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Frasi e curiosità su Craxi


Cinghialone «È Paolo Brosio (che fingeva di essere uno sfigato ma in realtà era un cro­nista con i fiocchi) la mattina del 15 dicembre 1992 a dare per pri­mo la notizia: «Hanno sparato al Cinghialone». Nel gergo, vuol di­re che è partito il primo avviso di garanzia per Craxi. Sette anni do­po il procuratore Gerardo D’Am­bros­io cercherà invano di convin­cere il resto del pool a consentire a Craxi, gravato da condanne a trent’anni di carcere,di tornare in Italia a curarsi senza passare per San Vittore». [Luca Fazzo, il Giornale 13/2/2012]

Dizionari Un dizionario spagnolo inseriva «craxi» tra gli insulti più infamanti (tipo «craxi sarà tua sorella») [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]; Nel 1990 Devoto Oli ha inserito la voce craxismo con la seguente definizione: «Indirizzo politico contemporaneo improntato dalla personalità di Bettino Craxi e fondato sull’autonomia socialista e sul decisionismo». Nel 1994 ci fu polemica e Giancarlo Oli voleva cancellarla: «Gia’un anno fa – racconta il linguista fiorentino – mi erano nati i primi dubbi sull’opportunità o meno di mantenere il termine craxismo nel vocabolario, ma ora che Craxi si è rivelato ben diverso dall’immagine che aveva voluto dare di sé all’opinione pubblica non ho più incertezze. Craxismo è una parola che ha fatto la sua epoca come il suo ispiratore, per cui un compilatore di un dizionario non può che prendere atto di questa eclisse per lasciare il campo ai politologi, agli storici e... ai magistrati». [AdnKronos]» e il termine doveva essere cancellato poi però è intervenuta l’accademia della crusca: «Il termine craxismo deve restare nel vocabolario della lingua italiana al pari di cesarismo, leninismo, hitlerismo, stalinismo, trozkismo, mussolinismo e maccartismo». Il presidente dell’Accademia della Crusca, Giovanni Nencioni aggiunge: «Compito del lessicografo è di rendere testimonianza dello stato della lingua e non seguire criteri moralistici o politici» [Vari giornali e agenzie]

Trippa Dopo il lancio delle monetine, alle feste dell’Unità, dove fin dal 1978 si vendeva la «trippa di Craxi», il suo faccione era il bersaglio da colpire (tre palle mille lire) per portare a casa il pesce rosso.  [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]

Vecchio Alla conferenza di Rimini del ’90, a un anziano compagno che gli si era avvicinato dicendogli «Ciao, Bettino, sono un vecchio militante socialista», aveva risposto: «Che sei vecchio lo vedo...».  [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]

Caffelatte Aveva detto a De Mita «se vuol durare deve portarci il caffellatte a letto ogni mattina»] aveva detto a De Mita «se vuol durare deve portarci il caffellatte a letto ogni mattina».  [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000] 

Ladri Mino Martinazzoli, che pure un giustizialista non è, faceva battute tipo «i socialisti sembrano tutti ladri, invece lo sono».  [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]

Str... La Corte di Cassazione ha condannato Stefania Craxi a risarcire Francesco Rutelli con cinquantamila lire per avergli dato, anni fa, del «grandissimo str...» incontrandolo in un ristorante di Sabaudia, Roma. Rutelli aveva dichiarato di voler vedere Bettino Craxi «consumare il rancio nelle patrie galere». Il risarcimento era stato inizialmente quantificato in quattrocentomila lire ridotte a duecentocinquantamila in secondo grado. La Craxi ha deciso di pagare l’ammenda con 36 rate mensili da 1.389 lire ognuna. [Gian Mario Chiocci, Il Giornale 01/12/2000] 

Ladroni Umberto Bossi lo chiamava «Bottino Crassi», rideva di lui come di «Alì Bobò e i quaranta ladroni», lo definiva «per metà un uomo di Stato e per metà un farabutto».  [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]

Impiccato Dichiarazione di Franco Zeffirelli del 25 luglio 1993: «Uno così, in altri tempi, sarebbe stato impiccato». [Filippo Facci, Libero 15/1/2010] 

Ghigliottina Umberto Bossi, 26 luglio 1993, mesi prima che Craxi lasciasse l’Italia: «Quando scoppiano le rivoluzioni, i re non sono mai destinati alla galera. Salgono sulla ghigliottina o muoiono in esilio. Craxi ha già scelto l’esilio». [Filippo Facci, Libero 14/1/2010]

Ghigliottinato Dichiarazione alla Camera di Luigi Rossi, deputato Lega Nord, il 29 aprile 1993: «Onorevole Craxi, ai tempi di Robespierre lei sarebbe già stato ghigliottinato». [Filippo Facci, Libero 15/1/2010] 

