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 2017  dicembre 02 Sabato calendario

Sicuri che il caso bitcoin sia solo una bolla?

Nell’ultima settimana la quotazione del bitcoin, la criptovaluta che si utilizza online, ha sfondato quota 11mila dollari (11.434 dollari il 29 novembre), salvo poi crollare in poche ore a 9.500 dollari. Chiaro segnale di un’estrema volatilità per una moneta che si stima sia arrivata a valere complessivamente circa 190 miliardi di dollari.
Il valore del bitcoin da inizio anno è aumentato del 900%. Con i connessi rischi di una bolla delle quotazioni che potrebbe esplodere da un momento all’altro, con una dinamica simile a quella del boom delle dotcom di inizio 2000. Lo scorso settembre, per esempio, dopo aver superato i 4 mila dollari di valore, i bitcoin sono crollati in pochi giorni sotto i 3 mila dollari, in seguito all’annuncio di una stretta sul loro utilizzo e sui prelievi da parte delle autorità cinesi. Dopo il crollo, però, i bitcoin sono rapidamente tornati a crescere.
 
Come funzionano i bitcoin
Il sistema Bitcoin è stato ideato e creato nel febbraio 2009 da Satoshi Nakamoto, nome di fantasia che fino a oggi non è stato svelato. La sua peculiarità è che non ha bisogno di una banca centrale che lo regoli. La sua totale indipendenza da ogni forma di intermediazione sta nella tecnologia su cui fonda la propria esistenza: la Blockchain. In sostanza si tratta di una rete formata da singoli utenti che approvano le transazioni in questa criptovaluta.
Andando più nello specifico, come ha spiegato bene Elisa Menozzi sul Post, il Bitcoin è una moneta che funziona sulla base di un protocollo peer-to-peer, simile quindi ai sistemi utilizzati per esempio per scaricare e condividere i file online: qui avvengono le transazioni e il conio della moneta. Il Bitcoin esiste quindi grazie alla rete creata dai computer che utilizzano un software dedicato, non esiste un ente centrale che ne regoli il valore o che tenga traccia delle transazioni.
La nuova moneta viene creata attraverso un processo informatico molto lungo e complicato chiamato mining, cioè «estrazione». La rete Bitcoin genera e distribuisce monete in modo casuale a intervalli regolari durante la giornata a chi ha attivo sul proprio computer il software.
Per il processo del mining è stato stabilito un tetto massimo: quando saranno coniati 21 milioni di pezzi – presumibilmente entro il 2030 – il processo si arresterà automaticamente. Il pericolo d’inflazione della valuta è quindi minimo, perché non è previsto che possano essere effettuate nuove iniezioni di denaro da un ente come una Banca centrale, che del resto nel sistema non esiste.
Una volta che un utente è entrato in possesso di un bitcoin (tramite estrazione con il procedimento appena descritto, oppure comprando bitcoin con valute reali attraverso i cosiddetti exchange, oppure ottenendolo come pagamento per vendite o servizi) può depositarlo in un portafoglio virtuale e spenderlo sul web sui siti o nei negozi reali che accettano questo tipo di valuta. Ma la maggior parte della gente che fa operazioni in bitcoin li acquista e li rivende sul mercato.
 
Quanti sono i bitcoin in circolazione
La fornitura di bitcoin è fissata a 21 milioni di unità. I bitcoin in circolazione sono finora circa 16,7 milioni e ogni dieci minuti ne vengono emessi 12,5 nuovi (il cosiddetto «mining») da un network globale di computer.
In Italia sono ormai stimati in 15-20mila i conti aperti in bitcoin. 
Negli Stati Uniti nella sola settimana del Ringraziamento, attratte dalla crescita del bitcoin, 300 mila persone hanno aperto un conto su Coinbase. 
 
Il dispendio energetico
Anche l’energia utilizzata per generare i bitcoin (cioè quella spesa per le attività di mining) ha raggiunto nuove vette: secondo uno studio Digiconomis, la quantità media di elettricità usata quest’anno per generare bitcoin ha sorpassato i consumi energetici annuali medi di ben 159 nazioni: 30,14 terawattora (Twh) di elettricità, quando ad esempio il consumo energetico annuale medio dell’Irlanda è di 25 Twh. Una singola transazione di bitcoin richiede, in termini energetici, l’equivalente del fabbisogno mensile di una famiglia.
A rendere l’attività di mining energeticamente dispendiosa è la potenza di calcolo necessaria per processare la complessa crittografia che garantisce la sicurezza delle transazioni in bitcoin. Semplificando, ogni volta che viene creato un nuovo bitcoin è necessario che questo sia controllato, validato e crittografato. E per fare questo occorre compiere una serie di complessi calcoli matematici.
 
