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Brevi biografie degli undici presidenti della Repubblica

Vanity Fair, maggio 2006
Enrico De Nicola (1946-1948) – Un bel signore napoletano, con baffi non troppo diversi da quelli che porta D’Alema. Benché monarchico, fu scelto dai costituenti come presidente della Repubblica provvisorio in attesa che si eleggesse il Parlamento. Disse subito di no, che non avrebbe accettato e continuò poi a dimettersi senza sosta, perché questa era la sua civetteria, tanto che Montanelli scrisse che bisognava capire ogni volta se i suoi rifiuti erano rifiuti o rifiuti-rifiuti. Morigerato come pochi: non volle entrare al Quirinale perché si considerava troppo provvisorio per abitare la casa del re e si sistemò a palazzo Giustiniani, dove la sera era capace di cucinarsi da solo due uova al tegamino. Una volta che non era più presidente, andò dal sarto per farsi rivoltare il cappotto. Il sarto restò così sorpreso che non si fece pagare: «Se un ex presidente della Repubblica ha bisogno di farsi rivoltare il cappotto, io non ho diritto di ricevere un compenso». Usava due boccette d’inchiostro, una per firmare gli atti ufficiali e l’altra, che acquistava di tasca sua, per la corrispondenza privata. Idem con Evita Perón, che s’era un po’ innamorata di lui: gli aveva regalato un portasigarette d’oro con dedica e De Nicola, quando finì il mandato, lo lasciò allo Stato, dato che con tutta evidenza, a suo dire, il regalo era stato fatto alla carica e non alla persona. Superstiziosissimo: quando si comprava una borsa nuova subito sostituiva la fodera nuova con una sua fodera vecchia che gli portava bene. Non dormì all’idea che lo avrebbero eletto di venerdì. Lo nominarono fortunatamente di sabato.

Luigi Einaudi (1948-1955) – De Nicola, nel ’23, quando era presidente della Camera, aveva baciato la mano a Mussolini. Einaudi invece chiamava il Duce “tiranno da operetta” e nel ’43 era andato in esilio in Svizzera. Mingherlino, bassettino, claudicante, ad Andreotti che veniva in delegazione a proporgli l’idea del Quirinale, rispose: «Lor signori si rendono conto che sono zoppo?» Liberale vero, e monarchico. Diceva: «Non si può avere nello stesso momento stabilità della moneta e piena occupazione». E anche: «Le ferrovie devono servire ai viaggiatori e non ai ferrovieri». Una volta che aveva a pranzo Flaiano, parendogli la pera che gli avevano servita troppo grossa, propose di farla a metà, per non sprecarla. E Montanelli dice che fece lo stesso anche con lui (il che fa pensare che si trattava di una civetteria). Grande coltivatore, come tutti i liberali: a 23 anni aveva comprato nelle Langhe una tenuta assai malmessa e l’aveva fatta diventare una fattoria modello, che produce ancora adesso uno dei migliori Dolcetti. Guareschi lo disegnò che passava in rassegna due file di bottiglie, perfettamente ordinate. E lui ci si arrabbiò. Quando lo nominarono, era governatore della Banca d’Italia. Il figlio primogenito, Giulio, è quello che ha dato vita alla famosa casa editrice (di cui il padre, da liberale, si interessò il meno possibile). Nel ’53 fece un governo senza consultare prima i partiti. E De Gasperi lo fece cadere in pochi mesi. Nessuno, dopo di allora, ci ha provato più.

Giovanni Gronchi (1955-1962) – Con la sua aria da professore di liceo (era in effetti laureato in Lettere), Gronchi aveva una passione smodata per le donne e non si conta il numero di signore che all’epoca vennero chiacchierate come sue amanti. Del resto aveva una moglie fredda, magra e così alta che lui la costringeva a portare sempre le scarpe basse e a starsene lontano quando c’era da far foto. Il presidente ci teneva, ed era permaloso: cascò dalla sedia alla Scala e Tognazzi e Vianello – durante il programma tv Un due tre – gli fecero il verso: Tognazzi cadeva per terra e Vianello gli chiedeva: «Ma chi ti credi di essere?». Passarono i guai loro. Gli americani lo accusavano di essere come la torre di Pisa (era di Pontedera), e cioè di pendere a sinistra. E in effetti tentò di creare una serie di alleanze internazionali che dessero vita a una terza forza, da mettere tra Usa e Urss. Però era papista: e dopo i due liberali che avevano reso omaggio a Pio XII con un semplice e breve inchino del capo, lui si gettò ai piedi di Sua Santità e non si rialzò che quando il fotografo Felici ebbe finito il suo lavoro. Nel ’60, in Russia, litigò di brutto con Kruscev, e pubblicamente: uno scambio di battute su capitalismo e comunismo che fece il giro del mondo (anche perché Gronchi aveva avuto la meglio). Al ritorno, si portò a casa ventotto fagiani, venti tacchini e una quantità imprecisata di paté, antipasti, bottiglie di vino e champagne. Nonché i tartufi d’Alba, che aveva donato a Kruscev e che Kruscev non aveva gradito.

