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Biografia di Pio X

tratto da Papi storie e segreti (Newton&Compton 2013)
Il favorito del conclave che si aprì l’1 agosto 1903 per eleggere il successore di Leone XIII era il suo segretario di Stato, il cardinal Rampolla, proprio a significare un proseguimento della linea politica del papa della Rerum novarum. E il Rampolla risultava in testa dopo i primi due scrutini, senza però raggiungere il quorum, la presentazione di un veto nei suoi confronti da parte dell’imperatore Francesco Giuseppe tramite il vescovo di Cracovia, il cardinal Kniaz Puzyna, destò più meraviglia che altro. Anche al terzo scrutinio Rampolla mantenne infatti la posizione di testa, come a dire che il veto produsse al limite l’effetto contrario; ma il Rampolla non avrebbe raggiunto la maggioranza, perché più di un terzo del conclave gli era implacabilmente contrario.

Si faceva finta di portare avanti la candidatura imperiale del cardinal Gotti, ma in effetti si puntava sul patriarca di Venezia, Giuseppe Sarto, che aveva fama di uomo profondamente religioso. A questo punto «ci fu forse un tentativo di intimidazione, per via di avvelenamento», annota Giancarlo Zizola, ed è un fatto che «molti cardinali si sentirono male durante l’ultima notte, “cosicché nel mattino furon fatte cinquanta ordinazioni in farmacia”».

Il cardinal Sarto comunque era venuto da Venezia a Roma non pensando minimamente all’eventualità di essere eletto; a un porporato francese che non lo conosceva e gli aveva pronosticato che non avrebbe mai potuto diventar papa perché «non sapeva il francese», aveva risposto: «Grazie a Dio, e poi ho comprato il biglietto di andata e ritorno!». Una risposta simile l’avrebbe data anche Angelo Roncalli, come lui patriarca di Venezia, e sarebbe stato papa. Fu lo stesso per Giuseppe Sarto che, vedendo aumentare le sue quotazioni, aveva supplicato i cardinali: «Per l’amor di Dio, dimenticatemi, non ho le qualità per fare il papa». E invece lo elessero al settimo scrutinio il 4 agosto e, dopo esser scoppiato in lacrime, rispose: «Accetto, come si accetta una croce».

Era nato a Riese, presso Treviso, il 5 giugno 1835 da una povera e numerosa famiglia; il padre era usciere comunale, la madre cucitrice a domicilio. Fin da bambino aveva manifestato un francescano spirito cristiano, come quando all’età di undici anni per seguire gli studi se la faceva da Riese a Castelfranco a piedi e scalzo, le scarpe in spalla fino all’ingresso della scuola per non consumarle. Riuscì ad entrare nel seminario di Treviso proprio in virtù delle notevoli qualità mostrate negli studi e fu ordinato sacerdote a 23 anni. La prima canonica l’ebbe a Tombolo, un paese di allevatori, facili al vino e alla bestemmia, in gran parte analfabeti: volevano imparare a leggere e scrivere. Acconsentì a fargli «scuola serale» e come pagamento volle solo che non bestemmiassero. Alla canonica di Treviso, dove passò nel 1875, mantenne la vecchia sottana nera, rifiutando quella in seta orlata di rosso, come gli sarebbe spettato secondo un decreto della diocesi di Venezia; non voleva alcun segno di dignità e ricchezza. E così si comportò quando fu eletto vescovo di Mantova. I suoi vecchi parrocchiani dissero:

El xe vegnuo con la veste brisa,

el xe partio senza la camisa.

Ed era vero; dava tutto ai poveri, anche i suoi vestiti. E man mano che saliva nella carriera ecclesiastica aumentava il suo spirito di carità e umiltà; arrivato alla porpora cardinalizia nel 1893 ed eletto patriarca di Venezia, spedì il suo orologio d’oro al Monte di Pietà e rinunciò alla cappa cardinalizia nuova. Rattoppata con cura dalle sorelle, gli sarebbe andata bene quella del predecessore.

