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Domenica 16 novembre 1919
I padroni d'Italia

Il Re è Vittorio Emanuele III

Il Presidente del Senato è Adeodato Bonasi

Il Presidente della Camera è Giuseppe Marcora

Il Presidente del Consiglio è Francesco Saverio Nitti

Il Ministro degli Interni è Francesco Saverio Nitti

Il Ministro degli Esteri è Tommaso Tittoni

Il Ministro di Giustizia e affari di culto è Ludovico Mortara

Il Ministro delle Finanze è Francesco Tedesco

Il Ministro del Tesoro è Carlo Schanzer

Il Ministro della Guerra è Alberico Albricci

Il Ministro della Marina è Giovanni Sechi

Il Ministro dell’ Istruzione pubblica è Alfredo Baccelli

Il Ministro dei Lavori Pubblici è Edoardo Pantano

Il Ministro dell’ Agricoltura è Achille Visocchi

Il Ministro di Industria, commercio e lavoro è Dante Ferraris

Il Ministro dei Trasporti marittimi e ferroviari è Roberto De Vito

Il Ministro di Turismo e spettacolo è Luigi Rossi (senza portafoglio)

Il Ministro delle Armi e munizioni è Ugo Da Como (senza portafoglio)

Il Ministro degli Approvvigionamenti è Cesare Nava (senza portafoglio)

Il Direttore generale della Banca d’Italia è Bonaldo Stringher

Il Presidente della Fiat è Alessandro Marangoni

L’ Amministratore delegato della Fiat è Giovanni Agnelli

Il Segretario Politico del Partito Popolare Italiano è Don Luigi Sturzo
I padroni del mondo

Il Papa è Benedetto XV

Il Presidente del Federal Reserve System è William P. G. Harding

Il Re del Regno Unito è Giorgio V

Il Premier del Regno Unito è David Lloyd George

Il Presidente del Consiglio dei ministri francese è Georges Clemenceau

Il Presidente della Repubblica francese è Raymond Poincaré

Il Presidente del Reich tedesco è Friedrich Ebert

Il Cancelliere del Reich tedesco è Gustav Bauer

Il Presidente degli Stati Uniti d’America è Thomas Woodrow Wilson

Il Re di Spagna è Alfonso XIII
  • DAI GIORNALI
    DI OGGI
Elezioni politiche
• Rilevante successo socialista (32,4%, passa da 53 a 156 seggi) e del Partito popolare (20,6%, 100 seggi); liberali e democratici, che disponevano di 310 rappresentanti, ottengono 179 mandati. I fascisti, presentatisi a Milano con una propria lista, non eleggono alcun candidato. [Franzinelli1-Pavone]
I fascisti perdono
• Totale l’insuccesso dei fascisti (che non riescono a portare alla Camera nemmeno un loro rappresentante) alle prime elezioni del dopoguerra. Il Psi diventa invece il primo partito italiano: raccoglie il 32,1 per cento dei voti e riesce a far eleggere 156 deputati. Hanno votato 5.793.507 elettori pari al 56 per cento degli aventi diritto. [Antonio Di Pierro]
Giacomo Matteotti deputato
• Alle elezioni politiche, le prime con il sistema proporzionale invece che il maggioritario, al collegio di Rovigo-Ferrara è un trionfo dei socialisti. Prendono il 70,1% dei voti, contro del 32,3% della media nazionale, mandando a Roma sei parlamentari. Il Polesine si rivela la provincia più rossa d’Italia. Matteotti, secondo nella graduatoria delle preferenze, entra in Parlamento. [Romanato 2011]
Italia alle urne, socialisti primo partito
• L’Italia vota per il rinnovo della Camera dei deputati. Grande mobilitazione delle forze dell’ordine: si teme che in qualche caso le elezioni possano essere fatte oggetto di coartazione o violenza. Forte affermazione di socialisti (primo partito) e popolari, scarsa tenuta dei liberali. «Per la prima volta, le coalizioni di forze, di movimenti e di gruppi liberali che aveva avuto per decenni la responsabilità del governo del Paese subì una netta sconfitta e perse, dopo oltre mezzo secolo, la maggioranza alla Camera a favore dei due partiti modernamente organizzati». [Emmanuela Zuffo]

