Scandalo in convento - Cinquantamila.it

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 2017  novembre 28 Martedì calendario

Scandalo in convento


Nel 1839 Stendhal pubblicò La badessa di Castro sulla «Revue des Deux Mondes», presentandola, con un artificio tipico del romanzo storico ottocentesco, come una traduzione «da due voluminosi manoscritti, uno romano e l’altro fiorentino». Raccontava una storia del Cinquecento, quella di Elena di Campireali che aveva amato Giulio Branciforte, figlio di un brigante protetto dalla famiglia Colonna: la Campireali, credendo che Giulio fosse morto, si era rinchiusa nel convento della Visitazione di Castro, dove era diventata badessa e ben presto l’amante di un monsignore, Francesco Cittadini, «il più bell’uomo della corte pontificia». Cittadini l’aveva messa incinta, ne era nato uno scandalo per il quale i due erano stati processati e condannati. Elena era stata rinchiusa nel convento romano di Santa Marta. Lì aveva appreso che Branciforte non era morto come le aveva fatto credere la famiglia. Cosa era accaduto? Il figlio del brigante aveva dato credito a voci che davano la bella Elena per sposata con un altro uomo, e, per dimenticarla, era andato a combattere in Messico. Saputo di questo inganno che le aveva cambiato la vita, la Campireali si era uccisa.
Il racconto di Stendhal ebbe grande successo e qualche critico, in seguito, lo considerò addirittura una prova generale de La certosa di Parma. Ma come era nato? Lo scrittore, durante un suo soggiorno a Roma (nel 1833), aveva realmente potuto consultare alcune carte – messegli a disposizione da Teresa Caetani, duchessa di Sermoneta – relative ad un processo della seconda metà del Cinquecento contro una badessa e un vescovo, trascinati in giudizio per il loro amore proibito. Quegli stessi documenti erano stati mostrati nel 1832, stavolta dai principi Torlonia, a Walter Scott, ma la salute cagionevole del romanziere scozzese aveva reso impossibile che fosse lui ad utilizzarli. Dopodiché, nel 1859, si era tenuta a Londra una grande asta da Sotheby & Wilkinson nella quale era stata messa in vendita la collezione di manoscritti del patriota italiano (vissuto a lungo in Francia) Guglielmo Libri ed era venuto «alla luce» un codice di 253 fogli intitolato Inquisitionis Processus contra Elenam Orsini Abbatissam de Castro, pro fornicatione cum Episcopo Castrensi relativo all’autentico processo che, tra il 1573 e il 1574, aveva trattato questo caso scabroso.
Lisa Roscioni ha ricostruito la complessa storia in uno straordinario volume, La badessa di Castro. Storia di uno scandalo, pubblicato dal Mulino. La Roscioni è colpita dalla circostanza che il processo non era stato intentato dall’Inquisizione come scritto nel frontespizio del codice messo in vendita a Londra nel 1859, bensì presso il tribunale dell’Auditor Camerae. Perché allora era stata tirata in ballo l’Inquisizione? Perché essa era «funzionale a quella visione moderata ma anticlericale» di coloro che avevano avuto a che fare con la documentazione battuta all’asta a Londra: Antonio Panizzi, il già citato Guglielmo Libri e Prosper Mérimée. Ai loro occhi quel processo alla badessa rappresentava «la vivida testimonianza dell’altra faccia della Renaissance», e rivelava «quel lato oscuro del Cinquecento sprofondato nella Controriforma dominata da una Chiesa oppressiva e in realtà corrotta». Chiesa la cui corruzione «giustificava», a metà Ottocento, «lo slancio libertario risorgimentale» degli intellettuali in questione.
Adesso l’intera vicenda può essere ricostruita in modo, per così dire, più asettico. E si deve partire dall’importanza del fatto che il vero nome della badessa fosse Elena Orsini, figlia di Giovan Francesco Orsini conte di Pitigliano. Il problema che si è posta la Roscioni è stato relativo al peso che si doveva dare a «quella fitta trama di allusioni, omissioni, rimaneggiamenti e interpolazioni che, dal processo al racconto e viceversa, lega scritture apparentemente così diverse per stile e finalità». Si è chiesta in altre parole, la studiosa, se ci si dovesse «limitare al ristretto perimetro della verifica documentale», scartando tutto ciò che non fosse «suffragato da altre evidenze», o se non si dovesse invece «considerare il concetto stesso di verità», e ad un tempo di fatto, «come costruzione complessa, sostanzialmente argomentativa, frutto di negoziazione tra amministrazione della prova, interrogazione delle fonti e modalità narrative di ricostruzione dei fenomeni». 
Tanto più che, circostanza non irrilevante, ottant’anni dopo il processo e duecento prima della pubblicazione del racconto di Stendhal, Castro era stata «demolita con i picconi, palazzo per palazzo, casa per casa, quasi a cancellarne l’ombra sinistra che da sempre aleggiava, come una maledizione sulla rupe su cui era stata costruita». Lo stesso Stendhal nelle Passeggiate romane, aveva accennato a Castro soltanto «a proposito di Urbano VIII Barberini e della sua guerra per impadronirsi del ducato, ricordando unicamente l’increscioso episodio di quando l’esercito pontificio, guidato dal nipote del Papa, Taddeo, ritrovatosi nei pressi di Bologna davanti a quello dei Farnese, si era dato alla fuga». Già dopo l’arresto della badessa il suo convento era stato «svuotato» dalle monache, abbandonato e lasciato andare in rovina, tant’è che all’inizio del Seicento era diventato un deposito di polveri ad uso militare. Poi nel 1649, dopo l’uccisione di un vescovo, Cristoforo Giarda – omicidio di cui era ritenuto mandante Ranuccio II Farnese – papa Innocenzo X aveva ordinato la distruzione di Castro, della quale era stato incaricato addirittura il comandante delle truppe pontificie, Davide Vidman.