Con queste credenziali Giuseppe Sarto si era presentato al conclave e proprio in virtù di esse venne eletto; fu consacrato papa in S. Pietro il 9 agosto e assunse il nome di Pio X. E da pontefice avrebbe mantenuto le abitudini da «prete di campagna»; parlando di sé avrebbe abolito il plurale majestatis, come farà anche Giovanni XXIII, nonché la consuetudine degli applausi in S. Pietro in onore del pontefice. Spiegò che non era «giusto applaudire al servo nella casa del padrone». Non voleva mangiare da solo e avrebbe sempre avuto un ospite che gli facesse compagnia. E poi, niente svizzero di guardia alla porta mentre dormiva; aveva diritto anche quel povero soldato al sonno notturno.

Il nepotismo non sapeva cosa fosse; il fratello Angelo restò impiegato postale in un sobborgo di Mantova e non ebbe neppure uno scatto di carriera. Le tre sorelle nubili vennero a vivere a Roma, ma in un modesto appartamento; alla commissione araldica che chiese a Pio X quale titolo avrebbero dovuto avere, di contesse o principesse, rispose di chiamarle semplicemente «sorelle del papa». E faceva anche dello spirito; a un signore che era andato a supplicare il cappello cardinalizio per un amico rispose: «Avete sbagliato indirizzo, non sono un cappellaio, sono soltanto un Sarto». Lui stesso raccontava che in un’udienza pubblica a una vecchietta che se lo guardava estasiata e gli balbettò: «Santità, come sta, Santità?», aveva risposto: «Benedeta, come volen che staga? Da papa!».

E da papa seppe effettivamente stare questo «prete di campagna», nonostante tutta la sua umiltà e semplicità, perché «necessariamente», come lui stesso dichiarò, «doveva occuparsi di politica». E in politica Pio X fu decisamente un conservatore; tale si era mostrato fin dal patriarcato veneziano, opponendosi al fermento di rinnovamento sociale dei «democratici cristiani» e favorendo invece le alleanze tra liberali moderati e fedeli «parrocchiani». «I cattolici liberali sono dei lupi travestiti da agnelli», aveva sentenziato e, rivolto ai sacerdoti veneziani, aveva detto: «Sarete chiamati papisti, clericali, retrogradi, intransigenti. Siatene fieri!».

La bestia nera era il modernismo, che si augurava una «manica larga» in fatto di tradizione e obbedienza, per una conciliazione tra scienza e fede con una libertà di coscienza del cattolico nella scelta politica. Pio X reagisce con violenza e fermezza, assistito dal segretario di Stato Merry del Val: ordina lo scioglimento dell’«Opera dei Congressi», ma nello stesso tempo attenua la portata del «Non expedit» per favorire alleanze sotto banco di cattolici moderati con i liberali, dalle quali nascerà nel 1913 il patto Gentiloni.

Tutto cominciò appunto con la condanna del modernismo nell’enciclica Pascendi del 1907, che aveva travolto gli elementi progressisti della cultura cattolica; uno scrittore come Fogazzaro fece tempestivo atto di sottomissione, ma il sacerdote Ernesto Buonaiuti, autore di scritti in diretta polemica con l’enciclica, perse la tonaca. Del resto nel «motu proprio» Sacrorum Antistitum del 1910 il papa impose ai sacerdoti, con uno speciale giuramento, il rifiuto di tutto il pensiero modernista; furono benedette invece quelle nuove organizzazioni volute da Pio X stesso, come l’Unione popolare, l’Unione economico-sociale e l’Unione elettorale, di cui fu presidente il Gentiloni. A queste venne affidata, in una sorta di «crociata», il compito di controllare i voti «cattolici», ormai strappati d’ufficio ai «democratici cristiani», a gente come il Murri sospeso a divinis o come Sturzo.

Papa Sarto «di fronte alle insidie del socialismo», che a suo parere non voleva ammettere come sia «conforme all’ordine stabilito da Dio che ci siano, nella società, principi e sudditi, padroni e proletari, ricchi e poveri, sapienti e ignoranti», aveva scelto il male minore, quello di una tacita alleanza clerico-moderata. La condanna globale di modernisti e progressisti in genere fu chiaramente il riflesso di posizioni integraliste di tipo medievale, con le quali veniva spazzato via anche il «socialismo corporativista» di Leone XIII; la cosa peggiore fu che, per i metodi inquisitoriali e persecutori con cui venne applicata, ridusse al silenzio una quantità di voci autenticamente cattoliche, alle quali si sarebbe poi ispirata invece la futura Democrazia cristiana, ovvero il Partito popolare.

