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 2017  luglio 17 Lunedì calendario

India, la rivolta delle colf. E le padrone devono pulire casa da sole

È l’alba nel quartiere d’alta classe di Noida, quando una calca di 300 poveri dà l’assalto ai cancelli del comprensorio esclusivo di Mahagun Modern, con sbarre di ferro e lanci di pietre. Spintonando le guardie di sicurezza, i rivoltosi si fanno strada tra i campi da tennis e i viottoli ben ordinati in questa bolla di serenità irreale e costosa, in una capitale sovrappopolata.
Sono alla ricerca della loro amica, sorella, figlia, moglie: Zora Bibi, donna delle pulizie di 26 anni che, a loro dire, è stata presa in ostaggio dai datori di lavoro con l’accusa d’aver rubato tre mesi di stipendio arretrato, cioè 17,000 rupie (230 euro), dalla borsetta della «padrona», un’insegnante delle elementari.
Venticinque di loro riescono a forzare la porta d’entrata dell’appartamento di Mitul e Harshu Sethi. Con una sassata rompono la finestra della stanza del figlio di 8 anni. Urlano «Uccidiamo la padrona!». Genitori e bimbo si chiudono in bagno terrorizzati. La folla saccheggia l’appartamento. Passano altre tre ore di rabbia, sassaiole, cariche della polizia antisommossa, grida e zuffe prima che la polizia riesca a riportare la tranquillità. Zora emerge dallo scantinato e torna a casa dopo una visita all’ospedale.
Subito dopo, la polizia cala sul quartiere dei poveri portandosi via 60 persone e arrestandone 13. Ma molte donne vanno davanti alle telecamere a parlare di situazioni di lavoro insostenibili, trattamenti al limite della schiavitù. Fioccano le denunce incrociate.
Per ritorsione, le padrone di casa licenziano subito tutte le loro donne delle pulizie del comprensorio. «Non possiamo più fidarci. Dobbiamo dar loro una lezione», dice Mamta Pandey. «E se loro possono coalizzarsi, perché non possiamo farlo anche noi?». Così il giorno dopo la signora Pandey si alza un’ora prima del solito per farsi le pulizie, causandosi un nuovo mal di schiena.
Anche Sandhya Gupta, altra signora del comprensorio chic, dice che «non bisogna abbassare la guardia con il personale di servizio», con una frase di un candore brutale impressionante: «Queste donne sono come l’osso incastrato nelle nostre gole: non possiamo ingoiarle, né sputarle fuori. Abbiamo bisogno le une delle altre. Dovremo imparare a coesistere nel rispetto reciproco».
L’episodio è destinato a segnare la psiche della nuova classe media indiana.
L’India è il Paese al mondo dov’è più esasperata la dipendenza dai lavoratori domestici, pur trattandosi, secondo la costituzione, di una repubblica socialista. Ma la realtà, dovuta all’inestirpabile cultura delle caste, è che gli abbienti vedono il personale di servizio come degli «extra» nel set della loro vita e sono spesso affetti dalla sindrome del «guardare dall’altra parte», senza riconoscere l’umanità di chi vive e lavora a stretto contatto con loro.
Secondo uno studio del Movimento Nazionale degli operatori domestici, le lavoratrici «sono estremamente sfruttate e vengono negati loro stipendi e condizioni di vita umane. Sono pagate molto al di sotto del salario minimo, lavorando 15 ore al giorno, sette giorni alla settimana. E sono le prime ad essere accusate di furti».
È quel che è accaduto alla 26enne Zora Bibi. Ma questa volta è scattato qualcosa di diverso, forse a causa anche dell’urbanistica. Con il proliferare dei quartieri chic nelle campagne attorno alla capitale, si sono affastellate anche le bidonville dei poveri. Questa vicinanza ha creato un contesto perfetto per un conflitto alla «noi contro di loro».
Alla fine, la semplice e breve rivolta dei poveri a Noida, per quanto illecita e violenta, ricorda a milioni di nuovi ricchi indiani che vivono un rapporto malato di semi-schiavitù con il personale di servizio. E che ogni ordine è illusorio, ogni situazione mutevole.