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 2017  gennaio 11 calendario

Il terrorista dell’Isis viveva a Roma e reclutava in cella `

ROMA Proselitismo in carcere e partecipazione all’organizzazione terroristica salafita Ansar al Sharia, attiva in Tunisia dal 2011 e con avamposti libici e siriani nella lotta al fianco dell’Isis. Queste le accuse per Saber Hmidi, tunisino di 34 anni arrestato a Roma da Digos e Polizia penitenziaria. L’ordinanza gli è stata notificata ieri nel carcere di Rebibbia dove era detenuto per altri reati, mentre nella mattinata sono state eseguite perquisizioni in tutto il Lazio. Nella sua abitazione i poliziotti hanno trovato una bandiera, vessillo originale dell’organizzazione, «la prima rinvenuta in Italia», dice Mauro Fabozzi, dirigente Digos. 
PROSELITISMO
Nelle carceri Hmidi avrebbe fatto proselitismo, pronto a punire con la violenza chi dissentiva, aizzando rivolte in nome di Allah. L’ultima il 18 novembre a Mammagialla, Viterbo, dove aveva incendiato un materasso. «Alle guardie penitenziarie – dice Augusto Zaccariello, del Nucleo investigativo della penitenziaria – aveva detto vi taglio le teste se non fate come dico». Nella Capitale avrebbe fatto parte di una cellula di Ansar al Sharia, con base a Centocelle, in parte già smantellata dalla Digos nel gennaio 2015 dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi. All’epoca – ma la notizia trapela ora – due tunisini, ben addestrati e palestrati vennero espulsi perché pericolosi per la sicurezza nazionale. Si trattava di un reclutatore di aspiranti combattenti a cui era stato rifiutato lo status di rifugiato e di un immigrato regolare pronto ad abbracciare la causa dell’Isis.
LA MINACCIA
Gente che non frequentava abitualmente le moschee e che preferiva l’indottrinamento via web, proprio come Hmidi che aveva scaricato le istruzioni per confezionare ordigni esplosivi e usare un Ak 47. I loro contatti diretti con il presunto terrorista arrestato ieri sarebbero emersi pienamente durante le ultime indagini. «In Italia la minaccia è sempre più frammentata e legata alla micro-criminalità che si presta all’estremismo ideologico-religioso», afferma Vincenzo Di Peso, della Direzione centrale della polizia. 
LA CONDANNA
Hmidi stava scontando tre anni e 8 mesi per armi, ricettazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Ha cambiato sei differenti istituti, tra cui Prato, Civitavecchia, Frosinone, Napoli e Salerno, proprio per i suoi atteggiamenti violenti e radicalizzati. In quello di Velletri era stato nel 2011 per droga e lì aveva iniziato il percorso di radicalizzazione. Il suo nome figura nell’elenco dei detenuti imam allegato alla relazione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sul fenomeno della radicalizzazione nelle carceri. Ora sarà spostato in un istituto di massima sicurezza. «Hmidi si ispirava al Corano per travisarne il senso», spiega Domenico Messina, della sezione anti-terrosimo della Digos romana. 
Il 9 novembre 2014 il tunisino con cittadinanza italiana, venne fermato per controlli da una volante a Morena, frazione vicina ai Castelli, ma anziché fermarsi cercò di caricare una 9x21 contro i poliziotti. Vi fu una colluttazione, riuscì a scappare ma venne preso il giorno dopo a San Basilio. Allora nel bungalow dell’emergenza abitativa comunale a Malafede in cui risiedeva con la moglie, un’italiana convertita all’Islam, e la figlia, venne trovata la bandiera oltre a 33 cellulari, 8 pc portatili, 2 Ipad e un hard disk. Sia la moglie che il padre avevano cercato di dissuaderlo dai suoi piani jihadisti: «Appena sarò libero andrò a combattere in Siria», ripeteva. Proprio da alcune intercettazioni la polizia ha avuto conferma della sua conoscenza diretta con Zarrouk Kamal, uno dei leader di Ansar al Sharia, nel frattempo morto a Raqqua.