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Biografia di Vittorio Emanuele Orlando

Palermo 19 maggio 1860 – Roma 1 dicembre 1952. Giurista, politico. Presidente del Consiglio (1917-19), “presidente della vittoria”. Ministro dell’Interno (1916-19), presidente della Camera dei deputati (1919-20 e 1944-45). • Nato in una famiglia di antiche tradizioni forensi, si laureò in Giurisprudenza nel 1881 e continuò gli studi a Monaco di Baviera. Libero docente di Diritto costituzionale a Palermo nel 1882, nel 1885 vinse la cattedra di Diritto costituzionale all’Università di Modena. Con un’intensa attività saggistica, che culminò nei Principi di diritto costituzionale del 1889 e nei Principi di diritto amministrativo dell’anno successivo, si fece promotore e organizzatore delle nuove scienze costituzionalistica e amministrativistica in Italia. Nel 1903 fu chiamato alla Sapienza di Roma, dove continuò l’insegnamento di Diritto pubblico interno sino al 1931, quando chiese il collocamento a riposo per evitare di prestare giuramento di fedeltà al regime fascista (vi tornò poi nel 1947).
• Nel 1890 sposò Isa Castellano, dalla quale ebbe sei figli. Nel 1895 iniziò l’attività politica, due anni più tardi fu eletto alla Camera dei deputati nel collegio di Partinico, vicino a Palermo. «Seguì la maggioranza di centro-destra nel sostegno ai governi Pelloux e Saracco, ma il 20 giugno 1901 nel discorso di approvazione del bilancio dell’Interno prese le distanze dalla Destra e, aderendo ai motivi dell’intervento di Giovanni Giolitti, auspicò la neutralità dello Stato dinanzi alle agitazioni operaie e il riconoscimento del diritto di sciopero» [Giulio Cianferotti, Dizionario biografico degli italiani, Treccano 2013].
• Dal 1903 al 1905, chiamato da Giolitti, ministro dell’Istruzione: la sua riforma della scuola primaria estese l’obbligo scolastico dal nono al dodicesimo anno d’età. Sempre con Giolitti, ministro di Grazia e giustizia dal 1907 al 1909: con la sua riforma dell’ordinamento giudiziario fu istituito il Consiglio superiore della magistratura. Ancora Guardasigilli con Calandra (1914-16), predispose l’ordinamento della legislazione di guerra. 
«Uomo nuovo del ministero Boselli (…) duttile esponente dell’era giolittiana, promosso dalla Giustizia agli Interni (…). Diventa il bersaglio preferito di Cadorna e degli uomini del fronte interno che si riconoscono nella crescente autorità di dittatore in pectore del generale, dai quali Orlando è giudicato debole e accomodante con il “nemico interno”» [Isnenghi e Rochat, La Grande guerra, il Mulino 2008].
• «Orlando, oltre che un eccellente giurista, era un uomo politico assai navigato. Duttile e smaliziato era abituato ai compromessi e alle schermaglie parlamentari. (…)  Liberale e laico, non era anticlericale, anche se apparteneva, per quel che si dice, alla massoneria. (…) Cadorna possedeva un carattere totalmente diverso. Era un uomo rigido, militaresco, autoritario, caparbio e ostinato» [Leggi qui l’articolo di Piero Melograni].
• Presidente del Consiglio dal 29 ottobre 1917 (nei giorni della disfatta italiana a Caporetto) al 23 giugno 1919. Esonerato Cadorna, instaurò subito con il nuovo  comandante supremo, Armando Diaz, un rapporto più efficace e fattivo, e «seppe dirigere l’enorme sforzo di resistenza militare e civile del paese, che accompagnò e sostenne con la sua efficacissima oratoria parlamentare ed eloquenza politica, una retorica patriottica culminata in memorabili discorsi parlamentari» («Resistere! Resistere! Resistere!», del  22 dicembre 19177; «Monte Grappa, tu sei la mia patria», del 23 febbraio 1918). [Cianferotti]
• Guidò con il ministro degli Esteri Sidney Sonnino la delegazione italiana alla Conferenza di pace di Parigi, dove sostenne le rivendicazioni nazionali sulla Dalmazia e su Fiume incontrando però la netta opposizione del presidente americano Wilson e la freddezza di francesi e britannici. Il 24 aprile 1919 abbandonò per questo il tavolo delle trattative. Accolto da un bagno di folla al rientro a Roma, ottenuto il voto di fiducia alla Camera il 29 aprile, ritornò a Parigi il 7 maggio ma ormai l’insuccesso diplomatico era segnato. Gli si attribuì debolezza nel negoziato, il prestigio del governo ne fu segnato e da lì nacque il sentimento della vittoria mutilata. Il suo esecutivo durò ancora per poco, fino al 19 giugno 1919.
• Eletto presidente della Camera il 2 dicembre 1919, restò in carica sino al 26 giugno 1920. Dopo una fase iniziale di adesione al fascismo, nella quale fra l’altro contribuì alla stesura della nuova legge elettorale maggioritaria (la legge Acerbo), se ne allontanò fino alla rottura definitiva, perché nei confronti di un partito fascista che si poneva «come un’entità accanto al governo, concorrente all’esercizio dei poteri sovrani», la sua «ripugnanza» era «insuperabile». Nel 1925 diede le dimissioni alla Camera, nel 1931 lasciò l’insegnamento. Tornò alla vita politica come deputato alla Costituente (nelle fila dell’Unione democratica nazionale) e dal 1948 come senatore di diritto. Criticò aspramente la nuova Costituzione, a partire dalla forma di governo, giudicando troppo debole il potere esecutivo.