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Biografia di Leone XIII

tratto da Papi storie e segreti (Newton&Compton 2013)
Nella situazione generale dell’Europa fine Ottocento, un conclave non solleticava più come anni e secoli addietro le cancellerie degli Stati; l’Italia era una nazione europea, la Chiesa di Roma non esisteva come Stato e ne conseguiva un minor interesse da parte delle grandi potenze ad influire sull’elezione di un papa. L’esercizio del diritto di «veto» perse in definitiva molta dell’importanza che aveva avuta; piuttosto le varie nazioni si dettero da fare per ottenere dal governo italiano garanzie sulla piena libertà e sicurezza dello svolgimento del conclave che si aprì in Roma il 18 febbraio 1878. In effetti il ministro degli interni, Francesco Crispi, ne assicurò la tutela, provvedendo a trincerare piazza S. Pietro e le zone adiacenti con adeguate «forze armate»; non ci furono incidenti.

Il conclave registrò la partecipazione di 60 dei 64 cardinali componenti il Sacro Collegio ma durò molto poco, appena 36 ore. Al terzo scrutinio, il 20 febbraio 1878, fu eletto il cardinale Gioacchino Pecci; aveva avuto la meglio sul cardinal Bilio, che passava come l’autore del Sillabo, mentre l’eletto «era stato chiaramente all’opposizione durante il pontificato di Pio IX», come ricorda Giancarlo Zizola. «Aveva vissuto tutti quegli anni in esilio a Perugia, dove peraltro s’era costituito un piccolo Vaticano, frequentato da intellettuali ed artisti, dove scriveva lettere pastorali che erano proprio il contrario delle encicliche di papa Mastai, perché affrontava con spirito positivo i maggiori problemi del tempo»; era forse quel successore che Pio IX stesso si augurava da quando aveva capito che uno come lui era fuori dal mondo.

Vincenzo Gioacchino Pecci era nato a Carpineto Romano, presso Anagni, il 2 marzo 1810 da una famiglia di antica nobiltà; aveva studiato presso i Gesuiti e quindi all’accademia dei nobili ecclesiastici. Ordinato sacerdote nel 1837, era stato legato a Benevento e Perugia, e successivamente nunzio a Bruxelles; arcivescovo di Damietta e infine di Perugia, era arrivato alla porpora cardinalizia nel 1857. Fu consacrato papa in S. Pietro il 3 marzo 1878 e assunse il nome di Leone XIII; anziché benedire il popolo dalla loggia esterna prospiciente la piazza, lo fece da quella sporgente nell’interno della basilica. E questo fu già polemica.

In effetti nei primi dieci anni del suo pontificato, Leone XIII nel rapporto con l’Italia non si allontana dalla linea di Pio IX; i cattolici devono mantenersi fedeli al «Non expedit», nel rifiuto della partecipazione alla vita pubblica. «Né eletti né elettori», è la formula che anima questa crociata tendente a propagandare agli occhi del mondo intero la condizione di una Santa Sede «prigioniera» di uno Stato italiano anticlericale.

Due mesi dopo la sua elezione con l’enciclica Imperscrutabili Leone ribadisce il rifiuto di accettare la perdita del potere temporale: la chiusura verso l’Italia è totale. L’aggressione del 13 luglio 1881 al corteo funebre che da S. Pietro trasporta a S. Lorenzo le spoglie di Pio IX è il segno tangibile della «guerra fredda». Leone XIII scrive all’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe manifestando il desiderio di stabilirsi fuori d’Italia; teme che, se resterà a Roma sotto l’oppressione di un governo che più della legge delle guarentigie non sa proporgli, la situazione di stallo in cui vive il mondo cattolico non si sbloccherà. Ma ogni speranza va delusa; l’anno dopo nasce la Triplice e l’Austria si allea con l’Italia; saltano i progetti di fuga e Leone resta trincerato in Vaticano.