A che cosa servono i bitcoin?
La valuta che era nata come strumento di pagamento si è ormai imposta per lo più come mezzo di investimento ad altissimo rendimento e altissimo rischio. In effetti, secondo stime ottimistiche, solo un terzo delle monete virtuali in circolazione viene usato per acquistare dei beni. Il resto è comprato con intenti speculativi, nell’aspettativa che il valore continui a crescere (classica dinamica da bolla finanziaria).
Dall’11 dicembre bitcoin verrà scambiato al Chicago Mercantile Exchange con contratti futures, come una qualsiasi commodity o prodotto finanziario. Una soluzione dovrebbe permettere di ridurre il rischio, con contratti regolati del tutto per contanti, per evitare ai grandi player l’imbarazzo di presentarsi su mercati non regolamentati. Anche il Nasdaq e il broker Cantor Fitzgerald, secondo il Wall Street Journal, stanno valutando il lancio di contratti future sulla criptovaluta
È rimasto finora inascoltato l’allarme lanciato da Interactive Brokers, società di servizi finanziari, che attraverso un’inserzione sul Wall Street Journal il 15 novembre ha messo in guardia dalla scelta di introdurre derivati su Bitcoin sulla stessa piattaforma in cui sono scambiati titoli su beni tradizionali perché non ci sono basi per valutarne il valore né una regolamentazione ad hoc.
C’è anche un ruolo di bene rifugio per i bitcoin, un po’ come con l’oro. Ha scritto Pierangelo Soldavini sul Sole 24 Ore: «La rivalutazione fino a oltre quota 11mila dollari ha confortato i teorici che indicano nella riserva di valore il vero ruolo del bitcoin: uno strumento che si propone come “oro digitale”, alla portata domani anche delle Banche centrali. Non c’è dubbio che da questo punto di vista nei primi anni abbia funzionato in maniera egregia, mettendo al riparo più che abbondantemente da un’inflazione inesistente. Come l’oro diventa quindi un bene rifugio, adatto per i momenti di crisi: non è un caso che tensioni internazionali come quella coreana coincidano con accelerazioni delle quotazioni».
 
Perché sta aumentando la domanda?
Possiamo individuare almeno quattro diverse ragioni, come ha scritto Donato Masciandaro sempre sul Sole 24 Ore: «Perché la tecnologia di distribuzione dei bitcoin li differenzia sia dal contante che dagli strumenti bancari; perché la stessa tecnologia viene percepita come garanzia di maggiore anonimato, sia con la controparte, ma soprattutto rispetto a terzi – Stato incluso – se comparato con gli altri strumenti, escludendo il contante; perché ha un rendimento atteso alto, ancorché variabile; infine perché non è emessa da nessuno Stato».
 
I rischi con i bitcoin
«I bitcoin e le criptovalute sono vulnerabili a crisi di sfiducia che possono essere repentine», ha detto la scorsa settimana in audizione Fabio Panetta, direttore generale della Banca d’Italia. E in queste crisi proprio gli “scambi” e i “portafogli” sembrano essere punti deboli, un potenziale collo di bottiglia per gli investitori non professionali che sono arrivati sul mercato. Va detto che dai tempi di Mt. Gox, l’exchange che nel 2014 si vide rubare 850 mila bitcoin dei suoi clienti, la sicurezza è aumentata. Ma la trasparenza in molti casi lascia ancora a desiderare, come ha rivelato un’inchiesta del New York Times su Bitfinex, registrato alle Isole Vergini per sfuggire ai regolatori e coinvolto in misteriose sparizioni di monete. Mentre la capacità tecnica di questi soggetti di gestire una mole di scambi crescente, specie ora che la finanza tradizionale ha messo nel mirino le criptomonete, resta tutta da verificare.
 