U n Papa la radeva al suolo così come un suo predecessore, Paolo III Farnese, l’aveva edificata. Castro avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di Paolo III, capitale di un ducato (creato nel 1537) per suo figlio Pier Luigi e che si estendeva tra l’Aurelia e la Cassia, dal lago di Bolsena fino al Tirreno. Formalmente il ducato si trovava nel patrimonio di San Pietro, ma di fatto era «indipendente, con una milizia propria e una zecca per battere moneta». Pier Luigi ne aveva affidato il progetto all’architetto fiorentino Antonio da Sangallo, nell’idea di farne una nuova Pienza, la «città ideale» che Pio II, Enea Silvio Piccolomini, aveva edificato a metà del Quattrocento nei pressi di Siena. Poi, a seguito di una lunga serie di congiure e uccisioni, Castro era finita nelle mani di Gerolama Orsini (moglie di Pier Luigi) e del loro figlio, il cardinale Alessandro Farnese. Ma la malaria affliggeva il piccolo centro, talché madre e figlio se ne tenevano il più possibile a distanza. E anche l’ambizioso progetto architettonico del Sangallo si era fermato alla sua fase iniziale. 
Fu nel 1557 che Porzia Orsini, figlia di Giovan Francesco Orsini conte di Pitigliano, «guidata» dalla sorella del padre, la zia Gerolama, entrò in convento a Viterbo per poi prendere i voti, l’anno successivo, con il nome di Elena. Nel 1565 suor Elena fu fatta badessa e nel 1566 il monastero fu trasferito a Castro. Qui «regnava» il cardinale Ranuccio Farnese, figlio di Gerolama e perciò cugino della badessa Elena. Di qui l’aura di potere che avvolgeva la religiosa. E sempre a Castro, nell’inverno del 1569, giunse come vescovo Francesco Cittadini. All’epoca Castro era già nota per l’aria poco salubre che vi si respirava. Nelle sue prime lettere, Cittadini si sforzò di rassicurare i suoi conoscenti di non aver ancora riscontrato «quell’aere cattivo che si dice», quantomeno nella zona intorno alla cattedrale e al vescovado, esposti alla tramontana. Ma, osserva Lisa Roscioni, «il fatto stesso di sottolinearlo rivelava il timore, tutt’altro che infondato, di ammalarsi». Timore per cui sia il vescovo sia la badessa desideravano soltanto fuggire via da Castro. Ciò che fu impossibile. Ma la religiosa, in compenso, aveva ottenuto un ammodernamento del monastero e fu in virtù di questi lavori di restauro che i due ebbero occasione di incontrarsi. Sempre più di frequente. Da questo rapporto, nel 1571, ebbe inizio la loro relazione.
La distanza tra il convento della Visitazione e il vescovado era di «non più di trecento passi». Un testimone durante il processo riferì che lungo quelle poche decine di metri si ebbe nell’inverno del 1572 un continuo andirivieni, «come un formicaro». Presule e badessa si scambiavano «doni e favori»: il vescovo mandava in convento «limoncelli, melangoli, amandole con la guscia, pollastrelli e starne»; la badessa ricambiava con «maccheroni, zuccari et altre cose da monache». Inoltre lavava «lenzole, camisce et altre sorte di panni» appartenenti al vescovo.

