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 2017  luglio 17 Lunedì calendario

In morte di George Romero

Il regista che aveva il copyright del mondo degli zombie è passato dall’altra parte e finalmente potrà scrivere il suo vero The End. A 77 anni, George Romero, nato a New York nel 1940, è morto ieri a Washington dopo una lotta per un cancro ai polmoni. Circondato dalla famiglia, se ne è andato ascoltando la colonna sonora di «Un uomo tranquillo» il film di Ford che amava.    Romero verrà da tutti ricordato per un capolavoro horror come «La notte dei morti viventi», del 68, film girato nei weekend a basso budget con un gruppo di cineasti di Pittsburgh e attori sconosciuti e ben truccati. Raccontando in bianco e nero l’assalto dei morti viventi in una cittadina della Pennsylvania, il regista riesce a condensare tutte le grandi paure di quella stagione della società americana (ma non solo), prima di tutto la guerra nel Vietnam (in cui fu arruolato Tom Savini, il mago macabro dei suoi strepitosi effetti speciali) e il conflitto razziale, oltre al disfacimento della famiglia e dei valori borghesi. Angoscioso per come e quanto suggerisce la paura e il senso del mistero senza eccessi trucidi, «gore», il film è una parabola dell’inconscio e della società che non sfigura di fronte a «L’invasione degli ultracorpi» di Siegel, corrispettivo degli anni della guerra fredda.    La carriera di Romero, iniziata da ragazzo prodigio alla Spielberg con i super 8 e poi con la pubblicità che gli permette il salto nella produzione, continuerà per una quindicina di titoli tutti basati sulla primaria ossessione dei morti viventi che, per colpa di una radiazione, invadono con passo cieco e malfermo i luoghi della nostra società, come specificherà in «Zombie» del ‘78 con l’assalto al supermercato. Citatissimo e imitato ad ogni latitudine, con omaggi e remake, Romero che fece anche la comparsa in «Il silenzio degli innocenti» e spesso compare per vezzo nei suoi film, continuerà a proporre il suo incubo principale con alcune variazioni, insistendo sull’aspetto claustrofobico («Il giorno degli zombi» ‘85) e lavorando poi sulla rilettura del mito del «Wampyr» di Dreyer (in originale «Martin») sponsorizzato da Dario Argento, che ha più volte collaborato con lui.    Pittore e scultore, mostrò il suo particolare sense of humour nel film a episodi «Creepshow» da una serie a fumetti, mentre il romanzo di Stephen King «La metà oscura» gli propose lo sdoppiamento di uno scrittore con un suo personaggio. È la malattia di vivere che lo affascina e terrorizza, la paura dell’anonimato in mezzo alla folla (in «Bruiser» del 2000). Sicuramente senza Romero non ci sarebbe la fioritura degli zombies e anche della popolare serie «The walking dead» e fra i registi di paura del periodo, da Wes Craven a Carpenter, egli ha le stimmate del cine amatore. Da piccolo aveva girato «L’uomo della meteora» gettando un manichino in fiamme dalla finestra e facendosi così arrestare. Ma non temeva la ripetizione, freudianamente non rimosse mai il suo trauma che si andava popolando di sempre nuove paure e fantasmi («La città verrà distrutta all’alba», del 1972, sulla minaccia della guerra), e infatti la trilogia sui morti viventi resta un capitolo importante, inimitabile della lotta dell’uomo solo contro l’improvvisazione catastrofica del mondo che si rivolta contro richiamando in servizio onesti cadaveri al servizio di una paura cinefila che rimase il marchio di fabbrica, con la misura di chi sente davvero un’angoscia e non vuole solo rovesciarle addosso la vernice rossa.