Antonio Segni (1962-1964) – Il padre di Mariotto Segni, l’unico presidente ad aver interrotto il mandato per malattia (ictus). Iracondo come pochi, si mise a urlare contro Saragat che non gli voleva nominare ambasciatore a Mosca il suo addetto diplomatico. Nella furia prese a rovesciare a terra gli oggetti che gli stavano davanti sul tavolo e in quel mentre gli prese un colpo. Sarebbe morto in pochi minuti se Moro, presente alla scena, non lo avesse soccorso con i medicinali che portava sempre in borsa. Fu un presidente nemico del centrosinistra – al quale fece resistenza in tutti i modi – e con pericolose tentazioni golpiste, che gli venivano da una certa frequentazione eccessiva dei servizi segreti. Il celebre, mancato golpe del generale De Lorenzo risale ai suoi tempi (era in realtà, per come era stato abbozzato, un golpe da operetta). La sua idiosincrasia per i socialisti era tale che, morto papa Giovanni XXIII, incaricò Luigi Gedda, democristiano di destra come pochi, di calunniare ovunque il cardinal Montini, quello cioè che più probabilmente sarebbe stato eletto papa e che aveva fama di ”moderno”. Forse Gedda – un gran propagandista, che aveva contribuito in modo decisivo alla vittoria democristiana del 1948 – non ebbe abbastanza tempo: Montini fu eletto papa, col nome di Paolo VI, due giorni dopo l’inizio del conclave. Segni andrebbe ricordato soprattutto come ministro dell’Agricoltura: la sua prima riforma agraria colpì il latifondo e fece perdere un mucchio di terra a sua moglie Laura. Dopo l’ictus del ’64, morì nel 1972. La famiglia lo fece imbalsamare.

Giuseppe Saragat (1964-1971) – Era iracondo pure Saragat: avendo i suoi perso le elezioni del 1968, distrusse a calci un apparecchio televisivo. Benché fosse un antifascista che aveva fatto la galera con Pertini, passò la vita a spostarsi a destra, prima uscendo dal Psi (1947) e poi, stando al Quirinale, facendo anche lui la fronda alle troppe aperture democristiane. Le calunnie di omosessualità a Paolo VI venivano da lui, che si faceva suggerire i pettegolezzi dal generale Manes. Missiroli, direttore del Corriere della Sera, aveva sparso la voce che al presidente piacesse troppo la grappa e questa diceria diventò talmente pubblica che i vignettisti ne fecero un luogo comune. Saragat lasciò dire. Preoccupato della morale pubblica, telefonò invece all’attrice Paola Pitagora, protagonista de I promessi sposi televisivi, che aveva dichiarato: al posto di Lucia mi sarei sposata don Rodrigo. Fu anche il primo presidente fortemente tentato dalla rielezione: convinse i socialdemocratici tedeschi a offrire 200 miliardi al Pci in cambio di un sostegno al momento del voto. Il Pci (era allora segretario Longo) sottoposero la questione ai sovietici: accettando si sarebbero liberati dalla dipendenza economica da Mosca. Vi fu una riunione di vertice al Pcus e la richiesta italiana venne bocciata per un voto. Così Saragat non fu rieletto e al Quirinale arrivò Giovanni Leone.

Giovanni Leone (1971-1978) – Un grande giurista, un grande avvocato, un uomo che non s’era fatto strada a forza di tessere o di sottogoverno. Una bella moglie e una simpatia naturale e popolaresca: poteva fare le corna (e lo fotografarono in quell’atto) e la cosa non pareva volgare. Era andato negli Usa negli anni Cinquanta e aveva cantato Anema e core: gli americani si erano divertiti e nessuno aveva scosso la testa. Era sempre stato l’uomo delle cuciture, l’uomo-ponte: i famosi governi balneari di Leone a cui si ricorreva quando le forze politiche avevano bisogno di tempo per mettersi d’accordo. Così anche in quella fine del ’71: scelto come l’unico capace di prender voti da tutti in un’elezione che non si riusciva a sbloccare. Si sa come finì: lo accusarono di essere Antelope Cobbler, il misterioso personaggio che s’era fatto dare soldi per favorire la vendita all’Italia di aerei della Lockheed. E su quell’accusa, mossa a gran voce dai comunisti e da Pannella, Leone si dimise, senza fiatare e limitandosi solo a far causa a Camilla Cederna, che sull’affaire aveva scritto un best-seller. Causa vinta, ma inutilmente. L’uomo era politicamente finito e non disse più una parola in pubblico per vent’anni. Salvo essere riabilitato da tutti (e da Pannella in primis) poco prima della morte. La sua uscita di scena, avvenuta all’indomani dell’uccisione di Moro, fu provocata proprio dalla richiesta perentoria del Pci di spostare a sinistra il quadro della politica nazionale, coerentemente con le intese di compromesso che avevano fatto nascere il governo della solidarietà nazionale di Andreotti.