Africa e Asia
È sempre più frequente l’utilizzo dei bitcoin per le rimesse dei migranti in patria, soprattutto laddove il valore della moneta locale è minato da iperinflazione o sistemi bancari traballanti – l’esempio più eclatante è lo Zimbabwe. Ma tutta l’Africa è terreno dove i bitcoin possono proliferare, perché parliamo di un continente dove ci sono più cellulari che conti correnti e per trasferire il bitcoin non serve nulla di più di uno smartphone e della connessione internet.
In Cina la criptovaluta sarebbe stata utilizzata a piene mani per esportare capitali, provocando il bando decretato da Pechino. Così come dietro l’anonimato che copre il bitcoin si possono nascondere attività illecite che vanno dai traffici illegali nel deep web alle richieste di riscatto degli hacker informatici fino al sospetto di riciclaggio di montagne di denaro da parte delle grandi organizzazioni criminali.
Sempre dall’Asia, a trainare il recente balzo del bitcoin, è arrivato l’annuncio di Shinhan Bank, la seconda banca commerciale sudcoreana, che verso la metà del prossimo anno attiverà un sevizio di custodia dei bitcoin, dando ai clienti la possibilità di usare un “wallet”, ovvero applicazione dedicata che permette di acquistare e vendere Bitcoin, realizzato dallo stesso istituto. 
 
Le condanne sui bitcoin
A inizio settembre l’amministratore delegato della banca d’affari JP Morgan, Jamie Dimon, ha detto che i bitcoin sono una truffa e un sistema di scambio buono solo per le attività criminali. Dimon ha promesso di licenziare qualsiasi trader della sua società che dovesse occuparsene. Per il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz i bitcoin «dovrebbe essere vietati. Non hanno alcuna funzione sociale». Anche il mondo islamico li boccia: secondo la Direzione per gli affari religiosi della Turchia (Diyanet), la massima autorità islamica del Paese, la criptovaluta «non è appropriata» ai principi religiosi e potrebbe essere usata per il riciclaggio.
 
Le altre criptovalute
Il bitcoin è solo la più nota e importante delle criptovalute esistenti. Sul mercato ce ne sono altre, come Ether, Ripple e LiteCoin. Alcune monete virtuali sono nate in realtà come biforcazioni – «fork» è il termine tecnico – della principale bitcoin, per motivazioni complesse legate al funzionamento della blockchain alla base.
 
Il (falso) precedente dei tulipani
Fabio Panetta, vicedirettore generale di Banca d’Italia, tra molti altri, ha fatto un parallelismo tra bitcoin e la famosa bolla dei tulipani olandesi, in quanto entrambi esposte a “crisi repentine”. «Ieri vedevo un grafico con la dinamica del valore del bitcoin e l’evoluzione del prezzo dei tulipani in Olanda di qualche secolo fa, vediamo se avrà la stessa evoluzione», ha detto Panetta. Eppure Alberto Brambilla sul Foglio ha fatto notare che  «la “tulipomania” rappresenta una “fake news” ante litteram che si trascina da secoli. Lo spiega Larry Neal, professore di Economia alla University of Illinois, in Storia della finanza internazionale (il Mulino, Bologna 2017). Si verificò tra il 1634 e il 1637, durante la Guerra dei Trent’anni, nella città portuale di Haarlem, dove si concentrarono dei commercianti che trascorrevano lì la quarantena dalla peste e si dedicarono al commercio speculativo di bulbi di tulipani infettati con un virus che produceva spettacolari colorazioni. «Gli studi sulla tulipomania – dice Neal – erano basati su libelli che ridicolizzavano gli eccessi speculativi in termini stravaganti» e furono divulgati a mania cessata. Ciò contribuì a mitizzare “un breve episodio” che non ebbe effetto duraturo né sull’industria dei tulipani né sull’economia olandese – a parte i pochi individui che si aspettavano guadagni fantastici ma si dovettero accontentare di una piccola percentuale per una sopravvenuta regolamentazione della speculazione». «Forse il motivo dell’importanza che è stata a lungo attribuita alla tulipomania nella storia delle crisi finanziarie – ricorda Neal in una nota – è che quando si verificarono i primi casi di crisi finanziaria, nell’autunno 1720, gli editori olandesi si precipitarono a stampare libri che condannavano gli operatori coinvolti da John Law nella bolla del Mississipi appena scoppiata. Nella fretta di andare in stampa trovarono conveniente illustrare i propri argomenti utilizzando le tavole presenti negli opuscoli pubblicati sulla tulipomania». Che perciò fu «una delle bolle speculative più pubblicizzate della storia». Questo sembra avere in comune con quella dei Bitcoin.