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Pio IX

tratto da Papi storie e segreti (Newton&Compton 2013)

Il conclave che doveva eleggere il successore di Gregorio XVI si era riunito il 14 giugno 1846 al Quirinale. Malgrado la maggioranza dei cardinali fosse di tendenza reazionaria, dato il momento di estrema gravità, vinse l’opinione di quanti volevano eletto un uomo nuovo, che non fosse compromesso con le reazioni del pontificato precedente. Si ebbero così solo quattro scrutini, e tra il Gizzi, appoggiato da pochi liberali, e il Lambruschini, segretario di Stato di Gregorio XVI e fautore di una rigida intransigenza, il 16 giugno la spuntò Giovanni Maria Mastai Ferretti, noto per il suo spirito moderato.

Nato a Senigallia, presso Ancona, il 13 maggio 1792 da una famiglia appartenente alla piccola nobiltà di provincia, Mastai Ferretti aveva studiato presso gli Scolopi a Volterra, ma era tornato poi a casa per disturbi nervosi di natura epilettica da cui guarì definitivamente verso i trent’anni. Già dal 1814 era venuto a Roma presso suo zio monsignore; cinque anni dopo era ordinato sacerdote e gli veniva affidata la direzione dell’orfanotrofio romano di «Tata Giovanni». Dal 1823 al 1825 era in Cile come uditore del legato pontificio; al ritorno andava a dirigere l’ospizio romano di S. Michele. Ma la sua grande carica apostolica gli procurava la nomina di arcivescovo di Spoleto e successivamente di Imola; nel 1840 Gregorio XVI lo creava cardinale. Il 21 luglio veniva consacrato papa in S. Pietro e assumeva il nome di Pio IX.

Il suo passato parlava principalmente di profondo zelo religioso, sorretto da un’intensa pietà, senza alcun particolare impegno politico; l’asilo offerto a Spoleto a Carlo Luigi Napoleone rientrava nello spirito di carità e non mostrava sottintesi politici. Eppure la crisi spaventosa in cui si trovava lo Stato pontificio spinse Pio IX, suo malgrado, sulla via delle riforme; e tutto cominciò con una misura di normale amministrazione, già attuata da altri papi all’inizio del loro pontificato; l’amnistia ai condannati politici concessa il 16 luglio.

Fu un delirio di entusiasmo e, come scrive il Candeloro, «appena i manifesti con l’editto di amnistia furono affissi per le vie di Roma, gruppi di cittadini cominciarono a dirigersi verso il Quirinale per esprimere a Pio IX la gratitudine generale. Alle nove di sera un’immensa moltitudine gremiva la piazza agitando migliaia di fiaccole... Nei giorni successivi le dimostrazioni si rinnovarono con crescente intensità... Così, tra luminarie e fiaccolate, cortei e dimostrazioni, inni ed acclamazioni, nasceva il mito di Pio IX, papa liberatore e rinnovatore... Ma le feste e le acclamazioni, che non accennavano a cessare, esprimevano, via via che i giorni passavano, non più soltanto soddisfazione per quello che il papa aveva fatto, ma anche e soprattutto per il desiderio che egli ponesse rapidamente mano alle sospirate riforme».

E vennero così queste riforme, modeste, «strappate dalla piazza più che elargite spontaneamente dall’alto, attuate con lentezza e fra mille ripensamenti, che non affrontavano i problemi di fondo», precisa il Martina. In questo procedere a rilento e senza in pratica un particolare entusiasmo vedeva insomma giusto il Belli:

Pe bono è bono assai; ma er troppo è ttroppo;

E accusì, tra l’ancudine e’r martello,

Se lassa perzuade a annà berbello

E quer c’ha da fà pprima a ffallo doppo.