Sandro Pertini (1978-1985) – Di Pertini, che è stato il presidente più amato dagli italiani, al quale sono dedicate 500 vie e che finì persino in un rebus della Settimana Enigmistica (unico ricorso all’attualità politica in 70 anni di vita di quel settimanale: il numero è quello del 28 agosto 1982, la soluzione è “tramonti vesPERTINI”), diremo per contrappasso tutto il male possibile. Era ignorantissimo: Nenni ha raccontato di non averlo mai visto impegnato in libri diversi dai fumetti dell’Intrepido. Era vanitosissimo: quando la Rai realizzò la diretta più lunga della storia piazzando le sue troupe a Vermicino (c’era un bambino caduto in un buco largo 28 centimetri) lui corse subito sul posto per farsi riprendere in prima fila. Idem col sindaco Zangheri che pronunciava l’orazione funebre per gli 85 morti dell’Italicus: la tv inquadrava soprattutto gli oratori e perciò Pertini lasciò subito il suo posto in platea e si mise sul palco. Ghirelli, che fu il suo capo ufficio stampa, ha riferito un giudizio di Saragat: «Sandro è un eroe. Soprattutto se c’è la televisione». Era poi permaloso: fece cacciare Massimo Fini dalla Rizzoli perché Fini non partecipava al coro degli esaltatori del presidente (la cacciata era stata preceduta da una telefonata di minaccia al direttore della Domenica del Corriere, che dopo un po’ venne allontanato a sua volta). Infine, il difetto più odioso di tutti: era una schiappa a scopone e pretendeva di vincere lo stesso. Durante un viaggio a Mosca, D’Alema, che ce l’aveva come compagno, fu costretto a dirgli: «Presidente, non era quella la carta...». E Andreotti, subito, sbagliò apposta l’uscita per farlo vincere e rimettere le cose a posto.

Francesco Cossiga (1985-1992) – Due record: è (finora) il più giovane presidente che abbiamo avuto (57 anni al momento dell’elezione), cosa in definitiva non strana dato che è stato il più giovane sottosegretario alla Difesa, il più giovane ministro dell’Interno, il più giovane presidente del Consiglio. E poi è stato il primo ad essere eletto al primo colpo, grazie a una sapiente opera di persuasione di De Mita. Secondo noi ha un terzo record: non c’è stato presidente più dotato di sense of humour (anche Scalfaro, da questo punto di vista, non scherza). Per esempio: «Se guarissi da tutte le malattie che ho, ne morirei». Oppure: «In vita mia le fregature le ho sempre prese da chi mi dava del lei, mai da chi mi dava del tu», ecc. così disinvolto e libero di spirito da aver accettato di fare il padre di D’Artagnan in un’edizione estiva dei Tre Moschettieri a Roma. E un’altra volta, ha lasciato che i cronisti lo seguissero al mercato romano del Trionfale, dove scelse per farsi immortalare il banco del pesce e lasciò un autografo sul dorso di una sogliola. Esiste una sua foto in cui abbraccia Snoopy, esiste un cartello con la scritta: ”Non lasciare pistole incustodite” che lui tiene in salotto. Maniaco della tecnologia. Fece il presidente della Repubblica senza dire una parola per la prima parte del mandato, e sparandole grosse e di tutti i tipi e contro tutto e tutti nel secondo periodo. Ricordarsi, nel tentativo di interpretare il suo settennato, di questa sua frase: «I sardi si dividono in due categorie: i muti e i falsoloquaci». Durante le picconate di quando era presidente della Repubblica, qualcuno pensò seriamente che fosse pazzo e propose sommessamente di internarlo. Ma è tutt’altro che pazzo: proprio il suo discorso, la settimana scorsa al Senato, ha sbloccato la situazione di stallo relativa all’elezione di Marini.

Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999) – Un piccolo saggio del suo spirito s’è avuto durante il voto per Marini, dove Scalfaro presiedeva. Rivolto ai senatori vocianti, a un certo punto, ha detto – arrotando le erre come suo solito: «Il clamore non è previsto dal Regolamento!» Lo si ricorda sempre per brutti episodi: l’aver pronunciato una condanna a morte durante la guerra, l’aver mollato una sberla alla signora Edith Mingoni Toussan che aveva una scollatura troppo profonda (erano gli anni Cinquanta, Totò lo sfidò a duello), la storia dei cento milioni che i servizi mettevano tutti i mesi a disposizione del ministro dell’Interno (mestiere che Scalfaro aveva fatto per quattro anni: da Capo dello Stato, quando la storia venne fuori, pretese un discorso a reti televisive unificate e gridò: «Non ci sto! Non ci sto! Non ci sto!»). Venne eletto grazie a Pannella, che in una situazione di stallo totale (c’era Mani Pulite, avevano appena ammazzato Falcone), tirò fuori il suo nome e mise rapidamente d’accordo tutti, rendendo infelice Spadolini. Secondo Pannella, nessuno come ”Oscar” sarebbe stato super partes e avrebbe garantito la Costituzione. Il centrodestra, che contribuì a farlo eleggere, ne fu amaramente disilluso: quando Berlusconi nel ’94 fu buttato giù dal voltafaccia leghista, Scalfaro avrebbe dovuto sciogliere le camere e far votare di nuovo il paese, nello spirito bipolare che si andava diffondendo. Invece fece fare il governo a Dini e permise al centrosinistra di riorganizzarsi e vincere poi le elezioni del ’96. Berlusconi e i suoi non gliel’hanno mai perdonata, come s’è visto anche durante l’elezione al Senato di dieci giorni fa. Del resto lui, vedendo un tizio che in tribuna faceva troppo rumore, lo ha fatto allontanare dai commessi. Ed era Pannella, proprio quello che nel ’92 l’aveva fatto eleggere presidente della Repubblica.

Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006) –Tutti ne dicono un gran bene. Però è stato forse durante gli ultimi anni po’ troppo addosso a Berlusconi, che, docile, gli ha fatto legger prima (e correggere) troppe leggi. E ha una moglie esageratamente disinvolta: lista degli sgraditi (di cui riservatamente i giornalisti sono sempre stati informati), appellativo di ”cretino” al povero Enrico Papi, “tv deficiente” riferito alla televisione di Zaccaria, abbracci al corrispondente Rai da Pechino, ecc. In ogni caso, Ciampi ha detto no alla rielezione e questo è un merito indiscutibile: a parte la questione dell’età, avremmo pagato caro il precedente negli anni futuri. L’uomo è entrato al Quirinale al primo colpo, come Cossiga, ed era stato governatore della Banca d’Italia, come Einaudi. Ma nessuno, tra i suoi predecessori, poteva sommare a questi titoli anche quello di ex presidente del consiglio. Perciò è il Capo dello Stato col curriculum più importante, nobilitato anche da due lauree, una in Filologia presa alla Normale e l’altra in Legge (nessun titolo economico, come si vede). Livornese e tifoso acceso del Livorno e del centravanti Lucarelli. Merito sommo: da ministro dell’Economia nel governo Prodi ha lavorato sui conti pubblici in modo che diventassero compatibili con l’ingresso dell’Italia nell’area euro. Chi pensa che questo sia un demerito – ci permettiamo di dirlo – non ha le idee chiare. Infine: Cossiga dice che ha un carattere pessimo, che è un uomo freddo e scostante anche nei confronti dei suoi collaboratori più vicini. Ma Cossiga, lo sappiamo, è un maldicente.

Giorgio Napolitano (2006-2013) – Primo comunista al Quirinale. Eletto al quarto scrutinio, scelto per il suo curriculum istituzionale e per sbarrare la strada a D’Alema (la cui candidatura, lanciata dal Foglio, era avversata soprattutto da Veltroni e D’Alema). A dispetto dell’aria fredda e distaccata, tiene parecchio alla sua popolarità. Sempre attento allo stile, puntuale, preciso, pignolo. «Io sono atarassico» disse durante lo spoglio delle schede al termine del quale sarebbe stato proclamato presidente. Tra gli atti più significativi il rifiuto si rifiutò di firmare il decreto legge approvato dal governo Berlusconi nel 2009 per imporre la ripresa dell’alimentazione artificiale di Eluana Englaro e l’intervento per sollecitare l’appoggio italiano all’intervento militare in Libia nel 2011. Crescendo di popolarità per tutto il mandato, a fine 2011, con l’intensificarsi della crisi economica, il suo ruolo è diventato ancora più centrale. Qualcuno ha cominciato a chiamarlo semplicemente Re Giorgio per la sua ferma difesa delle istituzioni democratiche e il ruolo straordinario, anche se dietro le quinte, giocato nel rapido passaggio da Berlusconi a Monti. Protagonista delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità di Italia.

Giorgio Dell’Arti