Barzellette «Un vigile ferma un automobilista davanti all’hotel Raphael: ] «Un vigile ferma un automobilista davanti all’hotel Raphael: "Guardi che qui non può parcheggiare, c’è Craxi". E l’altro: "Fa niente, ho l’antifurto"»; «Sai come si fa una frittata alla socialista? Si rubano due uova...»; «Lo sapete perché al Psi dicono che Gesù era socialista? Perché era nato in una mangiatoia». [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000]

Battute «Ho appena sentito della morte di Craxi e tutti ne parlano come d’un santo: se è così bisognerebbe dare una medaglia d’oro a Riina per lo sviluppo economico dato alla Sicilia». [Gian Antonio Stella, Cds 20/1/2000] 

Cossiga. Episodio tratto dal libro di Francesco Cossiga «La passione e la politica», Rizzoli 2000, nostra sintesi: Bettino Craxi incontrò l’ex presidente Cossiga dieci giorni prima di morire, il 29 dicembre 1999. Craxi quel giorno è su una sedia rotelle e non beve, non mangia non fuma, anzi, dice sempre di non fumare anche alla ragazza che gli porta le medicine: ti fa male, le dice. Cerca di alzarsi, ma ogni volta si riaccascia. Lui e Cossiga parlano delle cose più varie: Adriano Celentano, il sedere di Claudia Mori, Massimo D’Alema: «Spregiudicato», dice Bettino di quest’ultimo, «ma più fragile di quel che appare». Racconta che D’Alema gli aveva mandato un biglietto d’auguri ma che non lo aveva firmato. Poi regala a Cossiga alcune cose: litografie dei fratelli Lumière comprate a un mercato parigino, altre litografie con la preghiera di Maometto (compresa una che aveva regalato anche al Papa). Craxi, durante il congedo, ha il tipico modo spiccio che hanno le persone timide nell’accomiatarsi; prima che Cossiga sia uscito dalla villa, lo fa richiamare; si chiudono in una stanza, si abbracciano. Craxi ha le lacrime agli occhi: «Tu sai che è l’ultima volta che ci vediamo, vero? Volevo salutarti da solo».

Frase Frase di Bettino Craxi che sua figlia, Stefania, ha incorniciato e appeso dietro la propria scrivania: «Tutto vorrei, tranne che essere riabilitato da coloro che mi hanno ucciso». [Filippo Facci, Libero 17/1/2010]

Piazza Duomo 19.  Piazza Duomo 19, c’era una volta il regno di Bettino Il potere. Qui. Per piu’di vent’anni. Con la fila di leader, compagni, clientes. Con le strategie per Palazzo Chigi e per Palazzo Marino. Con i finanziamenti, leciti e a volte illeciti, che bussavano alle porte. Piazza Duomo 19 era piu’di un ufficio, piu’di una sede di partito: era Bettino Craxi. Era la sua scrivania che guardava le guglie, era la sua segretaria, la signora Enza, che non faceva entrare (quasi) nessuno. Era la corsa degli anni Settanta e il successo degli anni Ottanta, era il laboratorio dove Bettino divenne un leader. Era il posto dove nacque l’idea della piramide di Panseca (maggio ’89) e la candidatura a sindaco di Piero Borghini (dicembre ’91). Piazza Duomo 19. Quarto piano, 358 metri quadrati. Adesso c’e’la scala scrostata e anche l’ascensore rotto. [Cds 21/1/2000]

Cibo Il menù preferito di Craxi quando andava da Achour (ristorante del suo amico Ferid Achour Gapsi): «La zuppa di cipolle, il cous-cous di carne e di pesce, le sogliole alla griglia. Il vino? Due bicchieri di bianco, del nostro Coteaux de Carthage». L’altro ristoranteche Bettino frequentava, La Scala di Milano, ha la porta sbarrata. Un cartello avverte: «Chiuso per il lutto di un grande amico, Allah Akbar». [Paolo Conti, Cds 21/1/2000] 

Ninnoli Quando non era malato, raccontano, trascinava qui i suoi ospiti italiani e regalava ogni stranezza (e ogni bruttezza da turisti): pantofole con la punta ricurva, cuscinoni di cuoio, tappeti visibilmente tessuti a macchina, mille altri monumentini al cattivo gusto. [Paolo Conti, Cds 21/1/2000]

Fotografie Bettino Craxi, che si era fatto ritrarre dal suo fotografo ufficiale sulla spiaggia in pareo o a torso nudo, o mentre faceva il bagno nelle acque della Tunisia, con il petto coperto di peli. L’ultima senza camicia mentre dipinge un vaso a Hammamet [Marco Belpoliti, La canottiera di Bossi, Guanda 2012]. 