Si ebbe una limitata libertà di stampa, un consiglio dei ministri, una Consulta di Stato che non aveva potere legislativo, finché il 14 marzo del ’48, con il radicale cambiamento della situazione italiana, Pio IX arrivò a concedere la costituzione. Era «il tentativo estremo di salvare il potere temporale trasformandolo in uno Stato costituzionale», come nota il Martina, ricordando che il provvedimento fu salutato dal Mamiani «come benefico e necessario, perché liberava il papa da ogni responsabilità politica e gli permetteva di vivere “nella serena pace dei dogmi... (dove) prega benedice e perdona”». Ma non era una costituzione apertamente rinnovatrice, era un compromesso; Pio IX in realtà non aveva alcuna intenzione di trasformare radicalmente lo Stato pontificio. Si era solo fatto trasportare dall’eccitazione patriottica del momento: una frase ambigua pronunciata il 10 febbraio («Gran Dio benedite l’Italia!») e il permesso concesso ai volontari e ad alcune truppe regolari di partire per il nord ed unirsi all’esercito piemontese contro l’Austria, facilmente avevano determinato l’equivoco.

Ma il 29 aprile l’equivoco è chiarito: Pio IX pronuncia un’allocuzione in cui esprime in termini inequivocabili il rifiuto di partecipare alla guerra; il vicario «di Colui che è autore di pace» abbraccia «tutte le genti... con pari studio di paterno amore». Il mito del papa liberale cade e di riflesso nasce quello del papa traditore: Pio IX cerca di placare la piazza chiamando al governo Terenzio Mamiani, ma il contrasto di fondo affiora. Il papa non vuol fare da semplice comparsa, si sente declassato nel rango di sovrano costituzionale; con il nuovo governo presieduto da Fabbri, non c’è storia. Arriva il turno di Pellegrino Rossi, che finisce assassinato il 15 novembre; è l’inizio della rivoluzione con il nuovo governo presieduto da monsignor Muzzarelli. Ma Pio IX fa concessioni solo per prendere tempo e preparare la fuga; la sera del 24 novembre, vestito da semplice prete, scappa da Roma e si rifugia a Gaeta. Ferdinando II gli offre protezione e ospitalità.

Roma dal 9 febbraio del 1849 vive il sogno di una rinnovata repubblica, decretando la fine del potere temporale dei papi. Com’è noto non durerà più di cinque mesi; i triumviri Mazzini, Saffi e Armellini, Garibaldi con la moglie Anita, e poi Mameli e Manara trovano giorni di gloria in una Roma laica. Il 3 luglio i Francesi del generale Oudinot prendono possesso della città; da Gaeta il 12 settembre il papa concede qualche amnistia prima di tornare, ma abroga la costituzione. Lo assiste nell’opera di restaurazione il cardinale Antonelli, nominato prosegretario di Stato; il 12 aprile 1850 rientra a Roma. Non c’è entusiasmo ovviamente da parte del popolo, ma il clima è all’insegna del dignitoso rispetto.

La storia d’Italia comunque va avanti e Pio IX è destinato a restare indietro, assistendo impotente alla perdita dei diritti ecclesiastici dapprima nel regno di Sardegna, poi nella nazione intera; gli eventi precipitano tra il ’50 e il ’61 e più lentamente fino al ’70. Dalle leggi Siccardi dell’aprile 1850 del governo piemontese di D’Azeglio, con la perdita del diritto del foro ecclesiastico e di asilo, a quelle del maggio 1855 con il Cavour, relative alla soppressione degli Ordini religiosi non dediti alla predicazione e alla confisca dei beni, è la fase iniziale del concetto «libera Chiesa in libero Stato», che non verrà mai accettato da Pio IX.

La Santa Sede lancia la scomunica ai Piemontesi. L’Antonelli, promosso segretario di Stato dal 1851, è deciso a salvare l’autorità assoluta del papa e manterrà questa posizione fino alla morte, che avverrà nel 1876: «Dacché dobbiamo finire, meglio è scomparire quali siamo, con i grandi ideali e con tutte le forme della nostra passata grandezza», seguiterà a ripetere nella difesa della sua politica. E Pio IX lo seguirà, riservandosi la più assoluta autonomia decisionale nei problemi di natura strettamente religiosa.

