Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  febbraio 17 calendario

I 25 anni di Mani pulite

Bollettino della corruzione di ieri. La procura dell’Aquila sta verificando l’operato del presidenta della regione Abruzzo, in ordine a certi appalti successivi al terremoto del 2009 e relativi alla città di Penne e alle case popolari Ater di Pescara. È una faccenda da 13 milioni. Il presidente della regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, ritiene la sua posizione «assolutamente estranea» eccetera. C’è poi la terza polizza vita in favore del sindaco di Roma, Virginia Raggi, valore ottomila euro, sottoscrittore il solito Romeo che l’avrebbe addirittura accesa quarantotto ore dopo l’avviso a comparire recapitato dai magistrati a Virginia. Il sindaco dice di voler denunciare il suo ex collaboratore, lui dice che la terza polizza è stata accesa per «affetto». Per il momento rubrichiamo questa faccenda, come quella abruzzese, sotto il capitolo «Corruzione» col punto interrogativo.  

C’è anche la storia Mambelli.
È roba sportiva, e non siamo autorizzati a occuparcene. Comunque sì, Alberto Mambelli, capo della Lega dilettanti, secondo l’accusa compensava la benevolenza di un alto funzionario del fisco verso un’azienda che gli stava a cuore con tessere d’ingresso allo stadio.  

Che cosa mi significa questa sfilza di fatterelli corruttivi, a parte il mistero Romeo-Raggi, ormai ordinaria amministrazione?
Appunto, «ordinaria amministrazione» e sono 25 anni da Mani Pulite, 17 febbraio 1992. Si direbbe che è cambiato poco o niente. Anzi.  

Già, Mani pulite.
La signora Laura Sala voleva dall’ex marito un assegno di mantenimento più sostanzioso e andò a denunciarlo. Raccontò che questo ex marito pigliava mazzette a tutto spiano. Così il 17 febbraio 1992, un lunedì, vent’anni fa esatti, alle cinque e mezza del pomeriggio, il capitano dei carabinieri Roberto Zuliani fece irruzione con i suoi uomini nell’ufficio di presidenza del Pio Albergo Trivulzio di Milano, l’ospizio dei poveri. Il presidente dell’istituto, Mario Chiesa (l’ex marito), stava contando proprio in quel momento un pacco di banconote da 100 mila lire che gli stessi carabinieri avevano segnato. In una borsa c’erano altri 35 milioni, che Chiesa riuscì a buttare nel water. Fuori in macchina aspettava il pm Antonio Di Pietro, ancora sconosciuto. Messo in galera, Mario Chiesa parlò e si scoprì così che i partiti vivevano di mazzette, lo Stato era corrotto, il Paese era marcio. Così cominciò Mani Pulite: 4.520 persone coinvolte, 3.200 rinviate a giudizio, 661 condannate (inclusi 345 patteggiamenti). Cancellati dalla scena politica la Dc, il Psi e gli altri partiti, tranne l’ex Pci già trasformato in Pds e i fascisti del Msi, presto ribattezzati Alleanza Nazionale. La Lega c’era già, Berlusconi non era ancora sceso in campo. Per far capire meglio quella stagione, aggiungerò un paio di dati: il costo della corruzione nel periodo 1980-1992 è stato calcolato in 15-30 mila miliardi di lire, cioè 8-16 miliardi di euro l’anno; Transparency International, che a quell’epoca ci collocava al 33° posto tra i paesi corrotti (il primo posto è riservato al più virtuoso), ci piazza oggi al 60° posto su 182 paesi, peggio solo di Grecia e Bulgaria. Cioè siamo nettamente peggiorati.  

Come si spiega?
Ascoltiamo uno dei protagonisti di quella stagione, l’uomo che oggi guida l’Associazione Nazionale Magistrati, cioè Pier Camillo Davigo intervistato da Giuseppe Guastella: «È drammatico quanto poco sia cambiata la situazione e quanto sulla corruzione peggiori la deriva dell’Italia nel panorama internazionale. Il Paese è corrotto a livelli diversi e con finalità e modalità diverse. È un Paese che sta morendo. C’è sfiducia, la gente non va più a votare, espatria». Il Paese, dice Davigo, è sostanzialmente ingiusto. ««L’ingiustizia può essere nella legge oltre che negli uomini, se la legge è contraria al senso comune di giustizia, e molte delle norme che applichiamo lo sono. Ora la minaccia del carcere non è credibile perché il codice penale è uno spaventapasseri, da lontano fa paura, quando ci si avvicina appare innocuo. In galera ci va chi è così sciocco da farsi arrestare in flagranza e gli appartenenti alla criminalità organizzata. Gli altri in media ci vanno di meno».  

E i politici?
«La politica non deve agganciarsi ad atti formali nel giudizio, ma a una valutazione autonoma dei fatti. Si può cacciare uno che è innocente o tenerlo se è colpevole. Sono due valutazioni diverse, una è politica, l’altra di giustizia. Molte volte non c’è bisogno di aspettare la sentenza per far scattare la responsabilità politica. Ma in questo Paese non avviene mai, neanche di fronte ai casi evidenti».