Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 17 calendario

Il mio jazz per La La Land. Intervista a John Legend

Los angeles «La musica resta la mia grande passione e ho tanti interessi come produttore cinematografico, teatrale e musicale. In questo momento però mi sento soprattutto un attivista sociale e politico contro Trump che sta facendo fare passi indietro all’America in cui credo, quella di Obama» dice John Legend.
Antepone dunque questo impegno ai Grammy vinti, all’Oscar conquistato per la canzone «Glory» di Selma, alle 14 nomination di La La Land, il musical d i cui è uno dei produttori. Nel film, oltre a suonare jazz spesso in conflitto con Sebastian (Ryan Gosling), appare come attore nei panni di Keith alla guida della band «The Messangers» ed esegue la canzone «Start of fire».
Agli Oscar Legend sarà sul palco e canterà i brani che sullo schermo sono interpretati dai protagonisti Emma Stone e Gosling. «Lo ammetto, la lavorazione del musical di Damien Chazelle, sempre al fianco del compositore Justin Hurwitz, è stata un sogno ad occhi aperti».
C’è un aspetto del film che coinvolge la sua creatività?
«Sul piano musicale sicuramente il conflitto tra Sebastian e il mio Keith. La filosofia del primo è quella di preservare il jazz tradizionale. Keith invece desidera andare avanti, sperimentare qualcosa di diverso rispetto al jazz di 50 anni fa. Vuole aderire ai tempi moderni anche con un’ottica pop. È un contrasto importante che spiega la diversità dei personaggi. Non a caso reputo fondamentale una mia battuta: “Puoi essere tradizionalista nella musica, ma anche rivoluzionario”».
Lei sta dalla parte di Keith...
«Perché Keith va avanti, aderisce ai cambiamenti della cultura, Sebastian resta ancorato al passato. Anche su Twitter, con mia moglie Christine Teigen, ho analizzato questa diversità tra i due. Mi definisco un liberal, credo a una televisione in grado di fare cultura specie attraverso i documentari e sono un grande fautore dei social media. Ritengo che, come la musica, la politica si debba fare pubblicamente, socialmente. Ho affrontato questo tema anche nel mio ultimo album, Darkness and Light. Aggiungo che sono un convinto femminista».
E invece nella sua vita quali sono le persone che hanno contato di più?
«Sono nipote di un pastore, con lui suonavo e cantavo gospel in una chiesa battista. Poi sono andato all’Università di Philadelphia per coltivare i miei interessi storici e ho studiato la Letteratura afroamericana. Però non ho mai smesso di fare musica».
E gli artisti preferiti?
«Il mio mentore, il mio idolo, è Quincy Jones. Ha aperto tante porte alla musica. Ma devo e dovrò sempre moltissimo a Kanye West, che ha applaudito sin dal mio inizio il mio tentativo di mescolare jazz, soul tradizionale, R&B e il pop. Collaborare con Kanye è stata una delle prime tappe per me e resta ancora oggi un traguardo. Gli devo il mio primo album da solista e molto altro. Mi interessa poi lavorare con i colleghi che stimo, come è accaduto ad esempio con Common per Selma».
Lei è impegnato sul piano sociale anche con concerti nelle prigioni…
«Devo molto a The end of Poverty di Jeffrey Sachs: andai in Ghana dopo aver letto questo libro. Penso che un nostro compito esistenziale sia il miglioramento del mondo in cui viviamo e sono impegnato in diverse associazioni filantropiche, mi batto per la riforma delle carceri e della giustizia. I prossimi Oscar, neri e bianchi, potranno diventare una pedana di proclami. Osserveremo i codici dell’Academy, ma… sarò in buona compagnia, con Meryl Streep e altri».