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 2017  novembre 30 Giovedì calendario

Il 38esimo parallelo, storia della sottile linea rossa della Guerra Fredda

Forse il massimo rischio di guerra nucleare non fu corso dal mondo intero durante la crisi dei missili a Cuba dell’ottobre 1962 ma 12 anni esatti prima, nell’ottobre 1950, nel cuore della Guerra di Corea. Fu allora che il generale americano Douglas MacArthur, comandante delle truppe Onu impegnate nel conflitto contro la Corea del Nord e da qualche settimana anche contro la Cina chiese a più riprese e con crescente insistenza al presidente Truman di decidersi a sganciare le atomiche su Pechino. Truman rifiutò. Il militare continuò a martellare tanto che alla fine il presidente dovette sostituirlo con il generale Ridgway.
Tra tutti i conflitti bollenti della guerra fredda la guerra di Corea è stato il più incandescente, il solo momento di scontro diretto tra le truppe americanee l’esercito di una delle potenze mondiali comuniste ma anche tra americani e piloti russi, sia pure in incogni- Con i suoi tre milioni di morti tra cui due milioni di civili in tre anni, quella che oggi va sotto il nome di ’ guerra dimenticata’ è stato il conflitto armato più violento e sanguinoso dalla seconda guerra mondiale in poi, e quello che più ha inciso sugli assetti geopolitici ma anche piscologici dei decenni seguenti. Tuttavia è anche una delle guerre moderne meno note. Gli Usa non la definiscono neppure guerra ma “conflitto”, dal momento che una dichiarazione di guerra vera e propria non c’era stata e negli archivi del passato recente il ricordo di quel “conflitto” riposa nell’angolo più buio e polveroso, a differenza della successiva guerra del Vietnam che è invece rimasta scolpita nella memoria anche a decenni di distanza.
La guerra di Corea è stata rimossa, e come ogni rimosso è arrivata ora a presentare il conto, assumendo per l’occasione le fattezze paffute da bambino crudele di Kim Jongun, 33 anni, il più giovane capo di Stato del mondo, signore e padrone della Corea del nord, con a disposizione il quinto esercito del mondo in ordine di grandezza. È nipote di Kim Il- sung, insediato da Stalin alla guida della Corea del nord nel 1948 e rimasto al suo posto fino al decesso nel 1994, quando lasciò il trono rosso al figlio che lo ha poi passato all’attuale Baby Strangelove. La Corea, già possedimento nipponico, era stata divisa in due dopo la sconfitta del Giappone come usava all’epoca: un tratto di penna tracciato dagli Alleati lungo il 38° parallelo con sotto la firma di Giuseppe Stalin. In teoria il Paese avrebbe dovuto riunificarsi al più presto, ma con il sud nella sfera d’influenza americana e il nord in quella della squadra opposta si trattava in tutta evidenza di una pia illusione.
Per un paio d’anni, tra il 1948 e il 1950 nella Corea del sud filomaericani e comunisti si fronteggia- rono in una sorta di guerra civile strisciante, risolta dal dittatore sudcoreano Syngman Rhee massacrando i rossi. La mattanza più sanguinosa capitò il 25 giugno 1949, con 30mila vittime e passa. Kim, che aveva combattuto contro i giapponesi, era stato addestrato dall’esercito sovietico ed era capitano dell’Armata Rossa scelse non a caso proprio quella sanguinosa ricorrenza, il 25 giugno 1950, per scatenare un attacco a sorpresa. Lanciò un esercito poderoso oltre il 38° parallelo e travolse facilmente il quasi inesistente esercito del sud. In pochi giorni la capitale del sud, Seoul, e quasi tutto il paese erano stati occupati dai rossi.
Per decenni tutti sono stati convinti che a decidere quell’attacco fosse stato Stalin. Solo dopo l’apertura degli archivi russi, dopo la fine dell’Urss, si è scoperto che invece Baffone era contrarissimo all’impresa, che l’aveva sconsigliata in ogni modo e aveva negatopreventivamente l’appoggio attivo dell’Armata Rossa. Anche Mao era poco convinto, anche se meno ostileall’impresa del collega di Mosca. Kim procedette lo stesso. Per fermarlo gli Usa diedero vita
a una coalizione Onu formata da 17 Paesi. Partecipò anche l’Italia, ma solo fornendo personale medico. La stragrande maggioranza degli effettivi era comunque americana.
In pochi mesi l’armata guidata dal generale MacArthur ricacciò i rossi oltre il fatidico parallelo, occupò la capitale del nord Pyongyang, forte di un tempestivo pronunciamento dell’Assemblea generale Onu che autorizzava l’invasione della Corea del nord. Non pago dei successi MacArthur si spinse fino ai confini con la Cina. In ballo non c’era il controllo dell’intera Corea ma il colpo di maglio contro il comunismo mondiale. Mao Zedong, che nel conflitto avrebbe perso il figlio maggiore e preferito, Mao anying, erede designato, sapeva di non poter contare sull’aiuto di Stalin, che non intendeva andare oltre l’invio di armi e di alcuni piloti, e metteva in conto l’ipotesi di una rappresaglia nucleare americana. Scelse lo stesso di far entrare il suo esercito nella Corea del nord nell’ottobre 1950 e travolse le truppe di MacArthur nella rotta più rovinosa della storia militare americana.
I cinesi ripresero Pyongyang, dilagarono nella Corea del sud, conquistarono Seoul. Mac Arthur chiese a più riprese di lanciare le atomiche fino a che Truman nn gli tolse il comando. Sul teatro di guerra fu il turno dei cinesi e dei nordcoreani di ripiegare dietro il 38° parallelo, dopo la controffensiva americana.
La guerra proseguì poi un paio d’anni sempre più stancamente e senza offensive di rilievo fino a che, nel 1953, gli scontri cessarono con i contendenti più o meno tornati alle posizioni di partenza. Però non si arrivò a una vera pace proprio come mai c’era stata una guerra conclamata. Le due Coree sono una delle ferite lasciate aperte dalla fine della guerra fredda, un conflitto mai risolto e rimosso nella speranza che si risolvesse in qualche modo da solo. Poi dopo anni di amnesia il nipote di Kim, che già nella sua lunga vita aveva messo da parte ogni pretesa ideologica per dar vita a un culto della personalità sempre più privo di risvolti politici, è uscito dalle nebbie dell’amnesia storica per ricordare a tutti che la guerra di Corea non è mai finita.