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 2015  agosto 19 Mercoledì calendario

Genocidio, deportazione, shoah: quando le parole sono utilizzate ad minchiam. Filippo Facci: «Ora io dico: ma sapete, voi, che cos’è un genocidio? Salvini lo sa? Dopodiché io dico: ma sapete, voi insegnanti, che cos’è una deportazione?»

Le parole non sono importanti, non più: forse lo erano quando se ne conosceva il significato culturale e storico, ma ora? Facciamo tre esempi freschi. Matteo Salvini che dice che sarebbe in atto «un genocidio degli italiani», faccenda sulla quale si sono già spesi fiumi di inchiostro. Poi. Le insegnanti che, due giorni prima, hanno parlato pubblicamente di «deportazione» per via del piano straordinario di assunzioni che distribuirà le cattedre soprattutto al Nord. Poi. La portavoce per il sud Europa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (in pratica la tizia che ha sostituito la Boldrini all’Onu) secondo la quale la chiusura di molti governi al dramma degli immigrati è paragonabile allo sterminio degli ebrei e all’indifferenza di gran parte delle potenze alleate che pure combattevano Hitler. Genocidio. Deportazione. Shoah. Sono appunto solo tre esempi (ne avrete in mente altri) in cui le parole e le espressioni ormai svolazzano iperleggere, sradicate, intercambiabili, svuotate di peso culturale e storico, voci qualsiasi in un parolaio senza chiaroscuri in cui ci siamo calati. Ora io dico: ma sapete, voi, che cos’è un genocidio? Salvini lo sa? È la volontà di distruggere fisicamente e completamente un gruppo etnico e di farlo sparire anche sotto il profilo culturale. Fu un genocidio quello dei serbi contro i musulmani bosniaci, fu un genocidio quello del Ruanda, della Cambogia, degli ebrei, stanno ancora litigando per stabilire in che misura fu un genocidio quello dei turchi contro gli armeni: ma ora arriva l’amico Salvini – dico amico, perché lo è – e decide che è in atto anche un genocidio ai danni degli italiani. Qui e ora. Ecco, non c’era un’altra espressione? Salvini pensa che in Italia arriveranno troppi profughi e migranti e che possano sostituire progressivamente gli italiani: se anche fosse – posto che ci vorrebbero secoli – è un genocidio? Salvini può pensare anche cose forti, e cioè che i migranti vanno respinti sempre e comunque e che vanno carcerati allo sbarco, che i porti vanno chiusi: ma che c’entra il genocidio? Dopodiché io dico: ma sapete, voi insegnanti, che cos’è una deportazione? È quando un popolo o un gruppo viene sradicato dalla propria terra e viene costretto con la forza a vivere altrove. In passato era una misura penale o politica e ce ne sono state centinaia, di deportazioni: l’ultima che si ricorda, in Italia, è quella degli ebrei verso i campi di sterminio nazisti dopo l’8 settembre 1943. È un parallelo che regge, signori insegnanti? Il piano di assunzioni del governo ha visto arrivare 71 mila domande da parte di precari del Sud (perché la maggioranza è lì) ma è un fatto che gli insegnanti servono di più al Nord: è una deportazione? Qualcuno li costringe a spostarsi? Oppure dovrebbero assumere gli insegnanti – come vorrebbero i comitati dei precari – solo dove vivono, ma dove non servono? Dopodiché io dico: ma sa, Carlotta Sami – portavoce del Commissariato Onu per i rifugiati – che cosa fu la Shoah? Forse andrebbe chiesto anche a Emma Bonino o a Gad Lerner, che in passato, non da soli, a loro volta paragonarono lo sterminio pianificato degli ebrei al dramma degli immigrati nel Mediterraneo: è un buon paragone? Serve a qualcuno o a qualcosa? Trasmette un senso corretto della Storia alle nuove generazioni? Moraletta finale: qui nessuno nega un tema spaventoso e globale, e però le migrazioni di massa dal sud del mondo – domanda – sono paragonabili al tentativo di estinguere un intero popolo? A un bambino o a un ragazzino, voi, spieghereste che le tragedie in mare (e il tentativo, giusto o sbagliato, di regolamentare flussi umani altrimenti incontrollabili) sono assimilabili a quanto accadde alla fine della Seconda guerra mondiale? Oppure – ultima domanda – è solo un escamotage odioso e ricattatorio per tacitare dialetticamente chiunque? Si chiamano domande retoriche, queste.