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 2017  marzo 20 calendario

Cigni d’oro e velluti. L’asta chic è un affare

L’anno scorso, in tempi giudicati di penuria, Christie’s ha venduto all’asta arte e arredi per più di 5 miliardi (billions) di dollari, buona parte ottenuti da importanti collezioni private; tutto ciò che è appartenuto a un personaggio della storia, della mondanità, dell’aristocrazia o della cultura, assicura al compratore non solo l’eventuale valore dell’oggetto, ma anche quello della persona cui apparteneva. E per esempio nel novembre scorso una casa d’aste di Los Angeles ha venduto molto bene tutti i 495 oggetti collezionati da Frank Zappa, il mitico compositore e chitarrista dai baffoni neri, morto a 53 anni nel 1993. Per più di due decenni la vedova Gail era riuscita a conservare in una specie di colorata e pazza casa museo chitarre, tigri cinesi di porcellana, manifesti di Nixon, consolle barocche, mucche sacre indiane, tavolini a forma di cigno, credenze dipinte di rosa shocking: ma poi i quattro figli, litigiosissimi, hanno deciso di ricavarne del denaro e addio ricordi.
È triste cancellare così lo scenario di una vita in questo caso importante nella storia non solo musicale di un’epoca? Alvar Gonzáles-Palacios, storico delle arti decorative, non è d’accordo: «Se tutte le collezioni di questa terra rimanessero in piedi sarebbe un incubo. È come pensare che tutti restino vivi per sempre. Grazie a Dio ogni tanto qualcuno muore». Dal 22 marzo Christie’s mette all’asta nella sede di Londra l’enorme ricchissima collezione di Robert de Balkany da due sue residenze, palazzo Lancellotti a Roma, e Chateau Balsan in Costa Azzurra; e poi il 18 maggio, gli arredi di Lord Weidenfeld: «Li ho visti più volte tutti e due, le loro case erano molto diverse. Quella di Weidenfeld a Londra era elegante, ma quel che si dice in inglese “shabby chic”. Non era pretenziosa e non aveva molti oggetti da museo. Quelle di de Balkany erano l’opposto, fin troppo lussuose, molti camerieri, non un granello di polvere, signore eleganti sempre pettinate dal parrucchiere; ma non mancavano cose di grande qualità. Per lui la coreografia contava molto, ma era un tono di vita diverso da quello di un grande editore come Weidenfeld, associato a Nigel Nicholson, figlio di Harold e di Vita Sackville-West».
Ci sono aste di collezioni private che restano nella storia delle dispersioni di mondi ed esistenze esclusive, come quella dei 3311 lotti della casa parigina dei duchi di Windsor, curata da Sotheby’s a New York nel marzo 1997, e quella da Christie’s a Parigi nel settembre 2009, 733 lotti di raro eclettismo e qualità della dimora parigina di Yves Saint Laurent. Un paio di settimane fa, 21 mobili appartenuti a Hubert de Givenchy, disegnati da Diego Giacometti, fratello e collaboratore del defunto fratello Alberto, sono stati venduti da Christie’s per una somma molto alta e imprevista, 32.748.500 euro.
Le collezioni private sono il ritratto, il teatro, la scenografia, la memoria di personaggi che le aste riportano alla luce. George Weidenfeld, morto nel gennaio 2016 a 96 anni, Barone di Chelsea dal 1976, era di origine austriaca, ed è stato un grande editore e filantropo; ebreo osservante, sionista convinto, negli ultimi anni si era impegnato a salvare le comunità cristiane perseguitate in paesi di estremismo musulmano. Amava le donne e dare grandi ricevimenti: aveva divorziato da tre mogli, avuto una sola figlia oggi ultrasessantenne, e viveva con una quarta moglie amatissima, Annabella Whitestone, manager di grandi esecutori di musica classica; a 23 anni si era innamorata del pianista Arthur Rubinstein, ultraottantenne, andando a vivere con lui, a 46 anni sposava Lord Weidenfeld, allora settantenne: vedova, è tornata all’amatissima musica, occupandosi del pianista israeliano Menahem Pressler, 94 anni, tuttora in tournée.
