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 2017  gennaio 11 Mercoledì calendario

Kyrgios il provocatore, tra i suoi bersagli finisce anche Trump

ALTRO che Pokemon Go. Stavolta Nick Kyrgios si prende una pausa dall’amato Pikachu e passa ad occuparsi di Donald Trump, senza mistero del suo pensiero: “F...k Donald Trump” c’è in bella evidenza sulla T-shirt, con tanto di corna sulla foto del presidente Usa.
Il tennista australiano ha voluto sfoggiarla a Sydney, dopo un match d’esibizione (vinto) contro Rafa Nadal. Dunque il 21enne aussie torna a far parlare di sè, sebbene non sia ancora tornato ufficialmente alle gare, dopo la sua squalifica (ha giocato la Hopman Cup, ma è un torneo ad invito).
Perché fu sospeso? Per condotta antisportiva: a Shanghai ad ottobre – si trascinava in campo, perdendo, contro Mischa Zverev e il pubblico (ovviamente) s’è lamentato, con conseguente battibecco pubblico fra le parti. L’Atp non ha potuto chiudere gli occhi e lo ha quindi squalificato per otto settimane, salvo fargli uno sconto in caso di sedute da qualche specialista. Risultato: vedremo l’australiano a Melbourne regolarmente.
Ieri la nuova provocazione, che non sorprende chi conosce Kyrgios. Lui è fatto così e, da Djokovic a Murray, giurano che sia un pezzo di pane, ovverosia un bravo ragazzo. Particolare, però, come carattere (politically incorrect, senza peli sulla lingua e imprevedibile), e talento smisurato come tennista.
Oggi è numero tredici del mondo, e tutti sono pronti a scommettere sulla sua progressione, a patto che tenga la testa libera. Da cosa? Beh, anche Pokemon Go, per esempio, uno dei suoi passatempi preferiti. «Devo trovare il giusto equilibrio tra Pokemon Go e l’allenamento» disse qualche mese fa tra lo stupore di chi l’ascoltava, incapace di valutare se fosse una battuta o una cosa seria.
Ma con Kyrgios si rimane sempre spiazzati: «Non ho idea della grandezza della mia racchetta, non conosco neppure la tensione delle corde. Fa tutto Yonex». Chiedete invece a Nadal dettagli sui suoi strumenti di gioco, maniaco del controllo.
Ma questo 21enne aussie, parente lontano di Fabio Fognini, è uno di quei tipi che ami perdutamente oppure odi con tutta la forza. E lui lo motiva: «Il pubblico per tanti giocatori è un estraneo, io non la penso così. Io vado fuori e mi piace far divertire. Mi piace un po’ di spettacolo. Sono il ragazzo cattivo? Sono fatto così». Prendere o lasciare, dunque. Inutile chiedergli il perché della scritta anti Trump: «Non c’è bisogno di una risposta, mi sembra abbastanza esplicativa».
Genio? O matto? Gioca a tennis da dio ma sogna il basket, un playground dove potersi sfogare col pallone a spicchi. «È vero, non mi piace il tennis. Mi piace il basket. Accontentai i miei genitori da piccolo». Forse per questo fa le cose a modo suo, si allena senza coach. «Fino a due anni fa non facevo palestra. Sì, non ho un coach e va bene così. Non è previsto che ne prenda uno». Da piccolo era debordante di fisico, poi s’è asciugato. Pat Cash fu il primo a restarne impressionato: «Mai visto uno con quella velocità di braccio. Muoveva la racchetta come uno spazzolino da denti». Oggi Kyrgios può ammetterlo: «Non posso fare a meno del tennis. È una parte enorme della mia vita». Ma non regala false speranze: «Lo ripeto, col cavolo che gioco fino a 30 anni. Ci sono tante altre cose a questo mondo, mica solo il tennis».
Gli amici, per dirne una: l’altro giorno era a Canberra, casa sua, per tifare – come spettatore qualsiasi – James Frawley. Chi è? Un vecchio compagno d’infanzia, più sfortunato. «Io non dimentico».