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 2018  marzo 13 Martedì calendario

«Il cinema è una passione, ma oggi preferisco le donne». Intervista a Alberto Barbera

Da qualunque angolo di mondo tu lo veda sbucare è sempre fresco, sorridente, riposato. Non c’è viaggio che lo stanchi, non c’è fatica che lo sciupi, non c’è impresa che lo scoraggi. Impeccabile e a proprio agio sia nel caos che nel silenzio, nei palazzi reali come nei cinema parrocchiali, in smoking e in jeans. Alberto Barbera è il Doge del cinema italiano, il direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, cioè di Venezia, del Leone, dell’Oscar italiano, spesso anticamera degli Oscar veri, festival che negli anni, undici divisi in due mandati, ha rivoluzionato, ricostruito, restituito al passato e consegnato al futuro. Confessa una certa nostalgia per i vecchi film che non ha più tempo di rivedere, il desiderio di portare a Venezia Kate Winslet «una delle poche dive che mancano» e una certezza: «La tecnologia trasforma tutto e come tutte le arti il cinema è cambiato: ma il cinema non morirà mai». 
È vero che da bambino voleva fare l’attore?
«Come tutti i bambini. Ma il mio primo incontro con il cinema fu terrificante...»
In che senso?
«Mio zio era il cassiere del cinema parrocchiale del paese, a Occhieppo Inferiore, in provincia di Biella: mi fece entrare in sala a quattro anni e mezzo, ma la prima scena mi spaventò a morte. Scappai terrorizzato. Questa è stata la prima emozione che mi ha dato il cinema: la paura».
E che poi voleva fare il regista?
«Si, ma mio padre, che era operaio tessile, mi disse: prima finisci gli studi poi fai quello che vuoi. La passione per il cinema l’ho ereditata da mia madre che era figlia di contadini».
Quanti film ha visto nella vita?
«Migliaia. Mia nonna mi portava al cinema sempre, anche durante la settimana perché nei cinema parrocchiali allora usava. Da ragazzino andavo il sabato, la domenica e qualche sera durante la settimana. A Torino invece dell’università frequentavo i cinema. Da allora è diventata la mia passione più grande».
Ha dichiarato: le passioni della mia vita sono primo il cinema, poi le donne e poi la politica...
«Vero. Adesso però devo dire che le donne sono meglio di tutto».
Ho letto che i suoi registi preferiti sono Kiarostami, Hou Hsiao-hsie e Assayas. Ma un cinepanettone mai?
«Ho fatto il critico cinematografico per molti anni e per lavoro ero costretto a vederli tutti, quindi...»
Ma all’epoca non c’erano i cinepattoni...
«Confesso: ne ho visto uno solo. Ma questo non vuol dire che non mi piaccia il cinema commerciale se fatto bene».
E i Trash movie? Tarantino li ha riabilitati.
«Qui siamo un po’ al limite. Per amarli bisogna avere una certa forma di perversione. Che io però non ho mai avuto...»
Al cinema va ancora?
«Meno di una volta perché la maggior parte dei film li vedo prima. Però amo la sala e mi rifiuto di vedere i film in televisione. Anzi non ne ho mai visto uno in tv».
Il film più emozionante.
«Un film che ha segnato la mia educazione sentimentale e non soltanto è stato Jules e Jim di Truffault. Ha persino condizionato il mio rapporto con le donne».
Il film più divertente
«Hollywood Party con Peter Sellers».
Il film più sottovalutato?
«Un film che è stato demolito a Venezia: Under the skin con Scarlett Johansson. Non è stato solo fischiato dai critici ma anche dal pubblico in sala, con il cast presente, cosa mai successa».
Immagino l’imbarazzo...
«Scarlett stava per piangere, io dovevo in qualche modo consolarli. E stato un momento di grandissima difficoltà. Poi alla fine dell’anno fu inserito dalla critica anglosassone tra i dieci migliori film dell’anno. Capita quando un’opera è troppo avanti con i tempi».
E il film che le ha dato più soddisfazione?
