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 2017  maggio 19 Venerdì calendario

Come mettere Trump in stato d’accusa

El Green, un bel signore che fa il deputato nel Congresso americano, ha presentato una richiesta di messa in stato di accusa del presidente Trump. Un modo simpatico per finire sui giornali, dato che l’iniziativa non ha la minima possibilità di avere un seguito.  

Perché?
Per mettere in stato d’accusa un presidente degli Stati Uniti, bisogna che la maggioranza della Camera approvi il capo d’imputazione. Questo viene poi esaminato dai senatori che, sempre a maggioranza, processano l’accusato ed emettono la sentenza. Trump, bombardato senza tregua, ha ancora con sé il partito repubblicano, che è in maggioranza sia alla Camera che al Senato. I repubblicani, benché non amino Trump, temono che un impeachment del presidente tolga voti al loro partito e tra un anno e mezzo ci sono le elezioni di mid-term nelle quali ogni membro del Parlamento desidera essere confermato. Gli ultimissimi sondaggi dicono che per la prima volta gli americani d’accordo sulla messa in stato d’accusa del Presidente sono leggermente in maggioranza rispetto a quelli che assolvono Trump. Trump ha tuttavia ancora un indice di gradimento alto, intorno al 48%, e i repubblicani non vogliono avventurarsi in un percorso pieno di incognite.  

L’accusa quale sarebbe?
L’«ostruzione alla giustizia», la stessa che costò il posto a Nixon all’epoca del Watergate. Nixon preferì dimettersi piuttosto che affrontare il processo davanti ai senatori. Gli altri due presidenti messi in stato d’accusa sono Andrew Johnson, nell’-Ottocento, e Clinton per l’affare Lewinski. Affrontarono tutti e due il Senato e furono assolti.  

In che modo Trump avrebbe «ostruito la giustizia»?
Prima invitando il capo dell’Fbi, James Comey, a lasciar perdere il cosiddetto Russiagate e poi addirittura rimuovendolo. Comey ha sempre avuto l’abitudine di appuntare minuziosamente il contenuto di qualunque conversazione. Il suo taccuino è in questo momento la preda più ambita dalla stampa americana. Lui non lo fa vedere a nessuno, ma ogni giorno concede una qualche rivelazione. L’ultima: Trump gli avrebbe chiesto di «sbattere in galera» i giornalisti che pubblicano notizie riservate. Il Presidente deve probabilmente ancora essere informato sull’esistenza, nella Costituzione americana, di un Primo emedamento che garantisce la libertà di parola e di stampa praticamente senza limiti.  

Che cosa si intende esattamente per “Russiagate”?
Il sospetto che fra lo staff di Trump e Putin vi fossero rapporti stretti, al punto che i russi avrebbero manovrato per taroccare le elezioni americane in modo da far vincere Trump. Il Washington Post ha scritto che un mese prima dell’elezione, Kevin McCarthy, leader della maggioranza repubblicana al Congresso e vicinissimo a Trump, avrebbe detto ad alcuni suoi colleghi: «Penso che Putin paghi Trump». Il Washington Post dice di aver ascoltato la registrazione. Lo speaker della Camera Paul Ryan sarebbe intervenuto per far stare tutti zitti e avrebbe intimato ai presenti la massima riservatezza. Al commento di McCarthy qualcuno dei presenti aveva riso, ma lui aveva aggiunto: «Giuro su Dio». Ieri McCarthy ha twittato: «È stato un tentativo di umorismo andato male. Non stupisce che il Washington Post abbia provato a trasformarlo in una breaking news». Tutta questa faccenda dovrebbe diventar chiara in modo definitivo tra qualche tempo. Il ministro della Giustizia ha nominato un procuratore indipendente che avrà l’incarico di indagare sui rapporti fra gli uomini di Trump e i russi. Si chiama Robert Mueller, 73 anni, è un ex marine eroe del Vietnam che ha guidato l’Fbi per dodici anni. Lo nominò Bush e poi Obama, alla scadenza, gli chiese di prolungare il mandato per altri 24 mesi.  

E sulla faccenda delle rivelazioni ai russi?
La fonte non sarebbe israeliana, ma, secondo Al Jazeera, giordana. Sono i giordani ad aver infiltrato parecchi uomini nella struttura dell’Isis e sono questi infiltrati a correre adesso il rischio di essere fatti fuori dal Califfo. Putin s’è dichiarato disponibile a diffondere le conversazioni dell’incontro in modo da smentire qualunque rivelazione. Lavrov, il ministro degli Esteri russi, ha ribadito anche ieri che la storia dei terroristi intenzionati a mettere una bomba in un laptop per far saltare un aereo americano è vecchia, dunque Trump, anche se fosse, non avrebbe rivelato proprio niente. «Se ricordo bene, circa uno o due mesi fa l’amministrazione Trump aveva deciso ufficialmente di vietare ai passeggeri provenienti da diversi paesi mediorientali di portare a bordo strumenti elettronici, e questa decisione era stata esplicitamente motivata con la minaccia terroristica. Se la questione è questa non capisco cosa ci sia di segreto. A volte si ha l’impressione che molti media Usa lavorino basandosi su un principio che era popolare in Unione Sovietica: allora si diceva che sul quotidiano Pravda (“la Verità”) non ci sono notizie e che sul quotidiano Izvestia (“le notizie”) non c’era la verità».