Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  ottobre 10 Venerdì calendario

La storia non è finita, dice Fukuyama, ma la democrazia si è trasformata in vetocrazia

Contrordine: la storia non è finita con la caduta del «muro di Berlino» e il conseguente, inevitabile trionfo della democrazia liberale, come aveva annunciato Francis Fukuyama nel suo saggio più celebre, pubblicato 25 anni fa. Ce ne eravamo accorti, direte voi. Ma ora ad ammetterlo è lo stesso politologo della Stanford University: «Lo so, a molti l’ipotesi della fine della storia è sembrata sbagliata o, quantomeno, bisognosa di una revisione. Io continuo a credere che l’idea di fondo sia corretta: in tutti questi anni un sistema politico alternativo alla democrazia liberale, capace di essere accettato e di diffondersi nelle principali aree del mondo, non è emerso. Ma è anche vero che il sistema liberaldemocratico non solo non ha trionfato ovunque, ma dà segni di decadenza in molte parti dell’Occidente e in modo particolare negli Stati Uniti: oggi registro limiti e involuzioni dei processi politici che non avevo visto nella festosa eccitazione del 1989». 
Incontro Fukuyama a Washington dove è ospite di vari «think tank» nei quali si discute della revisione delle sue posizioni, così come le ha esposte in «Political Order and Political Decay» (Ordine politico e decadenza), il suo ultimo saggio. 
Dal mondo arabo a Vladimir Putin, dalla Cina all’Iran, sono in molti a sfidare il modello basato sulla democrazia liberale, anche quando sembrano abbracciare le regole dell’economia di mercato. 
«La mia analisi dell’89, poi tradotta in slogan, era una reazione alla profezia di Marx: la storia finirà nel socialismo. Niente affatto, dissi allora, finirà in un sistema fatto di economia liberale e istituzioni politiche democratiche. L’affermazione definitiva di questo sistema obiettivamente non c’è stata. Ma non sono emersi nemmeno modelli alternativi credibili: quelle che vengono dall’Islam radicale sono resistenze e reazioni alla modernizzazione. Quella di Putin è una battaglia antistorica che il presidente russo può combattere — oggi e non so per quanto tempo ancora — grazie alla posizione di preminenza che Mosca occupa nel mercato energetico europeo. Quanto può durare? Quello governato dal Cremlino è un sistema fragile, che non attira nessuno che non parli russo. Solo la Cina, con la sua autocrazia efficiente, potrebbe proporsi come modello alternativo. Ma anche lì ci sono grosse nubi: con l’automazione e il rallentamento dell’economia, la disoccupazione di massa non risparmia più nemmeno il gigante asiatico. Nel quale, intanto, si rafforza un ceto medio sempre più vasto: si accontenterà di vivere in una dittatura altamente produttiva o chiederà libertà e democrazia? Vedremo. Per me i problemi principali sono all’interno delle democrazie occidentali. Soprattutto quella Usa, profondamente malata». 
Eppure abbiamo sempre considerato quello americano — presidenzialismo più «checks and balances» — un sistema capace di decidere ma anche di evitare gravi abusi dell’esecutivo. 
«Quell’equilibrio è andato in fumo con la polarizzazione della politica americana. La democrazia si è trasformata in “vetocrazia”. Non solo per il “muro contro muro” tra repubblicani e democratici: le lobby hanno acquisito una capacità crescente di usare i meccanismi di controllo che bilanciano il presidenzialismo per tenere in ostaggio le istituzioni. A questo punto funzionano meglio i sistemi parlamentari europei». 
Nel suo libro, però, lei è severo anche con l’Europa. E dedica un capitolo molto amaro all’Italia. 
«Le difficoltà dell’Europa le vedono tutti: un progetto incompiuto, economia asfittica, un sistema di tutele sociali che nell’immediato può attutire la crisi occupazionale, ma è sempre più insostenibile. Poi c’è l’Italia che è un caso a sé. Ricorda gli Stati Uniti del XIX secolo, soprattutto per via del sistema clientelare creato alla fine della Seconda Guerra mondiale dalla Democrazia Cristiana: allora un modo di mantenere un controllo elettorale, soprattutto al Sud, ed arginare l’avanzata del comunismo. Con tutte le degenerazioni successive che non devo certo raccontare a lei. Anche gli Stati Uniti nell’Ottocento e altri Paesi europei hanno vissuto vicende simili: un degrado del sistema politico che Max Weber ha chiamato “patrimonialismo”. Solo che gli Usa, dopo la Guerra civile, l’hanno corretto. Anche altri Paesi sono corsi ai ripari. L’Italia no: ha avuto un’occasione storica dopo la fine della Guerra fredda, vent’anni fa, ma Berlusconi l’ha gettata via. Non è servito nemmeno Bossi che con la Lega avrebbe dovuto rappresentare in modo ancor più forte le istanze di modernizzazione dei ceti medi, del mondo produttivo. Invece si è smarrito nel suo sterile populismo. Ora ci prova Renzi in condizioni ben più difficili: vedremo». 
C’è chi critica il premier italiano perché, stretto tra le emergenze del debito pubblico e della disoccupazione, è partito dalle questioni istituzionali: Senato e sistema elettorale. 
«Non mi sembra sbagliato, per quello che vedo da lontano. Per non finire nella spirale della decadenza, i sistemi politici liberali hanno bisogno di tre cose: uno Stato solido, governabile; istituzioni democratiche; il rispetto della legalità. Affrontando la questione del Senato (che negli Usa è all’origine della paralisi del Congresso, ma sono sistemi diversi) e la riforma della giustizia civile, Renzi guarda lontano a differenza di altri leader che investono il loro capitale politico cercando risultati immediati. Comunque vedo che si sta occupando anche di riformare il lavoro: un’agenda coraggiosa. Ma anche un’agenda obbligata dai vincoli europei, credo». 
Per diffondere il liberalismo, dice lei, servono Stati forti, democrazia e legalità. Ma nel suo libro sembra che a volte il rafforzamento dello Stato venga per primo: secondo lei ha sbagliato Washington a puntare sulla democratizzazione anche dove, dalla Libia allo stesso Egitto, le condizioni ambientali erano molto difficili? 
«Il caso libico ci dice che portare la democrazia dove non c’è uno Stato serve a poco. Ma bisogna tenere conto in modo pragmatico di tutti i fattori. Si può sostenere, ad esempio, che l’Iraq sia stato portato alle urne troppo presto. Ma era necessario dare legittimità agli attori politici. L’ayatollah Sistani, guida spirituale in Iraq, ebbe la saggezza di capirlo. Oggi a Bagdad paghiamo non la costituzione prematura di un governo autonomo, ma la sciagurata decisione del plenipotenziario Usa in Iraq, Paul Bremer, che 11 anni fa smantellò l’esercito iracheno».