«Tanti per fortuna, ma quello che ha segnato una svolta è stato Arrival. Uno perché era un film in cui nessuno credeva, nemmeno la Warner. Due perché nessuno si aspettava nulla da un film di fantascienza. Tre perchè ha vinto un Oscar. Un film che ha aiutato a riposizionare Venezia che stava perdendo qualcosa rispetto a Cannes e Toronto. Lì il Festival è tornato un trampolino di lancio importante per gli americani che non volevano più venire a Venezia perché costava troppo».
E quest’anno il film che ha vinto il Leone ha vinto anche l’Oscar...
«Shape of water è un film sorprendente che innova il genere su cui lavora, rifacendo un film degli anni Cinquanta, Il mostro della laguna nera, con una sensibilità moderna, contemporanea. É la prima volta dopo 70 anni, da Amleto con Lawrence Olivier, che un film che vince il Leone vince anche l’Oscar». 
É un Oscar anche a Venezia...
«É un Oscar al grande lavoro che Venezia ha fatto per ricostruire il rapporto con gli studios americani e ritrovare il suo antico splendore».
É vero che la sua prima volta a Venezia fu da militare? 
«Ero di stanza ad Aosta. Alla Mostra c’era la prima di Novecento di Bertolucci, fui invitato insieme a cento critici a un seminario di due giorni. Avevo una licenza di dieci giorni e partii. Mi ritrovai in un attimo dalla caserma all’hotel Des Bains. Fu meravigliosamente choccante». 
Tutti da ragazzi ci siamo innamorati di un’attrice...
«Io di Julie Christie, ma credo che la maggior parte dei maschi italiani dell’epoca fosse innamorato di lei. Mi piaceva moltissimo anche Senta Berger, una bellezza radiosa e folgorante. E poi Brigitte Bardot».
Quante dive bellissime l’hanno baciata?
«Sharon Stone, Claudia Schiffer, però
Però?
«Quando mi ha baciato Michelle Pfeiffer mi sono sentito mancare le gambe...»
Ma è vero che le star sono capricciose?
«Macché. Sono gentilissime, disponibili, professionali».
Ma c’è sempre una ma...
«Chi le fa diventare capricciose, arroganti, pretenziose sono i loro pierre. Probabilmente perché devono giustificare un ruolo e uno stipendio. Così invece di aiutare creano problemi, costruiscono muri, complicano le cose».
Si sente più a suo agio in abito da sera o in blue jeans?
«Devo dire che non mi sento per niente a disagio quando metto lo smoking, anzi...»
Ho letto che ne ha «infiniti esemplari di abiti scuri di ottimo taglio»...
«Vero. E il nero sfina. Per fortuna molti me li regalano, ma non so più dove metterli. Ho finito gli armadi».
Cos’hanno gli altri festival più di noi?
«I soldi».
E noi più di loro?
«Una grandissima tradizione, prestigio, qualità e minore disponibilità al compromesso nella selezione. La Biennale può permettersi di fare delle scelte in assoluta libertà senza dover rendere conto a nessuno. E questo è importantissimo».
Con Roma c’è derby?
«Non c’è mai stato. All’inizio c’era probabilmente qualcuno a Roma che ha pensato di poter uccidere Venezia. Ma non sono mai nemmeno andati vicini a farlo».
Due festival in un Paese sono un lusso o una risorsa?
«Non esiste nessun Paese europeo che può permettersi il lusso di avere due festival che ambiscono ad essere due grandi appuntamenti dello stesso livello. Non abbiamo un mercato che lo giustifichi, non abbiamo una situazione internazionale del cinema che lo giustifichi. Una cosa che non ha molto senso».
A cosa serve un festival del cinema?
«Quello che giustifica l’esistenza di un festival rispetto all’epoca d’oro di cinquant’anni fa, è il fatto che il Festival comunque è un evento. Per i produttori e i registi che trovano un momento di grande visibilità e per il pubblico che recupera il momento dell’aggregazione sociale che si è persa con la tecnologia: migliaia di persone che partecipano a un rito collettivo felici di viverlo».