Da Christie’s la collezione Weidenfeld viene definita “magnificent” e dovrebbe raccogliere almeno 1.400 mila sterline, per il maggior valore dei pezzi legato alle sue autentiche passioni e alla sua professione: i disegni su carta, come un nudo femminile di Alberto Giacometti e un altro, molto esplicito, di Egon Schiele (valutato 200/300 mila sterline) ricordano la sua passione per le donne ma anche la tormentata pubblicazione di Lolita di Nabokov nel 1959; la Santa Dorotea di Bernardo Cavallino (150/200 mila sterline) e un busto in bronzo di Papa Urbano III, opera della bottega del Bernini (30/50mila sterline) si legano al suo impegno vittorioso per ottenere da papa Giovanni Paolo II la sua autobiografia.
I ricevimenti in casa Weidenfeld erano molto ambiti, frequentati da giganti della politica, europeisti, fautori della pace, grandi scrittori, qualche indispensabile milionaria americana. Invece le fastose serate nei palazzi e castelli di Robert de Balkany ospitavano un monde completamente diverso, una high society di principi di sangue, aristocratici, sarti e mondani in via di estinzione. Ci si potrebbe chiedere chi mai oggi vorrebbe vivere sotto la minaccia di un rarissimo stipo romano, capolavoro del tardo manierismo, con colonnine e cariatidi, ricoperto di lapislazzuli, diaspri, agate e cornaline.
La risposta la dà l’asta Sotheby’s del settembre 2016 che lo mise in vendita con gli arredi della casa parigina di de Balkany ricavandone 13.301.125 euro: quel mobile assurdo appartenuto ai Borghese ma anche a re Giorgio IV d’Inghilterra fu acquistato da un collezionista privato per 2.500 mila euro, secondo Gonzáles-Palacios relativamente poco se si pensa che in nessun museo italiano esiste uno stipo di tale importanza. I due volumi che illustrano la nuova asta londinese dei beni de Balkany sono in sé di massimo interesse storico e mondano: e per esempio il gentiluomo, di origine rumena e naturalizzato francese (però incluso nella Encyclopédie de la fausse noblesse), ricchissimo costruttore di supermercati, è stato per due decenni il marito della principessa Gabriella di Savoia e il padre della loro figlia Elisabetta ora di 44 anni e moglie di un nobile fiammingo di origine tailandese. Per cui la prefazione ai cataloghi la firma “Sua Altezza Reale Simone II di Bulgaria”, non ex re di, e parla del “Re d’Italia Umberto II” definendolo almeno “ultimo re d’Italia”. Del resto in vendita ci sono molti pezzi appartenuti ai Savoia, provenienti soprattutto dal castello di Racconigi: per esempio un set di quattro candelabri a cinque braccia in bronzo dorato sostenute da figurine femminili, primissimo ‘900, valutato 7.100/12 mila euro. De Balkany, che naturalmente giocava a polo, doveroso per chi vive come un principe, abitava in magioni immense talmente affollate da preziosità barocche, Regency, neoclassiche, Impero, non sempre d’epoca, da apparire nelle foto, quasi soffocanti: nei suoi arredamenti che pure in Costa Azzurra erano gravati da tendaggi di broccato dorato con fiocchi e frange, divani e poltrone trapuntate di pesanti damaschi rossi, di arazzi, pavimenti a quadri di marmo, cornici di porte di giada, migliaia di antichità, candelabri, orologi, dipinti anche di grandi maestri, possibilmente di Sofonisbe, di martiri scuoiati, di Cleopatre moribonde, di vittorie di Alessandro il Grande, di sacrifici di Ifigenia, di busti di re di Francia, di statue più grandi del vero di imperatori romani; di colonne, di sfingi, obelischi, omenoni, ercoli, leoni, lacoonti, pavoni, colombe, aquile, cigni, con molto più oro (di princisbecco, o di bronzo o argento dorato) che negli appartamenti di Donald Trump.
Ai suoi trionfali ricevimenti con il tavolo da pranzo per 50 persone, piatti e posate di vermeil, cinque bicchieri e un lavadita a commensale, niente tovaglia perché usanza borghese, accorrevano anche reali in carica e re deposti. Assistere all’asta di cui si sa già il sicuro trionfo, non sarà l’ultimo spettacolo per dire addio a un mondo che crediamo finito, e che invece, continua, invisibile e intoccabile.