È il rifiuto anche di tutto ciò che determina l’anticlericalismo, è l’opposizione al naturalismo e al socialismo; la proposta è il ritorno alla pratica delle virtù cristiane. In uno Stato oppressore anche il povero ritroverà il conforto nella semplicità della pratica religiosa; nulla più della preghiera e della rassegnazione. È un programma elementare, che non va incontro alle aspettative degli intellettuali cattolici che con ansia attendevano la sua elezione; il dottissimo pontefice li accontenta solo aprendo agli studiosi gli archivi segreti della biblioteca Vaticana. È ben poco.

Ma dove è finito il cardinale «esiliato» a Perugia, l’anti-Pio IX, «il papa futuro» esaltato da Ruggero Bonghi come primo romano pontefice senza sovranità territoriale e che risplenderà nella sua grande potestà spirituale? Non ha affermato egli stesso, poche ore dopo l’elezione: «Voglio fare una grande politica»? Non può essersi rimangiato tutto chiudendosi dietro una cortina di ferro.

E infatti, improvvisamente, nel 1887 comincia il disgelo, Leone XIII ritrova se stesso; nell’allocuzione del 27 maggio si auspica una rinnovata concordia tra l’Italia e la Santa Sede, da ottenersi creando condizioni «in cui il romano pontefice non sia soggetto al potere di chicchessia, e goda libertà piena e verace». Sembra l’apertura a nuove accantonate possibilità di trattative. In un discorso da Napoli gli risponde il Crispi che mira ad essere il rinnovatore dello Stato italiano; associa i «tre grandi nomi» di Dio, patria e re, programmando una sorta di «tregua di Dio».

È il delirio dell’abate benedettino di Montecassino, padre Tosti, che nell’opuscolo dal titolo profetico, La Conciliazione, prevede la prossima pace religiosa: «Vedremo la sedia gestatoria portata sulle spalle di trenta milioni di italiani». Ma l’illusione dura poco; nel 1888 il sindaco di Roma, il duca Leopoldo Torlonia, si reca in forma ufficiale dal cardinal vicario per far pervenire al papa i rallegramenti per il cinquantesimo del suo sacerdozio; il giorno dopo viene sostituito. Il governo italiano non approva. Dall’altra parte l’opera conciliarista pubblicata anonima dal vescovo di Cremona, Bonomelli, Roma, l’Italia e la realtà delle cose, viene messa all’Indice; il giorno di Pasqua del 1889 nella cattedrale della sua città il Bonomelli dichiara pubblicamente di esserne l’autore e chiede perdono al papa.

Il 1889 è effettivamente l’anno della crisi; il 9 giugno a Roma, come ricorda Armando Ravaglioli, «in Campo de’ Fiori, dove Giordano Bruno era stato arso, venne inaugurata la sua statua, opera di Ettore Ferrari, nel tripudio di tutti i professanti il “libero pensiero”». Le urla programmatiche «Morte a Leone XIII!» e «Morte allo Spirito Santo!» si diffondono nelle maggiori piazze italiane e il papa viene impiccato in effigie.

Qualcosa non torna nelle impazienze conciliariste dei cattolici italiani che a Padova hanno costituito con Giuseppe Tomolo l’«Unione cattolica italiana per gli studi sociali»; del resto l’anticlericalismo appare netto e impenetrabile. Ma questa volta papa Pecci non si scoraggia e nell’opera ormai irreversibilmente intrapresa lo sostiene il segretario di Stato, cardinal Rampolla; la diplomazia vaticana, in crisi in Italia, cerca una soluzione all’estero e l’Europa diventa il campo d’azione del rinnovamento. Prima di tutto con la Germania; messo da parte lo scontro frontale con il Bismarck, si cerca il compromesso, e con la visita di Guglielmo II in Vaticano del 12 ottobre 1888 si chiude ufficialmente la battaglia del Kulturkampf. Le grandi nazioni di tutto il mondo apprezzeranno il talento diplomatico della Chiesa di Roma, che in due occasioni diventerà arbitra d’importanti contese internazionali; fra Spagna e Germania per le isole Caroline, fra Spagna e Stati Uniti per Cuba.