Oltretutto l’impegno politico di Pio X fu decisamente provinciale, caratterizzato da questa lotta tutta italiana, nella quale si fece prender la mano, avallando più di una vendetta personale; nel contesto internazionale, dove Leone XIII tanto aveva guadagnato, egli si fece attorno un vuoto, le relazioni diplomatiche con gli altri Stati erano ridotte al minimo. Un esempio fra tanti può esser costituito dalla Francia; nella sua ottica antistorica e retriva era favorevole al ritorno dei monarchici, tenendo un rapporto costante con gli stessi uomini dell’Action française. E intanto era saltato il concordato del 1801 in un’aperta rottura con la repubblica francese e nel 1905 si era arrivati alla separazione dello Stato dalla Chiesa; era l’immagine precisa del fallimento del suo integralismo.

«Dall’integralismo dottrinario di Giuseppe Sarto discende quello operativo, nel governo della Chiesa, di cui», come ricorda Cesare Marchi, «riformò le strutture in senso autoritario, centralistico, proibì ai preti di andare a teatro, pena la sospensione ipso facto e raccomandò di non abbonarsi a giornali non allineati. Riformò il canto liturgico, la musica sacra, estromettendo dal tempio fanfare, tamburi, pianoforti, strumenti troppo profani..., ammessi solo i canti in latino, niente donne nella schola cantorum». Il Catechismo del 1912, con domande e risposte da imparare a memoria in preparazione alla «prima comunione», rimasto in uso fino al Concilio Vaticano II, era appunto il simbolo di certo suo programma di «restaurazione» in Cristo di ogni fedele, annunciato fin dalla prima enciclica Instaurare Omnia in Christo. Ne restò coinvolto logicamente il clero stesso, che volle più colto; nella finalizzazione di un suo aggiornamento culturale vanno infatti ricordate la fondazione del «Pontificio Istituto Biblico» e la revisione della Vulgata.

È comunque lodevole l’impegno di Pio X nel voler annullare definitivamente ogni manipolazione del papato da parte dei poteri laici; la costituzione Commissum nobis del 1904 aboliva il veto comunque manifestato da uno Stato durante un conclave, dichiarando senz’altro illegittima ogni ingerenza del potere civile nell’elezione papale. I cardinali che si fossero fatti portavoce dell’esclusiva di un qualsiasi governo sarebbero stati colpiti con la scomunica dal futuro pontefice.

La Chiesa elevò Pio X agli onori degli altari come santo e in questa sua canonizzazione c’è tutta la sua bontà e mitezza, ma anche la sua intransigenza e intolleranza in campo religioso ed ecclesiastico, ovvero quella che il Loisy definì l’«autentica tregenda del fanatismo e della stoltezza». Mi pare che resti edificante in tal senso il fatto che questo papa abbia nello stesso tempo dichiarato intangibili i diritti della proprietà privata ed esortato alla rassegnazione e alla pazienza i poveri, ai quali nulla spetta, a titolo di giustizia, dei beni del ricco: sono qui evidentemente fissati i termini estremi di una santità celeste che si sublima nell’esaltazione di un’ingiustizia terrena, saltando a piè pari la Rerum novarum.

È quanto in fondo testimonia anche la sua reazione alle avvisaglie della prima guerra mondiale; trovò solo espressioni di commiserazione e non di condanna. Secondo le parole di un suo biografo, «non levò una forte voce di profeta sul mondo già in tempesta, ma si stese sull’altare come vittima»; era il martirio della sua santità. All’ambasciatore austriaco che lo sollecitava a benedire le truppe austro-ungariche prossime ad invadere il Belgio neutrale, rispose giustamente: «Io benedico la pace». Un testamento, questo, che avrebbe raccolto il successore Benedetto XV fino a farne il simbolo del suo pontificato.

Pio X morì a Roma il 20 agosto 1914 e fu sepolto modestamente nelle Grotte Vaticane.

Claudio Rendina