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 2017  agosto 11 Venerdì calendario

Le imprese dei muli sul tetto del mondo. Così l’elettricità cinese può illuminare il Tibet

Con il gusto delle iperbole, i media cinesi hanno presentato il progetto per portare l’elettricità nelle aree più remote degli altopiani del Tibet come una sequenza di record memorabili. «Il progetto di distribuzione elettrica ad altitudine più elevata – hanno scritto i giornali di partito – le linee di trasmissione più lunghe, il percorso più esteso su pianure congelate e la torre di ferro più alta del mondo». Per continuare a portare il progresso nel luogo che la Cina chiama Xizang e i tibetani Boe, bisogna però salire ancora a dorso di mulo e di cavallo, così come sulle loro groppe si trasportano i materiali per costruire i pilastri e le torri d’acciaio, spesso fissate su rocce a strapiombo, distanti anche mezzo chilometro in altezza l’una dall’altra. Anche a vederne degli scorci come in queste foto è un’opera ciclopica e massacrante, che si estende lungo 2700 chilometri su altitudini medie di 3800-4000 metri. Le immagini si riferiscono alle vette della catena Hemduang nel Qamdo, regioni che nell’antico Tibet avevano il nome di Kham, le prime a essere occupate dall’esercito popolare comunista negli anni cinquanta. I lavori – che costeranno oltre due miliardi di dollari e hanno richiesto centinaia di viaggi con gli animali ed eserciti di operai costretti spesso ad arrampicarsi in posizioni rischiose – sono cominciati ad aprile con i primi disgeli e termineranno prima dell’inverno, quando operare alle altitudini scelte per installare il network di trasmettitori sarà impossibile a causa delle temperature polari e le tempeste di neve. Poi riprenderanno a primavera, per concludersi nel 2018. Nonostante il clima temperato dei mesi scelti per montare i nuovi impianti sul tetto del mondo, le difficoltà tecniche sono molte e spesso letali, senza contare l’ossigeno rarefatto per gente come gli operai cinesi generalmente abituati a lavorare in pianura. Migliaia di manovali e tecnici sono morti negli ultimi decenni costruendo strade e gallerie, dighe e invasi per sfruttare le ricche sorgenti d’acqua dell’Himalaya destinate a portare l’energia, prima che ai tibetani, ai cinesi delle valli e delle città. La modernizzazione dell’antico Paese di lama e nomadi erranti, che aveva vissuto per millenni semi-isolato, ha cambiato il volto di inte- re regioni deforestate e attraversate ora da un dedalo di strade e superstrade, ferrovie, con città moderne sovrapposte agli antichi borghi, dighe e invasi. Da più di dieci anni c’è anche una linea diretta di treni da Pechino a Lhasa, un’opera che aveva richiesto, al di là delle iperbole della propaganda sulla ferrovia più lunga e alta del pianeta, un altro grande sacrificio di uomini e investimenti per trasportare uomini e merci in 48 ore filate attraverso terre gelate a oltre 4000 metri. Ci viaggiano turisti e uomini d’affari, oltre alle sempre nuove ondate di immigrati han cinesi che portano un progresso non sempre bene accetto, per il quale i tibetani hanno già pagato e pagano un prezzo alto in termini di sradicamento dalle proprie radici e di devastazione del proprio ambiente naturale. È l’acqua delle loro montagne che disseta 300 milioni di cinesi e rende fertili i loro campi grazie ad altre grandi opere di deviazioni e dighe per produrre il 30 per cento dell’energia usata in Cina, 210 milioni di kilowatt. Più dei vantaggi di cui godrà Pechino, la stampa cinese ha tenuto però a precisare che «ne trarranno beneficio oltre 100mila persone in tre regioni di Nyingchi», senza precisare se si tratta di residenti tibetani o coloni cinesi importati.