Così arrivano le annessioni al Piemonte delle legazioni ribelli dell’Emilia e Romagna e il papa risponderà il 24 marzo 1860 con una seconda scomunica al governo piemontese; poi l’esercito di Vittorio Emanuele II varca i confini dello Stato della Chiesa, sconfigge i pochi volontari pontifici del Lamoricière a Castelfidardo, e i plebisciti del 4-5 novembre 1860 decretano le ulteriori annessioni delle Marche e dell’Umbria a quello che ormai è il regno d’Italia, proclamato ufficialmente il 17 marzo 1861. Infine il 27 marzo il Parlamento elegge Roma capitale d’Italia e due giorni dopo arriva la terza scomunica, questa volta per il governo italiano.

Non c’è altra difesa da parte della Chiesa e inascoltate restano le parole del Cavour che cerca di convincere Pio IX come l’indipendenza della Chiesa si sarebbe raggiunta in modo più sicuro ed efficace con la leale separazione tra i due poteri civile e religioso: «Santo Padre... rinunziate e noi vi daremo quella libertà che avete invano chiesto da tre secoli a tutte le grandi potenze cattoliche... Quello che voi non avete mai potuto ottenere... noi veniamo ad offrirvelo in tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare in Italia questo gran principio: libera Chiesa in libero Stato».

Ma «come avrebbe potuto il capo supremo del cattolicesimo accettare, nell’ambito del suo piccolo regno, l’uguaglianza dei culti e tanti altri aspetti della civiltà moderna?», si domanda giustamente Franco Molinari. Pio IX «fu essenzialmente un homo religiosus» nella cui ottica «restano le linee di forza del suo pontificato, che si possono ricondurre ad una fede profonda, ad un robusto senso del soprannaturale, al primato dello spirituale sul politico».

Ciò spiega il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato l’8 dicembre del 1854, e l’erezione in piazza di Spagna della colonna di marmo cipollino sovrastata dalla statua della Madonna l’8 dicembre del 1856. E ancor più spiega la pubblicazione contemporanea nel 1864, sempre 1’8 dicembre, una data cara a Pio IX, dell’enciclica Quanta cura e del famoso Sillabo, con la condanna di tutte le dottrine anticattoliche del tempo, dal panteismo al naturalismo e al razionalismo, dal socialismo e comunismo al liberalismo. Il tutto nella riaffermazione dell’origine divina di Chiesa e Stato e nel ribadire definitivamente l’impossibilità di una riconciliazione del romano pontefice «con il progresso, con il liberalismo, con la società moderna».

È qui la chiave di quello che Zizola ha definito «un pontificato apocalittico, senza sfumature e distinzioni, pronto a condannare gli errori, incapace di discernere nel Manifesto di Marx nient’altro che disgregazione e anarchia, senza alcuna analisi della questione sociale, anzi scettico sulle possibilità di raggiungere l’eguaglianza economica e sociale, fautore dei poveri alla stanga in nome del Regno dei Cieli».

Coronamento di tutto ciò è il concilio Vaticano I, il ventesimo ecumenico della storia della Chiesa, che si aprì l’8 dicembre del 1869; oltre a ribadire la condanna del pensiero moderno in tutte le sue forme razionalistiche, esso proclamò l’autenticità della dottrina cattolica come frutto di Rivelazione e Fede, e definì il primato e l’infallibilità del papa. Su quest’ultimo punto non pochi furono i contrasti da superare; la definizione del primato della giurisdizione papale su tutta la Chiesa si raggiunse solo il 18 luglio 1870 per quanto riguarda le solenni definizioni ex cathedra concernenti dottrine relative alla fede e alla morale. E comunque la frase accreditata al papa, in una delle ultime udienze, «La tradizione sono io!», con cui voleva sottolineare in modo fermo la sua autorità e indipendenza dall’episcopato, è sintomatica dello stato di eccitazione in cui l’assemblea arrivò infine a dare il suo placet.

