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 2017  gennaio 11 calendario

La «proposta Patuelli»ha il fiato corto. Meglio la lista dei responsabili dei disastri

L’IDEA di pubblicare la lista dei 100 debitori insolventi, avanzata dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli, un galantuomo liberale, e cavalcata dalle orde di assalto del centrodestra nelle ultime ore, con la parola d’ordine del “daje alla banca rossa”, presenta molti punti di debolezza sul piano tecnico e rappresenta un cedimento alla cheap politics e al populismo.
Dal punto di vista tecnico, che stavolta per molti aspetti coincide con il buon senso, la pubblicazione dei nomi dei debitori insolventi non avrebbe nessun effetto sul piano giuridico o economico: l’unico risvolto sarebbe quello della esposizione alla pubblica riprovazione di una serie di personaggi con responsabilità molto diverse e spesso senza alcuna responsabilità.
La questione della privacy c’entra poco. I rapporti e gli affidamenti sono tutelati dal segreto bancario, frutto in Italia di una consolidata giurisprudenza di Cassazione. È vero che può essere violato ma solo in presenza di reati fiscali o di altro genere: in quel caso la magistratura può accedere alle banche, l’Agenzia delle entrate può consultare l’anagrafe dei conti correnti e la Banca d’Italia, attraverso la Centrale rischi, può addirittura controllare le linee di credito concesse ed esaurite per ogni singolo cliente. Vale la pena mettere a rischio questo principio seppure con una norma ad hoc? Il sistema bancario perderebbe l’asset della riservatezza con tutte le conseguenze che si possono immaginare.
Chi mettere nella lista? Si parla dei primi cento clienti insolventi. Si tratta dei primi cento per dimensioni del fido? Oppure per ritardo nel pagamento che, formalmente dalla seconda rata in poi, trasferisce il credito nelle partite incagliate?
E poi: siccome la “gogna informatica” assumerebbe di fatto il valore di una sanzione, bisognerà stabilire i motivi del mancato rientro del credito. Possono esserci a monte comportamenti fraudolenti, tentativi di bancarotta, imboscamento di patrimoni. Ma può anche essere che il numero tre della lista degli insolventi abbia esportato in un paese in crisi, sia stato vittima di una alluvione, sia stato colpito da problemi di più varia natura.
Dato che l’Italia è uno stato di diritto per stabilire le responsabilità ci sono le leggi e non i vaghi criteri che dovrebbero ispirare la lista dei 100. Basta guardare l’articolo 137 del testo unico bancario per scorgere due norme che individuano con certezza gli errori del cliente e della banca. Il comportamento fraudolento del cliente si chiama “mendacio bancario”: avviene quando chi chiede un fido, rappresenta una situazione patrimoniale migliore di quella che è in realtà. Il comportamento fraudolento del banchiere si chiama invece “falso interno”: si eroga un fido sapendo bene che chi lo prende non sarà in grado di restituirlo. Su entrambi i reati può intervenire la magistratura. C’è da dire – per concludere il discorso sul piano per così dire “mediatico” – che coloro che si troveranno sulla lista potranno liberamente querelare per diffamazione chi li ha tirati in ballo. A meno che non si tratti di conclamati bancarottieri. Oppure che si introduca per legge una pericolosa deroga al principio.
Infine un discorso che riguarda la gestione della banca e non i semplici aspetti di privacy. Ebbene un ragionamento – che trova ascolto anche al Tesoro – mette in guardia sulle conseguenze per l’istituto di credito della diffusione dei nomi dei suoi debitori in difficoltà. La notizia infatti allerterebbe le altre banche, farebbe ulteriormente chiudere i rubinetti del credito, e di conseguenza accentuerebbe la crisi del debitore deteriorando ancor di più la qualità del credito incagliato. Dunque la banca si darebbe la zappa sui piedi.
Vista l’enorme mole delle sofferenze bancarie italiane, le crisi, i bail in, i risparmiatori e gli obbligazionisti in piazza e tutto il resto, sarebbe forse il caso di fare sì una lista. Ma degli amministratori responsabili dei dissesti.