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 2014  ottobre 10 Venerdì calendario

Come ha fatto Cecilia Bartoli, cantando roba difficile, a vendere dieci milioni di pezzi? E adesso arriva il disco delle musiche commissionate dalle imperatrici di Russia, le zarine Anna, Elisabetta e Caterina la Grande

Non ama volare, Cecilia Bartoli, «se non con la voce». E allora a San Pietroburgo, da Lubecca, tre anni fa ci è andata «su un traghetto rompighiaccio, a febbraio», immaginiamo con un colbacco in testa. Di certo con colbacco, e manicotto, ed ermellini però ecocompatibili, e tiare, e strascico, si è appalesata nella Galerie des glaces di Versailles per presentare il suo ultimo disco a un pubblico di 400 invitati: la stampa internazionale, il top del management concertistico, ma anche colleghi come Ronaldo Villazón, l’ex ministro delle Finanze francese Arnaud Montebourg, il sovrintendente alla Scala Alexander Pereira e pure il regista Damiano Michieletto.

L’album si chiama Saint Petersburg, è stato inciso con i Barocchisti diretti da Diego Fasolis ed è il frutto di quel viaggio invernale: perché negli archivi del Mariinsky Cecilia ha trovato certe partiture commissionate nel Settecento a operisti italiani (più il tedesco Hermann Raupach) dalle tre zarine Anna, Elisabetta e Caterina la Grande. Difficile immaginarsela come topo di biblioteca. «E invece sì - s’inorgoglisce -, perché quando ho cercato al San Pietro a Majella di Napoli gli originali delle musiche composte in Russia da Francesco Domenico Araja, primo ad assumere il ruolo di musicista di corte a Pietroburgo, quegli spartiti non li ho trovati. Erano rimasti al Mariinski come proprietà dello zar, e perdipiù la biblioteca era in ristrutturazione. Ho insistito molto con Valerij Gergiev e alla fine ce l’ho fatta».

È una bizzarria raffinata come quelle a cui la principessa del belcanto (10 milioni e passa di pezzi venduti, perché il repertorio sarà di nicchia ma i numeri no) ci ha avvezzati negli anni, dalle arie dei castrati alle composizioni dell’avventuriero veneziano Steffani, da Salieri ai barocchi più impervi. E se nelle prime date del tour la Russia non è compresa, di certo il progetto è dedicato anche a quel pubblico emergente, numeroso, curioso e con molta voglia di spendere e di divertirsi. Tra gli sponsor figura la Timchenko Foundation, che fa capo a un magnate vicinissimo a Putin, ma a Cecilia importa che il progetto inviti «all’apertura proprio mentre l’atmosfera si sta facendo chiusa e pesante. Il disco era nella mia testa da molto tempo ma è stato inciso durante le Olimpiadi di Sochi, in un momento cruciale».

Anche oggi, da noi, il momento è cruciale. Non pare che la situazione italiana dia molte speranze a chi fa musica. Come commenta il patatrac dell’Opera di Roma?

«Quel teatro è un pezzo del mio cuore, i miei genitori ci lavoravano come coristi e lì ho debuttato, a nove anni, come pastorello nella Tosca. Quel che sta succedendo è incomprensibile, un incubo da cui speriamo di svegliarci. Di sicuro il disastro covava da tempo, ma le pare possibile che a decidere siano dei politici che magari un’opera non l’hanno mai sentita fino in fondo? E che l’Italia si lasci scappare una figura come Riccardo Muti? A parte che… Gli amministrativi restano, vero?».

Nessuno li ha licenziati.

«E allora che cosa amministrano se coro e orchestra non ci sono più? Vorrei sapere chi pensa agli spettatori che quelle tre ore di musica ogni tanto rendevano felici. Che deve fare, povero pubblico, passare agli psicofarmaci? E’ un mondo incomprensibile. I politici devono capire che noi siamo apprezzati solo per la bellezza e la cultura. Pensi che agli stranieri io farei pagare un biglietto subito, alla frontiera».

Poco profetessa in patria, Cecilia tornerà alla Scala in chiusura di Expo, nell’ottobre 2015, con un concerto tutto vivaldiano. L’ultima volta che passò al Piermarini finì in caciara, con la stramaggioranza del pubblico in adorazione e rumorose intemperanze dai piani alti.

«Divertente, vero? Visto che è successo a Pavarotti e a Kleiber, alla Callas e alla Caballé, diciamo che sono entrata nell’Olimpo». E ai suoi colleghi che del loggione della Scala sono terrorizzati cosa manda a dire? «Di non farsi condizionare, di cantare per quelle 1995 persone che apprezzano e di ignorare gli altri cinque. I più pittoreschi, diciamo».