Il documento congiunto firmato da Italia e Libia sabato 27 giugno rilancia lo scambio commerciale fra i due paesi e in particolare lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi libici - Cinquantamila.it

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 1998  luglio 13 Lunedì calendario

Il documento congiunto firmato da Italia e Libia sabato 27 giugno rilancia lo scambio commerciale fra i due paesi e in particolare lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi libici

• Il documento congiunto firmato da Italia e Libia sabato 27 giugno rilancia lo scambio commerciale fra i due paesi e in particolare lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi libici. L’Eni di Enrico Mattei strinse rapporti con la Libia di re Idris, poi deposto nel ’69 dal colonnello Gheddafi: un anno dopo vennero espulsi 12 mila italiani. Ciononostante lo scambio commerciale con Tripoli rimase molto ricco: ne sono esempi l’acquisto del 10 per cento delle azioni Fiat da parte del gruppo libico Lafico nel ’76, la costituzione in Italia nell’88 della compagnia mista Tamoil (dalla quale la Libia fu costretta a ritirarsi nel ’92 per via dell’embargo internazionale), l’acquisto nel ’97 del 5 per cento della Banca di Roma. Attualmente l’Italia acquista dalla Libia il 30 per cento del petrolio che importa (rappresenta buona parte dei 6.820 miliardi di importazioni dalla Libia nel ’97) e ha in corso il progetto di un gasdotto italo-libico da otto miliardi di metri cubi annui di gas (molto importante per i bisogni energetici italiani). L’Eni è il primo degli operatori internazionali nel paese di Gheddafi (tratta il sedici per cento del petrolio locale).
• Il 30 aprile Gheddafi ha guidato a N’Djamena, capitale del Ciad, la solenne preghiera del primo venerdì dell’anno solare islamico. arrivato attraversando il deserto con 500 persone e 315 mezzi al seguito: nel corteo trattori e jeep per la popolazione, limousine per i membri del governo, camion carichi di alimentari e cisterne piene di benzina (che nel paese è scarsa e costa 3.750 lire al litro). Scopo della visita stringere rapporti economici con l’ex nemico ora ricco di petrolio: dopo il ritiro nel 1994 dai territori che aveva occupato, la Libia aveva mostrato di gradire l’elezione a presidente di Idriss Déby, musulmano, appoggiato da Parigi e considerato allievo del Colonnello (attualmente l’ambasciatore ciadiano a Tripoli è Daoussa Déby, fratello del presidente, quello libico a N’Djamena è Grene Salah Grene, cugino di Gheddafi). «Le nostre risorse petrolifere comuni e le vostre idriche possono cambiare il deserto» ha detto il Colonnello prima di guidare la preghiera seguita da 500 mila persone.
• Dopo circa sei mesi sono terminati in Ciad gli scontri armati tra l’esercito e i guerriglieri del Farf (Forces armées pour un république fédérale ): le popolazioni del sud del Paese, dove sono i giacimenti petroliferi di Doba, hanno l’impressione che il clan al potere cerchi di accaparrarsi i ricavi petroliferi. Secondo un diplomatico occidentale (e numerose testimonianze) «tra l’ottobre del 1997 e l’aprile del 1998 degli agenti provocatori pagati dal governo hanno creato una situazione che ha legittimato l’intervento dell’Esercito in modo da pacificare e mettere sotto controllo la regione prima dell’inizio dei lavori all’oleodotto». Alla costruzione dell’oleodotto Ciad-Camerun partecipa anche la compagnia francese Elf: Loik Le Floch-Prigent, ex amministratore delegato della compagnia dichiara: « grazie a Elf che la Francia mantiene una presenza nell’Africa francofona e l’allarga ad altri paesi. I compiti diplomatici che mi sono stati affidati sono, sul continente, di interessarmi alla presenza francese nel Camerun e nel Ciad. la ragione per cui Elf entra nel consorzio petrolifero ciadiano a fianco della Exxon sostituendo la Chevron, consorzio che deve trovare un percorso per la pipeline attraverso il Camerun. E il mio ruolo è di persuadere con discrezione gli americani ad attraversare la parte francofona del Camerun».
• Grazie al petrolio il Ciad raddoppierà in tre anni, a partire dal 2001 (data d’inizio dell’estrazione) il Pil (attualmente è di 150 dollari per abitante). I lavori per la realizzazione delle infrastrutture sono stati finanziati per il 3 per cento (120 milioni di dollari, pochi ma sufficenti a garantire gli investimenti iniziali delle compagnie occidentali) dalla Banca Mondiale, a patto che il paese accettasse, unico al mondo, di affidare ad una compagnia privata (la società svizzera Cotecna) la gestione dei profitti petroliferi. Motivo della richiesta: il tentativo di ridurre la corruzione.
• Secondo la stampa britannica il Sudafrica sarebbe disposto a vendere alla Libia armi e pezzi di ricambio contro la fornitura di petrolio a basso prezzo. Il volume degli scambi sarebbe di circa 900 miliardi di lire. Negli ambienti diplomatici inglesi si fa notare che Mandela da tempo intrattiene ottimi rapporti con Gheddafi: nel 1997 lo incontrò due volte e lo insignì della più alta onorificenza concessa dalla repubblica sudafricana ad uno straniero. Sempre in quell’anno ebbe luogo una trattativa tra l’Arabia Saudita e il Sudafrica: riguardava l’acquisto di petrolio saudita per un miliardo e mezzo di dollari da pagarsi con armi prodotte dall’industria di Stato sudafricana Denel. Scopo principale dei sauditi: ridurre la dipendenza energetica sudafricana dall’Iran (fornitore di circa i due terzi del fabbisogno petrolifero di Pretoria). Già nel 1994 il Sudafrica offrì forniture di armi a quasi tutti i paesi del Medioriente tranne Israele: una commessa alla Siria del valore di circa mezzo milione di dollari venne bloccata dagli Stati Uniti per pressioni israeliana.