Nel settembre 1573, la svolta. Improvvisamente giunse a Roma la notizia che la badessa aveva partorito un figlio concepito in uno stuprum («inteso nel senso di rapporto sessuale illecito, anche senza violenza», precisa Lisa Roscioni) del vescovo. Il cardinal Farnese volle occuparsi personalmente della faccenda e fece arrestare un servitore del vescovo, Cesare Del Bene, per confondere le acque e arginare le chiacchiere. Dopodiché usò lo scandalo a fini politici per danneggiare la famiglia degli Orsini (che contendeva ai Farnese la contea di Pitigliano) e quella dei loro importanti protettori: i Medici. Ma, «trattandosi comunque di sua cugina», sottolinea la Roscioni, considerò fosse bene «che ciò avvenisse direttamente sotto il suo controllo, in modo che tutta la colpa ricadesse sul vescovo». Ma, come contraccolpo, a sua volta lui stesso, il cardinal Farnese, fu sommerso da insinuazioni che gli attribuivano un amore con una dama altolocata, sempre di Castro.
A differenza della monaca di Monza – la Gertrude dei Promessi sposi, Virginia Maria de Leyva —, che avrebbe partorito nel 1604 confessando all’istante la propria «colpa» (incluso il nome del padre del bimbo), la badessa di Castro all’inizio fu reticente. Su tutto. Identico fu il comportamento del vescovo che, però, in un confronto a due accusò suor Elena di essere una «bugiarda»: ciò provocò in lei, che si sentì umiliata, un cedimento della linea di difesa. Di lì ad un’esplicita accusa il passo fu brevissimo. A quel punto il Cittadini provò a reagire: «Signora abbadessa… vi ho honorata da sorella santamente, come havete ardire di mettermi questa calumnia tanto a torto, che non è vero né principio, né mezzo, né fine di quello che incolpate me et vui lo sapete?». Ma lei, come era stata irremovibile prima nel coprirlo, adesso non si era lasciata impietosire. Quello sgradevole confronto fu in ogni caso l’ultima volta che i due si incontrarono. 

Al termine del processo, la badessa fu «murata viva» nel convento romano di Santa Marta. Quanto al vescovo… la famiglia gli procurò ben 16 testimoni a discarico e i suoi interrogatori andarono avanti fino al mese di maggio del 1574. E qui, colpo di scena, si chiude la documentazione dell’intero caso giudiziario. È probabile che papa Gregorio XIII, temendo lo scandalo che avrebbe potuto derivarne, abbia avocato a sé l’intero incartamento e si sia pronunciato per un atto di clemenza (poi revocato dal suo successore, Sisto V). Qualcuno sostiene che nel frattempo la badessa fosse morta (forse addirittura avvelenata) e che fosse stata la sua scomparsa a provocare la subitanea fine del processo. È un fatto che il vescovo Cittadini non ebbe a patirne le conseguenze, tant’è che è stata ritrovata una sua lettera al cardinal Borromeo – di cinque anni dopo la fine dell’inchiesta – nella quale chiedeva di essere trasferito a Milano da una località vicino a Lecco dove era stato relegato. Richiesta sorprendentemente accolta (ed esaudita) proprio per un intervento specifico del cardinal Borromeo. 
La mancanza di una sentenza e quindi di una punizione esemplare, scrive Lisa Roscioni, «aprì il varco alle cronache successive che rielaborarono reinventandole le affabulazioni, ritrattazioni e figurazioni degli interrogati». Da un autore anonimo all’altro, tutti si conformarono «alle esigenze stilistiche dei “casi occorsi” sotto alcuni pontificati – e in special modo sotto Sisto V – o del genere emergente ancorché elitario delle “relazioni tragiche”». Tra Seicento e Ottocento, «una fitta trama di allusioni, rielaborazioni e interpolazioni finirono per trasfigurare completamente la storia». Da tipico «forse anche banale scandalo di convento apparentemente simile a molti altri» la vicenda finì per fare da canovaccio all’unico «romanzo storico» di Stendhal e a una infinità di romanzi minori, che ottennero sempre una discreta accoglienza. Con l’Unità d’Italia – e in particolare dopo la breccia di Porta Pia, «nel clima apertamente anticlericale che accompagnò nel 1872 la soppressione delle congregazioni religiose» – andò in scena a Roma, nei teatri Corea e Quirino, L’abbadia di Castro. Ebbe un grandissimo successo. L’«Osservatore Romano» definì quella rappresentazione un «aborto letterario» mentre «La Civiltà Cattolica» identificò in quella rappresentazione di Papi, cardinali e monache quali «mostri di intemperanza, di scostumatezza e di ogni vizio più laido» l’«inizio dell’anarchia». Non era, invece, l’inizio di alcunché. Si trattava soltanto di una manipolazione di vicende effettivamente accadute ai fini di una battaglia politica contingente.