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 2017  febbraio 17 calendario

Alla riscoperta di Di Leo. Un regista innovativo che girava in «calibro 9»

C’era una volta il b-movie all’italiana. O meglio, c’erano una volta i recensori che bocciavano senza appello tutto il cinema non d’autore, declassandolo alla serie b. Da allora, la critica ha avuto il tempo per rivedere il proprio giudizio. Talvolta esagerando nel contrario, prestandosi a un’esaltazione di qualunque pellicola commerciale apparsa nelle sale in quegli anni prolifici. L’approccio più giusto è quello adottato da Gordiano Lupi e Davide Magnisi, curatori della monografia Di Leo calibro 9 (in uscita il 17 febbraio, per le edizioni Il Foglio Letterario). L’obiettivo dei due studiosi è focalizzare l’attenzione su Fernando di Leo, il quale prima ancora di essere un bravo regista di film di genere era un bravo regista tout court. Fuor di dubbio che i vari Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti possedessero una solidità autoriale ben maggiore, però lo scopo della pubblicazione è un altro, e cioè ribadire che di Leo fu comunque un autore a tutti gli effetti, non un semplice mestierante come nel passato veniva dipinto.
Animato dalla convinzione che il cinema fosse prima di tutto intrattenimento, riuscì a centrare il bersaglio sia col noir sia con l’erotismo. Per quanto riguarda il noir, di Leo fu l’apripista del genere in Italia, e soprattutto con la trilogia della mala – comprendente Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss raggiunse vette qualitative ancora ineguagliate. La passione per quel tipo di storie gli giunse casualmente: il giovane Fernando – che per evadere dalla noia della provincia foggiana leggeva i capolavori della letteratura – mentre era alle prese col Diario di André Gide si imbatté in una citazione del giallista Dashiell Hammett. Fu amore a prima vista. Da lì poi la venerazione per Jean-Pierre Melville e John Huston in grado come pochi di creare atmosfere di alta tensione fino alla scoperta, folgorante, della narrativa di Giorgio Scerbanenco. Addentrandosi nell’universo dello scrittore – che a parte le origini ucraine era milanese fino al midollo, e di Milano seppe raccontare la deriva violenta Di Leo rimase colpito da quel realismo agghiacciante, quell’abilità nel descrivere scenari delinquenziali, e ne trasse ispirazione. Li accomunava il desiderio di andare oltre la stereotipizzazione del buono contro il cattivo, perciò nelle opere di entrambi troviamo assassini che a modo loro hanno un’anima e poliziotti ben lungi dall’essere degli stinchi di santo. Questa è la differenza tra un noir stile Milano calibro 9 e i poliziotteschi, sottogenere dove i tutori dell’ordine venivano presentati come uomini integri, supereroi di un fumettone nel quale il Bene vinceva sempre. In parole povere, laddove il poliziottesco semplificava, di Leo restituiva il reale in tutta la sua complessità. Mostrare i panni sporchi della realtà significava far arrabbiare i benpensanti.
A proposito di tabù, non meno importante è stato il ruolo del cineasta pugliese nello sdoganare al cinema il tema della sessualità femminile. C’è un equivoco, che il volume Di Leo Calibro 9 ha inteso chiarire, riguardo una presunta misoginia delle pellicole dirette dal maestro. Niente di più falso. Difatti, specialmente nel filone erotico della sua produzione si pensi a Brucia ragazzo, brucia, La seduzione, Avere vent’anni – emerge un’immagine della donna vincente, libera ed emancipata. L’uomo, nei titoli sopra citati, fa la parte del mammalucco, inadatto a vivere pienamente la dimensione dell’amore. Ma anche nei noir del regista, dove le donne risultano assoggettate alla brutalità di uomini violenti, è una sottomissione motivata dal contesto in cui vivono. Di Leo dal suo osservatorio di artista puntava il dito contro le ristrettezze mentali. 
Nella seconda parte del libro c’è una lunga sezione di interviste a personaggi parecchio eterogenei – l’intellettuale Mario Tronti e il comico Lino Banfi, la diva sexy Barbara Bouchet e il compositore Luis Bacalov che in comune hanno il fatto di averlo conosciuto, dentro o fuori dal set. L’immagine che affiora dalle loro testimonianze è quella di una persona dotata di profondità intellettuale. Così profonda che con quella testa avrebbe potuto fare un cinema più aulico. Però se avesse scelto la via del film impegnato, il pubblico lo avrebbe amato meno. E il pubblico è stato il primo a scoprire di Leo. Molto prima di Quentin Tarantino.