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 2017  gennaio 11 calendario

Intercettazioni, i capi delle Procure: «Noi ostaggi dei fornitori privati»

Inizia come riunione al ministero della Giustizia di tutti i capi delle Procure distrettuali convocati dal capo di gabinetto del ministro Orlando sulla sicurezza delle intercettazioni, e finisce quasi come seduta di autocoscienza collettiva attorno a quella che ad esempio il procuratore di Roma definisce «prassi non corretta e pericolosa da superare con urgenza»: la scoperta che «le ditte private», fornitrici dei server attraverso i quali nelle Procure vengono svolte le intercettazioni, «possono accedere da remoto, automaticamente e senza autorizzazione, a tutte le intercettazioni affidate alle medesime ditte, conservando sia i dati di traffico sia le registrazioni, e così di fatto realizzando una sorta di server parallelo». I procuratori di Reggio Calabria e di Salerno, Federico Cafiero de Raho e Corrado Lembo, aggiungono che la carenza di tecnici interni fa sì che «non si sia in grado di svolgere adeguate attività di vigilanza» su quello che fanno le ditte private. Il procuratore aggiunto di Palermo, Bernardo Petralia, ammette che «la titolarità dei server in capo alle ditte fornitrici comporta inevitabilmente problemi di eteroassistenza dei sistemi». Sottolinea «la serietà dei rischi per la sicurezza dei sistemi» Massimo De Bortoli, pm di quella Procura di Trieste che da un piccolo episodio ha avviato l’indagine poi sviluppata a fine 2016 dal pm milanese Piero Basilone su una delle tre maggiori aziende private del settore, Area. La cui linea difensiva – una sorta di informatico «così fan tutti» – trova però una indiretta conferma nel contributo che alla riunione ministeriale porta il procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli. Dopo gli articoli del Corriere della Sera e la vicenda di Area, i pm della Procura di Napoli spiegano infatti di aver chiesto ai propri fornitori di dichiarare se essi accedano da remoto per la manutenzione e se, nel farlo, accedano ai dati relativi alle intercettazioni: e «alcune aziende – informa Borrelli le altre Procure, tutte presenti il 14 dicembre alla riunione tranne Trento, Milano, Perugia e Potenza – hanno confermato di agire in questo modo».
Modo vietato, perché i dati delle intercettazioni devono risiedere solo sui server collocati in Procura. E, soprattutto, modo sinora sempre smentito come tecnicamente impossibile. Adesso invece è talmente «comprovato» che il procuratore romano Giuseppe Pignatone spiega che il proprio ufficio ha studiato come contromisura «un apposito firewall», proposta che il ministero accoglie «con favore». Il rappresentante della Procura Nazionale Antimafia, Giovanni Russo, rimarca che «solo in Italia le intercettazioni sono affidate a imprese private», e anche il componente del Csm, Francesco Cananzi, ritiene che «il settore deve recuperare una connotazione pubblicistica». Il procuratore di Torino, Armando Spataro, addita (come il delegato bolognese Enrico Cieri) l’assenza di un albo dei fornitori selezionati per trasparenza e affidabilità, nonché di quel repertorio di prestazioni tecniche pur previsto dal Codice delle Comunicazioni del 2003. Il suo collega di Catanzaro, Nicola Gratteri, racconta di aver scelto di attribuire nella gara pubblica il 30% di punteggio all’offerta economica delle ditte e il 70% alla qualità del servizio, griglia che ha portato a escludere 40 aziende e a selezionarne 4 per evitare i rischi della concentrazione in un solo fornitore.
Ma non è solo una riunione di allarmi. Dal ministero arrivano infatti concreti segnali di cambio di rotta. Come l’acquisto di 36 nuovi server «statali» per iniziare a sostituire nelle Procure i server «privati» appartenenti alle ditte fornitrici, da far gestire ad «amministratori di sistema» non più esterni ma interni (42 quelli formati nel 2016). O lo schema di contratto-standard al quale i pm uniformino prestazioni e tariffe con le ditte. «È imprescindibile alzare il livello di sicurezza dei sistemi – mette a verbale il capo di gabinetto Gianni Melillo con il capodipartimento Gioacchino Natoli —: questa è l’attuale emergenza perché la sicurezza incide direttamente sulla stessa affidabilità dello strumento e dunque sulla credibilità della funzione». Anche per questo il ministero dice no all’ennesima proroga dei termini concessi ai pm per allinearsi alle prescrizioni del Garante della Privacy: la data resta il 31 gennaio pur se un mese fa, a fronte di 67 Procure già in perfetta regola, altre 68 avevano un grado di adeguamento «sufficiente», e 5 restavano fuorilegge.