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 2017  maggio 19 Venerdì calendario

Il canone in spiaggia

Canoni di locazione ridicoli, assenza di qualsiasi tipo di gara pubblica, occupazioni abusive di tratti di costa, violazione sistematiche di norme e sentenze europee. Ecco la situazione delle spiagge italiane. Quella che dovrebbe essere una gigantesca risorsa economica – il Belpaese vanta 7.375 chilometri di coste (la Spagna circa 4.000) – si traduce in una situazione di caos totale e in un misero introito per lo Stato: le concessioni hanno infatti generato nel 2016 solo 101,8 milioni di euro, a fronte di un fatturato stimato da Nomisma in almeno 15 miliardi di euro. Questo perché le spiagge vengono date in gestione a canoni quasi simbolici – spesso si tratta di 4-500 euro al mese, la metà di un monolocale in centro a Milano, per 2-3.000 metri quadri di spiaggia – secondo meccanismi di rinnovo «automatico» delle concessioni, che passano di padre in figlio consentendo lucrosi business alle circa 30.000 imprese del settore e una privatizzazione de facto. Già nel 2009 l’Ue ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia, chiedendo la messa a gara delle concessioni visto che la Direttiva Bolkestein del 2006 prevede la possibilità, anche per operatori di altri Paesi dell’Ue, di partecipare ai bandi pubblici per l’assegnazione. L’Italia, ignorando i moniti Ue, ha disposto la proroga automatica delle concessioni fino al 31 dicembre 2020. Ma la Corte di Giustizia Ue l’ha bocciata con una sentenza del luglio del 2016. E pochi giorni fa il Tar della Lombardia ha stabilito che vanno organizzate subito gare pubbliche affermando che il decreto legge del 2016 con il quale il ministro Enrico Costa statuiva che «le concessioni sono legittime in attesa della legge di riforma del settore» va disapplicato, in quanto contrario alla disciplina Ue sulla concorrenza.
Il panoramaDal semplice stabilimento balneare fino alle strutture con ristorante, piscina, centro benessere, suites sul mare, attracchi «vip», il settore è molto articolato. Ma i canoni (dati 2014, quindi a oggi hanno subìto qualche ritocco su base Istat) sono dappertutto esigui, anche nelle aree di pregio. A Santa Margherita Ligure, il Lido Punta Pedale versa 625 al mese, (7.500 all’anno) mentre l’hotel Regina Elena 6.000. Il Metropole versa 3.614 euro, il Continental 1.989.
A Marina di Pietrasanta il Twiga di Briatore occupa una superficie di 4.485 metri quadri, per un canone di 16 mila euro all’anno. Ma Briatore non è titolare diretto della concessione bensì in subaffitto e versa un canone di oltre 200.000 euro alla fortunata società concessionaria. Più incerto il destino del beach club Twiga che Briatore doveva aprire a Otranto: un’indagine della Procura di Lecce vuole accertare che non vi siano irregolarità nella realizzazione del lido e Briatore, che ha solo concesso l’uso del marchio, ha sospeso la partnership con i soci locali. A Forte dei Marmi il Bagno Felice versa 6.560 euro per 4.860 metri quadri. A Punta Ala, l’Alleluja paga 5.230 euro per 2.420 metri e il Gymnasium 1.210 euro per 2.136 metri. A Capalbio, lo stabilimento l’Ultima spiaggia – assai frequentato anche dai politici – versa 6.098 euro (per 4.105 metri quadri), mentre il lido-ristorante Carmen Bay paga 3.302 euro per i suoi 2.172 metri. Le differenze a volte sono consistenti. Il Luna Rossa di Gaeta sborsa 11.800 euro per 5.381 metri, mentre il Bagno azzurro di Rimini ne versa 6.700.
In Sardegna, per la spiaggia di Liscia Ruja, l’hotel Cala di Volpe paga 520 euro all’anno. Complessivamente, per le 59 concessioni del Comune di Arzachena lo Stato incamera canoni 19 mila euro all’anno. Situazione paradossali.
Nuove regoleIl governo sembra determinato a intervenire, per valorizzare l’immenso patrimonio delle spiagge. Il 27 gennaio il Consiglio dei ministri ha varato il Ddl di delega sul riordino delle concessioni demaniali a uso turistico ricreativo, ora in commissione per l’approvazione alla Camera e poi al Senato. Sergio Pizzolante (Ap), relatore in Commissione Finanze della legge di riforma sulle concessioni (per le Attività Produttive è Tiziano Arlotti del Pd), spiega i principi di quello che dovrebbe essere il nuovo regime: «Il principio è quello stabilito dalla Corte di Giustizia Ue, cioè il no a proroghe automatiche delle concessioni: bisogna arrivare a gare pubbliche, non penso ad aste ma all’individuazione di un contraente per il reperimento sul mercato di forniture, servizi e opere, secondo canoni riformati e stabiliti preventivamente. La sentenza europea dice anche che gli Stati in determinate materie possono far valere questioni di interesse nazionale e riconosce che c’è un “legittimo affidamento”: ovvero che chi gestisce tratti di litorale ha un ruolo pubblico e a conclusione di una concessione bisogna riconoscere al gestore il valore dell’impresa costruita».
Un altro principio cardine sarà «la previsione di un periodo di transizione nei confronti dell’Ue: un periodo in cui le 30.000 imprese del settore dovranno adeguarsi ai nuovi criteri». C’è chi lo vorrebbe lungo 30 anni (Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti) e chi come Federbalneari apre a un periodo più breve, seguito da evidenze pubbliche. I tempi della legge-quadro? «Abbiamo quasi ultimato le audizioni in commissione – dice Pizzolante —, andremo al voto in aula a fine luglio, il testo passerà al Senato a settembre e poi a febbraio-marzo 2018 l’approvazione».
Poi c’è il tema della concorrenza. «Gli stranieri? Facciamoli partecipare per le spiagge ancora libere, ma per quelle già in gestione no, è ingiusto, gli investimenti vanno protetti», dice Vincenzo Romito, legale e titolare del VR Beach di Ostuni. «Non vogliamo che multinazionali e grandi gruppi si impossessino delle nostre spiagge. E nessuno potrà essere titolare di più di 2-3 concessioni. Vogliamo favorire le Pmi italiane», ammette il relatore della legge.