Pasquino sull’argomento non frenò la lingua e commentò la conclusione del Vaticano I così:

Il concilio è convocato,

i vescovi han decretato,

che infallibili due sono:

Moscatelli e Pio nono.

Ma per capire l’ironia della «pasquinata», come spiega Sergio Delli, «occorre sapere che a Viterbo funzionava una fabbrica di fiammiferi di un tal Moscatelli, sulla cui scatoletta era stampato a gran carattere: “Moscatelli-infallibili”». Comunque più feroce è la telegrafica

I.N.R.I.

Io Non Riconosco Infallibilità.

E ancor più perversa nella sua malignità appare infine la «pasquinata» trovata in S. Pietro il 17 settembre 1870:

Santo Padre benedetto,

ci sarebbe un poveretto

che vorrebbe darvi in dono

questo ombrello. È poco buono,

ma non ho nulla di meglio.

Mi direte: «A che mi vale?».

Tuona il nembo. Santo Veglio;

e se cade il temporale?

Tre giorni dopo infatti fu la breccia di porta Pia; il 20 ottobre il concilio venne sospeso a tempo indeterminato.

A quel punto è probabile che per Pio IX l’avvenimento non rappresentò più un dramma, «non lo piombò nell’angoscia e nella disperazione», secondo le parole di Franco Molinari che confina «nel novero della leggenda» quanto raccontato da Giulio Andreotti in un suo libro, e cioè che il papa abbia trascorso la fatidica notte del 20 settembre «componendo sciarade e motti di spirito. Ma se la notizia non è vera è ben inventata. Rende infatti a meraviglia l’ottimismo di fondo e la fede provvidenziale, che sostennero il travagliato pontefice anche nei periodi più bui della sua vicenda».

Da anni semmai Pio IX poteva aver trovato il divago allo stato d’assedio in cui viveva il suo ormai piccolo regno risolvendo sciarade e lasciandosi andare a battute di spirito. Per l’impresa garibaldina dell’ottobre/novembre 1867 c’erano gli chassepot; per villa Glori e i fratelli Cairoli bastava l’Antonelli con le poche truppe pontificie rimaste; contro eventuali altri colpi di mano Napoleone III era una garanzia con il suo corpo di spedizione perfettamente equipaggiato. Il papa aveva le sue incombenze religiose, giustamente, e proprio nel 1867 aveva celebrato con un giubileo straordinario il XVIII centenario del martirio dei principi degli apostoli Pietro e Paolo tra più di 10.000 pellegrini accorsi a Roma, nonostante i tempi di guerriglia. «L’uomo di fede» incrollabile riceveva dimostrazioni di omaggio e devozione; come ha osservato il Molinari, è questa in definitiva la caratteristica e la grandezza di un papa altrettanto miope nelle prospettive storico-politiche quanto profondo nella visuale soprannaturale dell’umana avventura».

Ma proprio in nome di questa grandezza religiosa però il 24 novembre 1868 sarebbero saliti sul patibolo gli ultimi condannati a morte del regime temporale, Monti e Tognetti, con il secco rifiuto di Pio IX di concedere la grazia, nonostante l’intervento in loro favore di Vittorio Emanuele II. E sulla decapitazione dei due patrioti così infatti si esprimeva Pasquino:

Come la pianta della fede langue,

se con gran cura il prete non l’innaffia

di lacrime e di sangue!