• Le schede possono essere consegnate dai simpatizzanti dei partiti fino all’ingresso del seggio. «I galoppini cattolici, la domenica del voto, aspettarono i fedeli all’uscita della messa, per dar loro le schede pochi minuti prima che si recassero alle urne. Dal canto loro, i socialisti incaricarono, per diffondere le schede dei loro candidati, giovani donne avvenenti ornate con garofani rossi». [Zuffo]
Quasi sei milioni di votanti, forte anche l’astensione
• Il numero dei votanti è il più alto mai raggiunto in una consultazione elettorale dall’Unità in poi (si recano alle urne 5.793.507 elettori), ma è anche molto alto l’astensionismo, soprattutto nei centri urbani. Nel collegio di Roma vota il 29,7% nel centro urbano, il 60,4% nel resto del collegio. Affluenza alle urne pari al 56,6%: bisogna tornare al 1892 per trovare un dato così elevato. «Immediatamente sulla stampa si grida all’astensionismo della borghesia, demotivata di fronte a un sistema elettorale che privilegia i partiti organizzati. […] L’astensione, invertendo una tendenza classica dell’Ottocento, si rivela più alta nei collegi del Sud: in Sicilia si ha la punta massima con una partecipazione del 44,5%». [Piretti 1995]
La nuova Camera
• I partiti, la percentuale di voti ottenuti e i seggi assegnati alla Camera dei deputati per la XXV legislatura:
Partito socialista ufficiale 32,3% - 156
Partito popolare 20,5% - 100
Liberali, democratici, radicali  15,9% - 96
Partito democratico 10,9% - 60
Partito liberale 8,6% - 41
Partito dei combattenti 4,1% - 21
Partito radicale 2,0% - 12
Partito economico 1,5% - 7
Partito socialista riformista 1,5% - 6
Partito repubblicano 0,9% - 4
Partito socialista indipendente 0,6% - 1
Il Partito popolare corre da solo, nessun seggio ai Fasci
• Il Partito popolare è sceso in campo per la prima volta da solo, presentando le proprie liste in tutti i collegi (tranne tre). «Le 51 liste presentate avevano tutte lo stesso simbolo: lo scudo crociato con il motto “Libertas”, emblema degli antichi comuni lombardi, che ricordava le Crociate». [Zuffo]

• I Fasci di combattimento di Benito Mussolini a Milano ottengono meno di 5.000 voti su un totale di circa 270.000 suffragi: troppo poco per conquistare un seggio.
Una nuova classe politica
• «Dei 508 candidati proclamati eletti sette risultarono vincitori in due collegi. Di conseguenza i deputati furono 501. Di costoro 304 erano assolutamente nuovi alla Camera, 23 erano già stati deputati in precedenti legislature ma non nell’ultima, 174, infine, erano deputati uscenti». [Zuffo]

• Nella nuova Camera siedono fra gli altri: 215 avvocati, 63 tra professori e insegnanti, 34 pubblicisti, 26 ingegneri e architetti, 22 medici, 16 agricoltori, 9 industriali, 5 militari, 4 operai non specializzati, 4 commercianti, 3 metallurgici, 3 banchieri, 2 muratori, 1 calzolaio, 1 bidello di scuola.

Giovedì 19 gennaio 2017
DAI GIORNALI DI OGGI

Le Elezioni Politiche del 1919

- Il 1919 fu l’anno decisivo della storia italiana, e forse per le ripercussioni che avrebbe generato negli anni a seguire, anche per l’Europa. Prima di descrivere le infuocate giornate di novembre, durante le quali il Paese entusiasmato dalla recente vittoria e dalla spaventosa crisi economica che si stava profilando all’orizzonte, bisogna ricordare che il Parlamento, che dal 1861 in poi aveva retto i destini dell’Italia, nel breve periodo della Grande Guerra, aveva cambiato governo, con crisi, dimissioni e scandali finanziari ben cinque volte. Tutte le crisi, quasi in una consolidata prassi politica, si erano risolte o con un rimpasto oppure con la nomina di un nuovo Presidente del Consiglio all’interno del partito liberale, ma mai con elezioni anticipate!

Nel 1912, Giolitti, il grande traghettatore, il "Ministro della Malavita" e forse il più avanzato riformatore liberale, concluse la sua riforma elettorale, concedendo  il diritto di voto a tutti i cittadini maschi sopra i trent’anni oppure a quelli che avessero conseguito la licenza elementare o il servizio militare. La legge fu il frutto delle richieste che i primi padri del socialismo italiano, Treves, Turati ed altri avevano espresso in Parlamento. Giolitti allora per la sua camaleontica capacità di trovare l’accordo concesse a questi la riforma elettorale, convinto che la prassi del voto di scambio e del favore, avrebbero sempre prevalso sulla coscienza degli elettori.

