine la volontà del nuovo presidente del Toro Orfeo Pianelli ha la meglio sulle contendenti. Per 300 milioni di lire (all’epoca una cifra record per un giocatore di soli ventuno anni) Meroni diventa un giocatore del Torino. I tifosi del Genoa, pur di evitare il trasferimento del loro beniamino, danno l’assalto alla sede della società. L’ allenatore Santos interrompe le ferie e muore in un incidente stradale prima di raggiungere Genova. Gigi sente, forse per la prima volta, la paura di essere arrivato troppo presto in una grande piazza «So che dovrò dare tutto per ripagare il presidente Pianelli che ha speso tanto per un ragazzino come me e vi assicuro che qualsiasi sacrificio lo farò. Ai tifosi chiedo solo di avere pazienza. Da parte mia ce la metterò tutta. Se per caso dovessi fallire, non me ne vogliano» (dalla prima intervista a Meroni in maglia granata di Roberto Baruffaldi di Tuttosport).  

Meroni alla corte del Paròn

• A Torino Gigi si sistema in una mansarda in piazza Vittorio Veneto. Una mansarda spoglia e senza riscaldamento. Grazie all’aiuto dei compagni Poletti e Lido Vieri e le conoscenze del giornalista e pittore Mario Castagneti, rimedia al freddo con una stufetta elettrica e acquista dagli antiquari della zona i primi mobili. I viaggi a Genova finiscono il giorno in cui entra a far parte del clan i cui capi carismatici sono l’allenatore Nereo Rocco, detto Paròn, e don Francesco Ferrando, un omone che prima di diventare prete era stato nella Marina militare. Alla sera, i due “capi” riuniscono il gruppo al ristorante Urbani di via Saluzzo. Qui Meroni e Poletti non riescono a stare seduti più di mezz’ora. Poletti ha il compito di recuperare un cospicuo numero di gettoni per permettere a Gigi di telefonare a Cristiana. Sono telefonate interminabili. Una sera Poletti non riesce a rimediare la quantità di gettoni che serve a Gigi. Questi, infuriato, gli dice: “Basta, non posso vivere così. Mando un telegramma e la faccio venire a Torino”. “E con il Paròn come facciamo?”, domanda Poletti. “Gli dirò che è mia sorella, poi vedremo”, la risposta di Gigi.  

La convocazione di Meroni in Nazionale

• Il Torino del 1964-’65 macina punti, rifila un tondo 5-0 (l’ultimo gol è di Meroni) al Bologna campione d’Italia e si piazza al terzo posto, miglior risultato granata dopo Superga. La stagione successiva frutta al Toro il debutto nelle Coppe europee (in Coppa delle Coppe) e un decimo posto finale in campionato. Nel 1966 arriva per Gigi anche la convocazione con la Nazionale maggiore in vista del Mondiale inglese dello stesso anno. Commissario unico del Club Italia è Edmondo Fabbri. A causa della sua accesa rivalità con Herrera, Fabbri aveva rinunciato in Nazionale al blocco dell’Inter, attirandosi molte critiche dalla stampa e dalla Federazione. È però la stessa Federazione ad alimentare speciosamente una campagna stampa nei confronti dell’ “adultero” Meroni, accusandolo di dare un’immagine negativa dell’Italia! “Deve tagliarsi i capelli, in caso contrario, niente Nazionale”, sentenziano alcuni dirigenti e molti benpensanti. “Credo di aver dimostrato di essere capace a fare gol anche con i capelli lunghi”, risponde a caldo Gigi. Il presidente Pianelli, che sulla sua relazione con Cristiana si era già esposto pubblicamente in sua difesa, gli consiglia paternamente di andare dal barbiere “Tanto i capelli ricrescono in fretta”. Risultato: Meroni si presenta un po’ spelacchiato al raduno azzurro. Al Mondiale giocherà una sola partita (Urss – Italia 1-0), ma qualche giornalista riuscirà ad addossargli la responsabilità della fallimentare spedizione italiana. Sarà questa la sua unica partita ufficiale in Nazionale, mentre le altre cinque erano state tutte amichevoli (con due gol, uno alla Bulgaria e uno all’Argentina).  

Da U Meruni a Merùn

• Passate le polemiche “mondiali” Gigi in compagnia di Cristiana, che lo ha definitivamente raggiunto nella mansarda di via Veneto, sembra aver ritrovato la serenità. Torna a dipingere e a disegnare e tagliare personalmente i suoi abiti. Nella stagione 1966-67 il Torino non va oltre il settimo posto in campionato. Gigi però incanta sempre di più con le sue strabilianti giocate, risultando alla fine del torneo anche il capocannoniere della squadra con nove reti. Il 12 marzo 1967 un suo gol capolavoro - un pallonetto a scavalcare il portiere dell’Inter Sarti - porta il Torino in vantaggio a San Siro. Al suo gol si aggiunge pochi minuti dopo quello di Puia. Il gol di Bicicli non basta alla squadra milanese per pareggiare. Il Toro torna a vincere dopo quattro anni contro i nerazzurri a Milano, dove l’Inter di Herrera non perdeva da tre anni. Al gol di Meroni tutto lo stadio si alza in piedi ad applaudire, compreso Rocco, squalificato. Il paròn alla fine dell’incontro corre in campo ad abbracciare “quel mona di beat”. La sera arriva a Gigi un telegramma: «Gol fantastico, complimenti». Firmato, Sandro Mazzola. Nell’estate ’67 l’ipotesi che la farfalla granata venga ceduta all’altra sponda del Po scatena una massiccia protesta popolare. Agnelli capisce che non è il caso di insistere, e Meroni rimane al Toro.  

