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 2017  ottobre 12 Giovedì calendario

Peones all’ultimo giro e scontenti con 121 franchi tiratori salta tutto

ROMA È l’esercito dei senza nome. Soldati che si trasformano in professionisti del voto segreto. «Siamo tantissimi spiega un esponente dem che punta ad affossare il Rosatellum – ci sono anche insospettabili, ma non scriviamo e-mail o messaggi. Magari ci sentiamo al telefono. È un corpaccione che si muove al di fuori degli schieramenti». Difficile delineare l’identikit del franco tiratore. Il profilo cambia di partito in partito.
GLI INDIZIATI
Il messaggio trasmesso da Renzi e Berlusconi ai propri deputati è che se salta la legge elettorale «salta il sistema, arrivano i populisti». Fuori dal Parlamento chi urla «ladri, ladri», dentro l’Aula «ci devono essere i responsabili», dice Rosato. Ma è proprio nel Pd e in FI che si annidano i principali indiziati che questa sera o domani mattina potrebbero bloccare il provvedimento nel voto finale. I big di FI hanno lavorato a ridimensionare il malessere dei campani. Ma la previsione, anche dei più ottimisti, è che quasi la metà del gruppo possa combinare lo scherzetto. Ci sono gli esponenti del Nord con il timore di essere marginalizzati da Salvini, gli ex An, chi ce l’ha con Ghedini, chi non viene coccolato da Berlusconi, chi è sicuro di non essere più ricandidato.
Alla riunione presieduta da Brunetta erano in pochi. Solo la Biancofiore ha espresso perplessità. «Se passa la legge si vota il 4 o l’11 marzo e non a maggio. Sono 30 mila euro di stipendio in meno», osserva chi sa di essere all’ultimo giro. La decisione di blindare il testo ha inasprito gli animi. «Il Parlamento è ridotto peggio del Cnel», la protesta dei malpancisti.
I TIMORI
Si sfoglia la margherita anche al Nazareno. Orlando ha ricompattato i suoi ma nell’area del ministro della Giustizia non si esclude la possibilità di una decina di dissidenti. Dubbi dei cuperliani e anche nell’area cattolica, ma ieri Franceschini si è materializzato in Transatlantico per trasmettere un segnale di sicurezza. C’è il no del lettiano Meloni, della Bindi, di Monaco. I renziani sono quelli più convinti ma non basta. «Ci appelliamo alla divina provvidenza ma i margini ci sono, altrimenti vorrà dire che abbiamo fatto bene a mettere la fiducia», allarga le braccia Guerini. «Certo, dopo bisognerà ragionare su collegi e listini», risponde ai parlamentari che chiedono lumi in vista delle elezioni. «Il voto segreto è sempre a rischio», mette le mani avanti Orfini. Nel Pd si calcola che alla fine i voti mancanti nel segreto dell’urna potrebbero essere ben una sessantina.
Servirebbero però 121 franchi tiratori per bissare il ko del Tedeschellum. «Difficile trovarli», dice D’Attorre. «Il Pd metterà microspie dappertutto», scherza Scotto. Mdp promette battaglia ma c’è pessimismo. Anche perché molti pisapiani nel segreto dell’urna diranno sì. «Perlomeno una decina», confida un fedelissimo dell’ex sindaco di Milano.
Voto thrilling dunque, ma la paura vera è per il Senato. Lotti dietro le quinte lavora al pallottoliere soprattutto a palazzo Madama. I numeri sono ballerini: «Almeno 15 perplessi nel Pd e anche i centristi sono in fibrillazione», l’ammissione nei dem. Ecco perché è arrivato l’ordine di Renzi di fare subito: «Prima della Sicilia e della legge di stabilità». Potrebbe pesare inoltre l’effetto Napolitano. Dovrebbero votare sì Stefano, Uras ed ex grillini come Campanella e Bocchino. «Meglio fare affidamento sui miei voti o sul rapporto di amicizia con un Renzi o un Orlando?», l’interrogativo retorico di un senatore dem.
A questo punto servono a poco gli incontri di partito. «Bisognerebbe spaventarsi di più di quelli che si alzano e applaudono», argomenta un big del Pd. Clima di sospetti insomma. Ma chi ne ha visti di tranelli nella prima Repubblica prevede che la legge passerà senza problemi. «Non vedo pathos ma solo depressione da fine legislatura», osserva Cirino Pomicino.