E anche gli intellettuali cattolici non disarmano; nelle province di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza e Padova si raccolgono firme per una petizione di «pacificazione» tra le parti. Nascono 26 giornali cattolici per un dialogo con la stampa laica. Leone XIII non li abbandona; col fermento che ormai percorre il mondo cattolico nel campo culturale, storico e teologico, egli si propone anzi di dare alla Chiesa una rigida unità organizzativa e formativa proprio per restituirle una rinnovata capacità di espansione e autorità che non sia limitata all’Italia, ma si estenda al mondo intero.

E il 15 maggio 1891 arriva la Rerum Novarum con le sue proposte sociali nell’invito agli uomini di governo ad osservare la legge morale della giustizia, evitando la guerra di classe, con un aiuto concreto ai meno abbienti, ai poveri e un dialogo di collaborazione tra padroni e operai. Era la prima presa di posizione della Chiesa cattolica di fronte ai problemi del mondo operaio; l’enciclica tendeva da un lato a colpire le classi liberali perlopiù anticlericali che dominavano la politica degli Stati europei, dall’altro a sottrarre le masse operaie alla crescente influenza socialista. Ma anche se l’enciclica ebbe un’enorme risonanza, arrivava in ritardo, sfondava una porta aperta; il socialismo si era già impadronito delle masse e il papa Pecci oltretutto parlava da aristocratico qual era.

Come ha notato Carlo Falconi, risultavano quanto mai angusti di conseguenza i limiti dell’enciclica, là dove il «capitalismo» non veniva neppure nominato e tanto meno condannato.

In realtà l’ideale a cui lo scritto si ispirava, secondo quanto ha rilevato Guido Cerosa, «non era sociale e neppure evangelico: era il corporativismo dei comuni medievali di parte guelfa. Per spegnere la gran vampata del socialismo, Leone XIII non aveva di meglio che invocare un ritorno alla corporazione medievale»; ciononostante «un papa favorevole al diritto di sciopero, un papa che non si opponeva alla creazione del sindacato cattolico era un segno dei tempi: era già il ventesimo secolo».

E infatti prende subito corpo il fine di quel grande politico che si rivela in tal modo Leone XIII: il potere papale abbattuto dalle cannonate a porta Pia rinascerà attraverso l’organizzazione delle masse politiche cristiane. Per quanto dure e opinabili, appaiono calzanti a questo proposito le parole di Émile Zola, per il quale questo papa «è più intellettuale che sentimentale, di un orgoglio smisurato, avendo avuto fin dalla giovinezza l’ambizione suprema, mostrando dappertutto e in tutto una volontà unica, avendo raggiunto il trono pontificio: regnare, regnare comunque, regnare da padrone assoluto, onnipotente!». E il nuovo programma politico per poter regnare comincia a prender corpo nelle numerose iniziative degli intellettuali cattolici.

Nel 1892 il primo segno viene da Genova con un congresso nazionale di studiosi cattolici di questioni sociali; Giuseppe Toniolo fonda la «Rivista internazionale di scienze sociali» e il fine è quello di «rifare con rigore scientifico e con spirito cattolico ciò che hanno fatto Marx, Engels e Loria». Nasce la FUCI e si costituisce l’Opera dei Congressi e dei Comitati cattolici; nel 1898 Romolo Murri fonda a Roma un’altra rivista, «Cultura sociale», nella quale la missione cattolica di elevare le classi più umili si fa programma politico. Quanto concretamente esso potrà attuarsi lo dirà la storia del secolo che sta per nascere; è possibile che il pensiero sociale dei cattolici di questi anni abbia «un puro valore accademico», come ha osservato Antonio Gramsci, «elemento ideologico oppiaceo, tendente a mantenere determinati stati d’animo di aspettazione passiva di tipo religioso, ma non come elemento di vita politica e storica direttamente attivo». È un fatto che il Partito popolare, ovvero la Democrazia cristiana o comunque essa si chiamerà, è già in embrione nei programmi di Murri: nel 1899 i giovani «democratici cristiani» stendono a Torino l’assetto politico di tutto il movimento.

