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 2017  luglio 17 Lunedì calendario

U2, «Joshua Tree» un capolavoro che non invecchia

«Voglio abbattere le mura che mi tengono chiuso, voglio allungare le braccia e toccare la fiamma, dove le strade non hanno nome», così cantava Bono nel celebre incipit di Joshua tree, trent’anni fa, esattamente nel momento in cui il mondo del rock cedette definitivamente al fascino degli U2, alla loro spiritata missione per conto del Dio degli ideali supremi. L’idea del testo era venuta a Bono dopo i suoi viaggi nella povertà dell’Etiopia, ai tempi di Live Aid, quando qualcuno gli aveva fatto notare che dall’indirizzo di una persona si possono capire tante cose: quanto guadagna, di che razza è, da dove viene, e perfino a volte di che religione è. E allora l’utopia di un luogo “dove le strade non hanno nome”, il segno della luminosa aura che attraversava tutto il disco e che in tutti i modi gli U2 stanno cercando di riportare in vita nel tour approdato in questi giorni in Italia. In concerto Bono l’ha anche detto: «Può darsi che alcune di queste canzoni siano ancora più rilevanti oggi».
È così? Sono in molti a chiederselo di fronte alla riproposta integrale, fedele, di un disco che nacque come tuffo profondo nell’America degli anni Ottanta, vista come specchio di meraviglie e contraddizioni dell’intero mondo occidentale, allora immersa nel dominio reaganiano, oggi che quella stessa America ha eletto Trump. A quei tempi Bono e i suoi compagni, tutti di educazione cattolica, perfino anomali nella loro severa dignità contraria a tutti gli eccessi del rock, si domandavano quanto fosse salda la loro fede, e se lo chiesero in uno dei pezzi più celebri del disco, tra i più adorati ancora oggi, I still haven’t found what I’m looking for (“Credo nel regno a venire, ma non ho ancora trovato quello che sto cercando”), ma cantata oggi sembra quasi una preghiera personale, la strenua ricerca di un senso da parte di un gruppo di rockstar che ha paura di perdere la bussola, la dignità del proprio ruolo, la promessa a cui hanno sempre cercato di rimanere fedeli. “Outside is America”, gridavano e gridano in uno dei pezzi più duri del disco, quintessenza dell’energia rock, Bullet the blue sky, storture e crimini dell’imperialismo americano, violenta requisitoria contro i padroni della guerra, ma ai tempi dello Zoo Tv Tour la presentavano con un domanda precisa e agghiacciante che campeggiava sugli schermi: «È una coincidenza che i cinque maggiori produttori di armi al mondo, Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Usa, siano gli stessi cinque membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu?».
Domande che aleggiavano ai concerti all’Olimpico di Roma, nello sguardo più maturo di Bono, The Edge, Adam Clayton, Larry Mullen jr, trent’anni dopo. Sguardo più maturo certo ma forse paradossalmente anche più smarrito, perché oggi è difficile sapere cosa e contro chi gridare la propria voglia di libertà. Verrebbe da dire che il mestiere di rockstar è diventato più confuso, più scivoloso. Nel pieno del delirio della democrazia dei social, dove vale tutto e il contrario di tutto, l’ambiguità del capolavoro With or without you che saggiamente Bono lasciava in sospeso tra il personale, il religioso, il sociale, al meglio della sua capacità di esser allo stesso tempo privato e universale, potrebbe essere solo fraintesa, equivocata, se non fosse che è un pezzo di trent’anni fa e si è guadagnato sul campo il rispetto che merita. Alla fine, la vera domanda è: cosa sarebbe successo se questo disco fosse stato pubblicato oggi. Avrebbe avuto lo stesso effetto di allora? E soprattutto, i quattro U2 hanno una risposta per questo quesito?