Il terrorismo preoccupa chi organizza grandi eventi?
«Preoccupa ma il terrorismo colpisce la normalità. Nei metrò, sui treni, nei bar. Colpisce la vita di tutti i giorni, raramente i grandi eventi».
Come esce Hollywood dal caso Weinstein?
«Malissimo, ma è una storia vecchia: il divano del produttore esiste da sempre».
Stavolta la reazione è stata plateale e durissima.
«Perchè le donne giustamente non vogliono più subire affronti di questa natura. Il caso Weinstein ha fatto saltare il coperchio della pentola. E la cosa covava da un po’».
Cambierà le cose?
«Certe denunce forse sono eccessive ma questa è una linea di confine. Le molestie continueranno, così come continuano i femminicidi nella realtà di tutti i giorni nonostante tutti i tentativi di porre rimedio. Ma nulla sarà più come prima».
Cambierà per tutte le donne o solo per le attrici?
«Nella società la prevaricazione sulle donne è la stessa. La differenza è che Hollywood è sotto gli occhi di tutti, e quindi più nel mirino».
E il bando a Spacey?
«Faccio fatica ad accettare l’incapacità di distinguere tra un’opera e il suo autore, tra un’interpretazione e un attore. Spacey è uno dei più grandi della sua generazione: il fatto che sia stato da un giorno all’altro completamente cancellato dalla storia del cinema al punto di rifare un film senza di lui mi sembra un’enormità. Casi di artisti meravigliosi ma deplorevoli dal punto di vista umano ce ne sono a decine nella Storia»
E l’Italia fino a che punto somiglia a Hollywood?
«Somiglia ma su scala molto minore, più facile che queste cose capitino in America piuttosto che da noi. Questo non vuol dire che qui non ci siano state discriminazioni o episodi disgustosi, ma noi siamo una cultura diversa: forse per questo la protesta da noi è stata meno radicale».
E l’appello della Deneuve che dice: difendo la libertà degli uomini di sedurre e importunare?
«La lettera, non troppo felice nella formulazione, dice però qualcosa che non può essere ignorato. Siamo finiti nella trappola di una caccia alle streghe che può avere conseguenze devastanti sui rapporti tra uomini e donne. Un conto sono le molestie e le violenze e un conto il corteggiamento anche quando non rientra nel manuale del perfetto gentiluomo».
Come sta il nostro cinema?
«Lamenta di essere in crisi ma dicevano che era in crisi anche negli anni Sessanta quando era il secondo cinema al mondo. Vedo all’orizzonte una nuova generazione di registi con talento, idee, voglia di fare qualcosa di diverso sostenuti da una nuova generazioni di produttori che hanno capito che non si può proporre sempre la stessa solfa. Ci vorrà tempo perché i nostri film si impongano all’attenzione degli stranieri, ma io sono ottimista».
Cosa vuole oggi il pubblico
«Essere sorpreso, essere colpito, essere emozionato. Oggi è sottoposto a una quantità di stimoli che non ha confronti con il passato: vuole qualcosa di diverso da quello che offrono tutti gli altri».
Il pubblico ha sempre ragione?
«Anche il pubblico si sbaglia»
Dino De Laurentiis diceva che un film impeganto è un film che non vuole vedere nessuno..
«Dino De Laurentiis ha prodotto film impegnati che hanno avuto un successo pazzesco. Ricordo che a Torino negli anni Sessanta un film come Satyricon, il più difficile, il più astruso il meno popolare di quelli che Fellini ha fatto, restò per quattro mesi in testa agli incassi. Oggi non andrebbe a vederlo nessuno».
Ma la Corazzata Potemkin è veramente una cagata pazzesca?
«La Corazzata Potemkin é un capolavoro, uno di quei film che ha fatto fare un salto in avanti alla cinematografia mondiale, uno dei capisaldi dell’evoluzione del linguaggio cinematografico. La sua unica sfortuna è stata la battuta di Fantozzi che lo ha bollato per sempre».
Però il Festival di Venezia a Fantozzi ha dato un Leone...
«Si, ma a lui non alla battuta...»