In questo clima di ritrovato entusiasmo cattolico intorno alla figura del papa, Leone XIII può nuovamente indire il giubileo nel 1900, non più celebrato ormai da 75 anni, a parte quello a «porte chiuse» di Pio IX; un poeta socialista come Giovanni Pascoli esalta nei suoi Odi e Inni «La porta santa». Ma nella celebrazione inconsueta di un laico affiora il dubbio sull’effettiva funzione che il papa e la Chiesa possano ancora avere nel nuovo secolo:

Uomo, che quando fievole

mormori, il mondo t’ode,

pallido eroe, custode

dell’alto atrio di Dio;

leva la man dall’opera,

o immortalmente stanco!

scingi il grembiul tuo bianco,

mite schiavo di Dio:

la Porta ancor vaneggi!

Voglion ancor, le greggi

meste, passar di là.

O nostro primogenito,

puro tra i bissi puri,

le pietre che tu muri

con la gracile mano

nel sepolcreto sembrano

chiudere i tuoi fratelli

tutti; con tre suggelli,

tutto il genere umano.

Solo la bianca Morte

chiude così le porte,

che non riaprirà!

Oh! le tue mani tremano.

Dove sarai tu, quando

un secol nuovo, orando,

toglierà le tre pietre?

Il «controgiubileo» organizzato dalla massoneria il 20 settembre è il segno concreto di uno scontro ideologico tra il mondo anticlericale e quello cattolico, di fronte al quale resta lecito il «dubbio» pascoliano. La singolare manifestazione prevede la visita delle «quattro basiliche laiche»: il Pantheon, dove era stato sepolto Vittorio Emanuele II; il Gianicolo, dove era stato eretto il monumento a Garibaldi; porta Pia, simbolo del crollo del potere temporale pontificio; il Campidoglio con il monumento a Cola di Rienzo, ritrovato padre putativo di una Roma laica e anticlericale.

È un episodio tra i tanti del tempo, forse un po’ più eclatante perché volutamente irriverente e smitizzante, e Pasquino a fine Anno Santo lascia scritto sulla sua statua un volemose bene in versi, che vale per buttare acqua sul fuoco:

Famo la pace. Padre Santo

quello che è stato è stato... qua la mano

e aringraziamo tutti quanti Iddio!

Ma papa Pecci si mostra di nuovo titubante; nell’enciclica Graves de communi re del 1901 riconosce il movimento democratico cristiano, ma ne limita il raggio d’azione. Avverte peraltro che lo stesso nome «di democrazia cristiana suona male a molti tra i buoni, perché vi veggon sotto un che di ambiguo e pericoloso. Ne temono per più di una ragione: cioè perché credono che così si possa coprire un fine politico per portare al potere il popolo promuovendo questa forma di governo invece di altre». È insomma un invito a restare nei ranghi del «corporativismo».

La Francia lo delude: vi si registra un ritorno di fiamma anticlericale e nel clima di tensione tra Chiesa e Stato, che ricorda i tempi napoleonici, si delinea il fallimento dell’universale spirito di cristianizzazione sociale. Anche l’Italia lo delude. Nel 1902 il nuovo primo ministro Zanardelli tenta d’introdurre il divorzio; il papa interviene disperatamente, ma non bandisce nessuna crociata e riesce ugualmente a scongiurare l’attentato al sacramento del matrimonio.

Comunque Leone XIII sembra sotto certi aspetti sempre più disorientato nella crescita del movimento cattolico e da ultimo vorrebbe frenarlo; è un momento di meditazione tutta politica. Nell’ambizione di restituire al papato la sua suprema funzione temporale, insinuandosi nel contesto dei problemi economici e sociali dello Stato italiano, non si fida della intellighencjia cattolica; si delinea da allora una frattura tra quanti restano nei ranghi della gerarchia e gli autonomi, che s’indirizzeranno verso il modernismo.

Finisce l’entusiasmo di Leone XIII e con esso la sua vita il 20 luglio 1903: sepolto temporaneamente in Vaticano, vent’anni dopo sarà tumulato in un grandioso mausoleo, opera di Giulio Tadolini, in S. Giovanni in Laterano.

Claudio Rendina