L’ultimo dribbling della farfalla granata

• L’ultima partita di Meroni è uno spettacolare 4-2 alla Sampdoria. Proprio quella vittoria permette ai giocatori di avere la libera uscita serale. Sono le nove passate, a Torino pioviggina, e Gigi in compagnia dell’amico Fabrizio Poletti attraversa corso Re Umberto fermandosi sulla linea di mezzeria. Dalla periferia arriva un auto che gli fa fare istintivamente un passo indietro proprio nel momento in cui dalla direzione opposta sopraggiunge una Fiat 124 che, sfiorando Poletti, lo prende in pieno scaraventandolo sulla corsia opposta, dove una Lancia Appia trascina il corpo per una cinquantina di metri. Alla guida della Fiat c’è un diciannovenne di nome Attilio Romero, tifoso granata che nel 2000 diventerà presidente del Torino. «Parliamo spesso di destino senza saperne il perché, né che cosa sia. È la determinazione prestabilita ed immutabile degli avvenimenti. Una potenza superiore che regola gli eventi futuri, in maniera totale e fatale. È un punto di arrivo (…) Gigi Meroni ha pagato a caro prezzo quella vittoria netta ottenuta anche grazie a lui contro la Sampdoria. Avessimo perso o semplicemente pareggiato, quella domenica sera saremmo rimasti in ritiro, come d’abitudine. Edmondo Fabbri fece uno strappo alla regola. Volle premiarci facendoci raggiungere le nostre famiglie. Tornando a casa Gigi trovò la morte: destino beffardo» [Aldo Agroppi, A gamba tesa, Armenia 2005, p.148].  

I funerali di Meroni

• Il 17 ottobre 1967 più di ventimila i torinesi danno l’ultimo saluto al ragazzo “con la maglia numero 7”. A celebrare don Ferrando, il cappellano del Toro, nonostante l’ostracismo della Diocesi di Torino che si era opposta al funerale religioso (Cristiana non aveva ottenuto l’annullamento dalla Sacra Rota del suo matrimonio e il divorzio non era ancora stato introdotto in Italia).  

Il derby per Meroni

• Il 22 ottobre 1967 si gioca il derby della Mole. Dopo 7 minuti il Toro è già sul 2-0 grazie ad una doppietta di Nestor Combin, il “gemello Indio” di Gigi, che nella ripresa farà tris. Il clamoroso 4-0 finale è opera di Alberto Carelli, che al 67’ insacca indossando la maglia granata numero 7. Per il Torino questo è tuttora il derby vinto con più goal di scarto.  

Il sepolcro di Meroni violato e poi rifiorito

• Due mesi dopo la sua morte un folle ne profanò la tomba, aprendo la salma e asportando il fegato, che consegnò qualche giorno più tardi a un commissariato: «Non potevo credere che Meroni fosse morto, ho dovuto accertarmene». Il 24 febbraio di ogni anno Cristiana ha continuato per anni a portare fiori sulla tomba di Gigi nel giorno del suo compleanno «È stato un amore intenso, grande. Un amore speciale. Talmente speciale che forse non poteva che durare così poco» (Cristiana U.).  

Gli omaggi a Gigi Meroni

• Nel 1999 il gruppo piemontese degli Yo Yo Mundi ha pubblicato la canzone Chi si ricorda di Gigi Meroni? (compresa nell’album intitolato L’impazienza). Il 15 ottobre 2007, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, il Comune di Torino ha inaugurato una stele commemorativa nel punto esatto in cui avvenne il tragico incidente. Nel 2010 la casa editrice Becco Giallo ha pubblicato il fumetto di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti Gigi Meroni. Il ribelle granata. Il 14 ottobre 2013 il programma di Rai 3 Sfide ha ripercorso la sua vicenda umana e calcistica nella puntata intitolata Gigi Meroni: quando un dribbling è più bello di un gol. A novembre dello stesso anno Raiuno ha trasmesso il film tv La farfalla granata, regia di Paolo Poeti. A Meroni è intitolato il Campo comunale di Albate (ora centro sportivo), a Como. Molti sono i club sportivi che portano il suo nome.  

Videografia consigliata

Gigi Meroni – Il ragazzo che giocava un altro gioco (puntata de La Storia siamo noi); Gigi Meroni: quando un dribbling è più bello di un gol (puntata di Sfide); La farfalla granata (Film tv di Paolo Poeti, con Alessandro Roja nel ruolo di Meroni); Chi si ricorda di Gigi Meroni? (Videoclip della canzone degli Yo Yo Mundi).  

Fonti

• Sergio Barbero, Gigi Meroni. Il ragazzo che amava i Beatles e i Rolling Stones, Torino, Graphot 2007; Nando dalla Chiesa, La farfalla granata, Arezzo, Limina 1995; Marco Innocenti, Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze, Milano, Mursia 2008; Marco Peroni e Riccardo Cecchetti, Gigi Meroni. Il ribelle granata, Padova, Becco Giallo 2010. Pierluigi Comerio, Gigi Meroni. Una vita a tuttocampo, Como, Pozzoni Fotoeditore 2013 (il libro contiene un cd con la canzone “Gigi Meroni” cantata dal cantautore Luca Ghielmetti); Gian Paolo Ormezzano, La Stampa 11/11/1995; Gigi Garanzini, La Stampa 24/2/2003.