Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  ottobre 12 Giovedì calendario

Shale oil come il carbone Bnp smetterà di finanziarlo

Lo shale oil come il carbone. In nome dell’ambiente Bnp Paribas ha annunciato che smetterà di fare affari con qualsiasi soggetto la cui attività principale abbia a che vedere col petrolio e col gas non convenzionali: i frackers americani dunque, ma anche i produttori di sabbie bituminose del Canada e tutte le società che trasportano, rivendono o distribuiscono questo tipo di combustibili. Niente soldi nemmeno alle pipeline insomma, né ai terminal per l’esportazione di gas liquefatto che stanno sorgendo un po’ ovunque negli Stati Uniti.
La maggiore banca francese si impegna anche a non finanziare esplorazioni e produzione di idrocarburi nell’Artico. Già da tempo inoltre aveva preso le distanze dal carbone, smettendo di concedere fondi per nuove miniere e centrali elettriche e scegliendo di concentrarsi piuttosto su fonti e tecnologie verdi, cui conta di destinare 15 miliardi di euro entro il 2020.
Il no allo shale tuttavia è un passo più significativo, anche perché potrebbe fare scuola: Bnp è il primo big del credito ad allontanarsene, stigmatizzandolo come un nemico nella lotta contro il cambiamento climatico. Finora solo l’olandese Rabobank, una banca molto più piccola e con meno ramificazioni internazionali, aveva compiuto la stessa scelta, nel 2013.
Nonostante le critiche feroci allo shale, persino gli ambientalisti esitano ad accomunarlo al carbone. Il rapporto «Banking on Climate Change 2017», pubblicato a giugno da una rete di Ong guidata da BankTrack, Rainforest Action Network, Sierra Club e Oil Change International, denuncia il sostegno tuttora eccessivo delle banche ai «combustibili fossili estremi» includendovi i finanziamenti a carbone, oil sands, trivellazioni nell’Artico e in acque marine ultraprofonde. Lo shale è chiamato in causa solo in via indiretta, per il denaro destinato a impianti di Gnl in Nord America.
I 37 maggiori istituti mondiali hanno foraggiato queste attività con 87 miliardi di $ nel 2016, in calo del 22% rispetto al 2015. Negli ultimi tre anni – quando sono ci sono stati finanziamenti per 290 miliardi – le banche meno ambientaliste sono state nell’ordine Bank of China, China Construction Bank e JpMorgan Chase, con oltre 20 miliardi ciascuna.
Bnp si è piazzata al 15esimo posto, con 7,84 miliardi di $ distribuiti in tutte le categorie stigmatizzate. Ma oggi appare decisa a voltare pagina. «Come banca internazionale – ha dichiarato il ceo Jean-Laurent Bonnafé – il nostro ruolo è aiutare a guidare la transizione energetica e contribuire alla decarbonizzazione dell’economia».
I finanziamenti francesi non verranno certo rimpianti dai frackers. Bnp nel 2012 ha ceduto a Wells Fargo le attività nordamericane nei prestiti reserve-based, molto utilizzati dalle compagnie dello shale. E anche se gli investitori si stanno facendo più cauti, il settore può tuttora contare sul supporto quasi incondizionato dei colossi del credito di Wall Street, oltre che di molte banche regionali e società di private equity.