Sciarade e martiri religiosi o meno a parte, in tutti questi frangenti Pio IX aveva trovato anche il tempo per dedicarsi a quelle che sarebbero state le ultime opere edilizie della Roma papalina; la rinnovata basilica di S. Paolo, la stazione Termini e l’acquedotto Pio-Marcio con la relativa fontana; costituita da un semplice bacino rotondo al livello del suolo e inaugurata solo dieci giorni prima della breccia di porta Pia, essa si trovava nel luogo attualmente occupato dal monumento ai caduti di Dogali, e solo nel 1885 il governo italiano avrebbe provveduto a spostarla nella piazza dell’Esedra e così sarebbero poi venute anche le «impudiche Naiadi».

E arrivò dunque la fine della Roma papalina. L’1 novembre 1870 Pio IX lanciava l’ennesima scomunica contro i responsabili della presa della «sua» città e il 16 maggio dell’anno dopo respingeva con l’enciclica Ubi nos la legge delle guarentigie, rifiutando qualsiasi indennità e confidando nell’appoggio dei fedeli espresso nell’«Obolo di S. Pietro». Compare allora nella terminologia della Sacra Penitenzieria l’espressione «Non Expedit» per la partecipazione dei cattolici alle elezioni politiche; non viene riconosciuto il Regno d’Italia e la scomunica è rinnovata. Fu proclamato il giubileo nel 1875, ma l’apertura della porta Santa nelle quattro basiliche di Roma, non più papalina, non avvenne; fu un anno Santo a porte chiuse, eppure si ebbe un certo afflusso di pellegrini. Era un atto di protesta.

E «le proteste continuarono negli anni seguenti», come ricorda il Martina, «soprattutto nei discorsi ai pellegrini in Vaticano, pieni di amarezza e di pessimistica previsione sul futuro della nuova Italia, che mostravano un pontefice ormai incapace di cogliere il significato storico degli eventi di cui era stato vittima, e adagiato in una fiducia miracolistica nella Provvidenza che avrebbe in un modo o nell’altro assicurato il trionfo della Chiesa».

I fatti evidentemente l’avrebbero smentito; l’ultima amarezza gli venne dalla Germania del Bismarck con il Kulturkampf. Nella «battaglia per la civiltà» contro pregiudizi e superstizioni la Chiesa cattolica fu travolta da una serie di leggi emanate tra il 1873 e il 1875 che le sottrassero il controllo dell’istruzione, resero obbligatorio il matrimonio civile, stabilirono lo scioglimento di congregazioni religiose e l’espulsione dei Gesuiti. Nel 1876 moriva il cardinale Antonelli; il nuovo segretario di Stato, il cardinale Simeoni, non avrebbe fatto storia nello svolgimento della normale amministrazione. Il vecchio papa, pur sempre lucido, capiva che la Chiesa avrebbe dovuto adeguarsi; ma non poteva venire certo da lui un mutamento di rotta. Attendeva il cambio della guardia: «Tutto è cambiato attorno a me, il mio sistema e la mia politica hanno fatto il loro tempo, ma io sono troppo vecchio per mutare indirizzo; sarà l’opera del mio successore».

Pio IX mori in Vaticano il 7 febbraio 1878; la sua salma, provvisoriamente deposta nella basilica Vaticana, tre anni dopo fu tumulata in S. Lorenzo fuori le Mura. Ma il trasporto subì l’estremo oltraggio degli anticlericali, perlopiù massoni, che avevano organizzato una dimostrazione nel tentativo di buttare nel Tevere quella che chiamavano la «carogna» di Pio IX. Il trasporto avvenne a notte inoltrata, il 12 luglio 1881, e non ci fu un’adeguata protezione della polizia al corteo funebre, specialmente presso il ponte Sant’Angelo; per tutto il resto del percorso fino al Verano piovvero insulti e sassi sugli ecclesiastici e i laici cattolici asserragliati intorno al feretro. La salma poté infine essere sepolta nell’arca di pietra nuda, secondo le ultime volontà del pontefice, senza alcun monumento funebre, con incise le sole parole: Ossa et cineres Pii Papae IX.

Claudio Rendina