Muore Giovanni Carnovali detto il Piccio
5 luglio 1873 Muore Giovanni Carnovali detto “il Piccio” (1804 - 1873) – “L’Ultimo Romantico, il Primo Impressionista”
autoritratto Il Piccio «
fu quasi certamente il più grande pittore dell’Ottocento italiano e sicuramente il maggiore degli artisti lombardi di quel secolo». Così Piero Chiara, profondo conoscitore nonché estimatore di Giovanni Carnovali, scriveva di lui sul Corriere della Sera del 10 agosto 1973. Un’opinione, la sua, condivisa da buona parte della critica d’arte del Novecento, unanime, da Caversazzi a Valsecchi passando per numerosi altri, nell’evidenziare il valore di un autore che, benché troppo a lungo ignorato dal grande pubblico, una volta conosciuto «
rapisce il consentimento come una potente dolce malia».
Nato a Montegrino Valtravaglia (Va) il 29 settembre 1804, a soli otto anni si trasferì con il padre ad Albino (Bg), presso l’abitazione dei Conti Spini, ai quali pare sia da attribuire quel vezzeggiativo di “Piccio” (in dialetto bergamasco “piccolo”) divenutone poi soprannome e firma delle sue opere. Fu in particolare la Contessa Spini, cui il Carnovali dedicò uno splendido e realistico ritratto, quasi caricaturale, ad avere a cuore le sorti del giovane ospite e che, accortasi del suo talento nel disegno, ne chiese ed ottenne l’ammissione alla Scuola di Pittura dell’Accademia Carrara di Bergamo.
Era il 1815 ed il Piccio aveva soltanto undici anni. Un paio d’anni dopo, l’allora Direttore dell’Accademia Giuseppe Diotti, parlava in questi termini del suo allievo: «…
io predico che se costui spiegherà nell’immaginazione i medesimi talenti che nell’imitazione dimostra, diverrà non già un artista bravo, ma straordinario…». Terminati nel 1820 gli studi in Accademia, iniziò subito a lavorare alle committenze di famiglie facoltose, spostandosi in particolare nell’area tra Bergamo e Cremona, dimostrando tuttavia ben presto quell’inclinazione alla sperimentazione che lo avrebbe portato, attraverso gli anni, ad una chiara evoluzione della sua pittura. Nella sua produzione artistica troviamo un gran numero di ritratti di amici mecenati, quali i Conti Spini, i Farina, i Tasca, i Marini e di tanti altri personaggi che lo stimarono. In questi ritratti l’artista, con intuizione romantica, propose un modello pittorico intimistico, non celebrativo come voleva la tradizione neoclassica.
Presente con un suo studio a Milano, fin dal 1836, il Piccio visse il fermento artistico della zona di Brera, nutrendosi di confronti e suggestioni che accelerarono la rottura dei moduli iconografici tradizionali e l’introduzione di un movimento di linee e colori che lo resero Romantico per eccellenza, nonché sicuro precursore della Scapigliatura lombarda e l’impressionismo.
Oltre ai numerosi ritratti, copiosa è anche la sua produzione di disegni, a matita e carboncino, che forse meglio di ogni altra opera danno la misura del tratto raffinato, estremamente moderno e slegato dai vincoli scolastici del periodo, capace peraltro di restituire con delicata e soave armonia le suggestioni paesaggistiche di cui egli subiva, quasi impotente, il fascino. Soggetti prediletti di questi disegni sono infatti scorci e vedute naturalistiche, animati da piccole figure, che testimoniano il legame profondo che il Piccio aveva con la natura, rivelando al contempo l’animo un po’ selvaggio e schivo di un uomo che amava le lunghe camminate a piedi (diversi i racconti sui suoi viaggi attraverso l’Italia e, si dice, sino a Parigi) ed ancor più le nuotate nei fiumi. Celebre al riguardo l’aneddoto che lo descrive sempre con un ombrello al braccio, che usava proprio quando si immergeva nel fiume, aprendolo per riporvi gli abiti e trascinarlo con sé nell’acqua, così da non dover poi risalire a riva sin dove si era tuffato. Tra le sue opere più conosciute possiamo citare, oltre i numerosissimi ritratti dei suoi mecenati e delle loro famiglie, una serie di volti femminili “Le Flore” emblema di una bellezza reale e sognata, alcuni splendidi paesaggi “en plein air”, varie rappresentazioni su tela di fatti legati alla mitologia, alla storia, alla bibbia. Il suo capolavoro è considerato la Pala di
“Agar nel deserto”, oggi custodita presso la Basilica di Alzano Lombardo, in cui il Piccio riesce ad esprimere, con maestria ineguagliabile, il sentimento dei personaggi attraverso la tecnica coloristica dominata dalla luce. Non possiamo infine dimenticare una copiosa serie di Autoritratti che ci offrono l’evoluzione dell’immagine dell’artista dalla sua giovinezza alla piena maturità. Morto per annegamento il 5 luglio 1873, ironia della sorte proprio nelle acque del Po fra Cremona e Coltaro
, G. Carnovali è sepolto nella Cappella dell’amico Bertarelli nel cimitero di Cremona.
Altri dettagli sulla vita del Piccio e sulla Associazione “Amici del Piccio” nata nel 2006 possono essere viste alla data
9 agosto 2006.

Agar nel deserto