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 2017  agosto 11 Venerdì calendario

La guerra di mafia che i giudici non vedono

Dopo una strage come quella dell’altro ieri, si fa presto a dire mafia. Basta guardare alle armi utilizzate, kalashnikov e fucile a pallettoni, e all’identità della vittima designata: un noto pregiudicato appena uscito di galera, già scampato a due agguati. Che altro serve per parlare di faida tra cosche? Tuttavia a guardare le carte processuali – le uniche che fanno testo, al di là delle impressioni e delle ricostruzioni sociologiche – la mafia del Gargano è un affare molto più complicato, che gli stessi giudici fanno fatica a riconoscere come tale. Mario Luciano Romito, il boss ammazzato mercoledì, non era stato mai condannato per associazione mafiosa, né il suo clan fu riconosciuto come tale. Solo i vecchi alleati dei Li Bergolis, al termine di un accidentato percorso giudiziario, hanno avuto questo poco commendevole riconoscimento. Dopodiché, rotto l’antico patto che li riuniva nel cosiddetto Clan dei Montanari, hanno scatenato la vendetta contro i Romito, che però sono rimasti un’associazione per delinquere «semplice», dedita per lo più al contrabbando. La catena di omicidi che hanno colpito ora una ora l’altra fazione ha tutte le caratteristiche della «guerra di mafia», ma la mafia – ufficialmente – c’era solo da una parte. «Noto un certo ritardo culturale della magistratura giudicante, che appare non del tutto consapevole di ciò che accade sul territorio», disse qualche mese fa al Corriere il procuratore di Bari Giuseppe Volpe, capo della Direzione distrettuale antimafia competente su ciò che accade nella provincia foggiana; commentava una sentenza del tribunale di Foggia che aveva escluso l’aggravante del metodo mafioso per le estorsioni contestate a un altro clan del Gargano, i Notarangelo, che ha potuto allargare i suoi affari proprio in conseguenza della rottura tra i Li Bergolis e i Romito. In quel caso il tribunale sostenne la tesi di un «abbagliante affresco criminale» che ai loro occhi appariva invece «sbiadito e scolorito, se non inesistente», arrivando a ipotizzare un tentativo di condizionamento (andato a vuoto) da parte delle associazioni antiracket. Appena scarcerati, gli imputati hanno cominciato a ammazzarsi fra loro, restituendo sostanza all’affresco mafioso negato dai giudici. La corte d’appello di Bari, poche settimane fa, ha riconosciuto l’aggravante anche sul piano giudiziario, ma è solo una tappa di un cammino che appare ancora lungo e irto di difficoltà. Nonostante gli omicidi a ripetizione, e adesso anche le stragi.