Questo ragionamento avrebbe potuto funzionare mantenendo le masse contadine e operaie soggette al partito dominante per mezzo della dipendenza economica dalla borghesia, ma la Guerra, quella che per quattro anni si combatté sul Carso, sul San Martino, sul Nevoso, spezzò quei legami sui quali si erano fondati i rapporti di produzione e di classe fra borghesia e proletariato. Non si può biasimare Giolitti, ed anzi accusarlo di miopia politica, visto che fin da subito si disse contrario all’intervento contro il "gigante dai piedi d’argilla" l’Impero Austro-Ungarico, il golem dei liberali e radicali italiani, poiché la scelta dell’intervento non gli appartenne.

Fatto sta che con questi eventi alle spalle, nei primi giorni di novembre del  ’19 si presentarono una serie di formazioni politiche che mai si erano viste, assieme ai “classici”: il Partito Socialista, il partito del non  intervento, della pace e del proletariato italiano, condotto da Filippo Turati e dal giovane Gramsci; Il Partito Popolare, la grande novità del secolo, il primo partito politico cattolico, l’antenato della DC, guidato da un prete siciliano Don Sturzo, che non intendeva scendere a patti coi liberali. L’estesissima galassia del "Partito Liberale" mai veramente partito politico, ma comitato elettorale (diviso in 5 liste) dell’alta borghesia italiana; il Partito dei Combattenti, composto da reduci della guerra che si presentarono nella speranza di risolvere il problema del reinserimento degli ex-combattenti nella vita attiva; Il Partito Socialista Riformista, fondato nel 1912, da Leonida Bissolati, socialista riformista, dopo l’espulsione di questo dal PSI per opera del "Mussolini rivoluzionario" accanito avversario, assieme al compagno Nenni, della guerra di Libia.

Nell’agitazione generale di quei giorni i liberali che avevano condotto vittoriosamente la guerra (oltre 650.000 morti e un milione di feriti) erano convinti che le forze conservatrici, che avevano concluso la "IV guerra d’indipendenza"  come amavano ripetere nell’illusione di riunirsi ai padri risorgimentali, avrebbero trionfato sul "disfattismo bolscevico" che serpeggiava da qualche tempo (due anni prima era scoppiata la rivoluzione d’Ottobre, e da qualche mese quella d’Ungheria).  Fu questo errore di valutazione da parte dei liberali, che non s’erano accorti o avevano fatto finta di nulla, di fronte all’occupazione delle terre, diretta conseguenza del carovita (+560% dal 1914 al 1919) che travolse tutti i propri progetti:

il 27 quando i dati delle elezioni furono definitivi, si aprì la XXIV legislatura del Regno, che vide l’ingresso in Parlamento di: 100 deputati cattolici, 156 deputati socialisti e 180 delle diverse tendenze liberali. L’Italia delle maggioranze parlamentari, degli accordi sottobanco e del "monocolore" liberale era finita per sempre. Si era aperta la strada all’Italia dei partiti moderni e di massa, articolati in sedi distaccate, cooperative agricole, leghe contadine, case del popolo ecc.

Il significato profondo di questa tornata fu forse più inquietante dello stesso risultato elettorale, gli uomini del non intervento (popolari) e dell’antiguerra (socialisti) avevano avuto la maggioranza assoluta, testimoniando non solo che l’azione politica liberale aveva esaurito (come da preludio ad una nuova era) la sua spinta propulsiva, ma che la guerra, della quale le elezioni politiche del ’19 fu diretta conseguenza, aveva modificato, non solo economicamente la Penisola e le classi sociali basse, ma la stessa percezioni che queste avevano di sé.

L’incapacità dei liberali, che per mantenere il governo si accordarono con Don Sturzo, si manifestò con l’enorme instabilità del Paese dopo queste elezioni, e con il sorgere, spinto dalla borghesia e dal ceto medio, non più "protetto" dalla classe politica rinnovata, del fascismo. Si può dire a ragion di causa non solo che il nascente fascismo (che nel ’22 avrebbe raggiunto il potere) fu frutto della guerra, ma che questo insieme al mutato scenario politico fu l’inizio per l’Italia del suo "secolo breve".


C.R. 12-3-2011






















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