Imperativi «Porta, vieni. Parlava solo per imperativi. Il giorno dopo non fu da meno: entra, siediti, scrivi, aggiungi, cancella, dimmi, spiegami, raccontami, spegni (il registratore, «ti rivelo il nome del politico democristiano che condannò a morte Aldo Moro»), bevi (il rosso dell’Oltrepò pavese), assaggia (il salame felino, «ma qui mi mandano anche il pecorino sardo e la burrata pugliese e mangio pure i mondeghili, come a Milano, che ti credevi?»). Una vita passata a dare ordini, a decidere per gli altri» (Stefano Lorenzetto ricorda la sua ultima intervista a Craxi sul il Giornale del 8/1/10 in occasione del decennale). [Leggi il ricordo di Lorezetto]

VOLO Stefano Lorenzetto che «quando aveva confessato a Panorama che non trovava il mezzo di trasporto adatto per tornare in Italia («E come? In carrozzella? A cavallo?»), in prima pagina mi offrii persino di pagargli il biglietto, 271.000 lire, del volo TU 752 per Roma della Tunis Air, in partenza ogni mattina alle ore 10.55 da Tunisi. Sarcasmi così, d’accatto» sul giornale della sua città. Era il 28 gennaio 1999. [Leggi il ricordo di Lorezetto]

Prete mancato. Nella sua ultima intervista a Lorenzetto confessò: «Da bambino avevo le visioni. Mi appariva Gesù. Un’illusione ottica, ma io allora ero convinto che Cristo guardasse proprio me. Accadeva nella sacrestia della chiesa di San Giovanni, in piazza Bernini a Milano, davanti a un dipinto che raffigura il volto della Sindone. Avevo 10 anni, facevo il chierichetto, stavo lì per ore sull’inginocchiatoio a fissarlo. E Gesù a un certo punto apriva le palpebre e mi guardava». Aveva coltivato la vocazione fino all’adolescenza: «Ho studiato al collegio De Amicis di Cantù. Ho girato tutti i seminari della Lombardia. Ma poi, la guerra...». [Leggi il ricordo di Lorezetto]

Lasonil Nella sua ultima intervista a Lorenzetto gli chiese «Ti prego, non scrivere che Anna qui fa l’infermiera, che l’hai vista spalmarmi il Lasonil sul ginocchio». [Leggi il ricordo di Lorezetto]

Bollito Secondo Anna Craxi a Bettino piacevano il Natale, i Torlellini, il bollito il tacchino ripieno, i bambini in giro per casa e il loro disegni colorati sui vetri delle finestre (Da libro l’amore e il potere di Vespa) 

Ornella Vanoni. «Non posso dire di essere stata intima con la famiglia Craxi. Però, li frequentavo spesso, ricordo un bellissimo viaggio in Senegal. Bettino era sicuramente un leader, ne aveva la statura e la vocalità. Questa voce ben timbrata, le pause giuste. Quando parlava, lo si ascoltava con attenzione, aveva carisma. Nessun leader può essere tale senza una voce convincente. Qualche volta sono stata a casa sua, con Caterina Caselli, la figlia Stefania, il figlio Bobo. Era un uomo eccezionalmente simpatico, adorava la musica come il suo delfino Silvio Berlusconi. Gli amici di Craxi si dividevano in due gruppi ben distinti, quello romano e quello milanese, che tra loro non avevano alcun contatto. Era così anche per le donne. Bettino aveva a Milano la donna cui voleva bene, la moglie Anna, e a Roma la donna per cui aveva perso la testa, Ania Pieroni. Donna molto sensuale, spesso veniva ai miei concerti. Io non ho mai chiesto niente a Craxi che potesse essere utile al mio lavoro. Non mi sono piuttosto accorta di essere stata usata io dal Partito socialista. Una volta venne l’ex sindaco Tognoli (che mi è sempre molto piaciuto) per offrirmi di presentarmi alle elezioni, nella lista civica. «Lasciami pensare», risposi. Il giorno dopo uscì sul giornale la notizia. Mi seccai molto. E risposi che Milano era in overdose di socialismo. Pillitteri replicò: «Se la Vanoni è in overdose, posso darle degli ottimi indirizzi di centri di disintossicazione». So per certo che anche Craxi s’incavolò a morte con me. Disse a una nostra amica comune: «Ha attaccato il partito e il partito sono io. Non la ostacolerò, ma non l’aiuterò mai». [Ornella Vanoni, Sette n.44 3/11/2011]

La villa di Hammamet. Conti: «Non c’erano rubinetti d’oro o fontane monumentali. Le pareti sono spesso scrostate e chiazzate d’umidità, i mobili non vanno oltre il bambù o i tappeti artigianali, la piscina è francamente modesta e certo non olimpionica, la pianta della costruzione principale su due piani non raggiungerà i 250 metri quadrati. Però alle pareti di un corridoio splendono tre grandi Depero e cinque piccoli ma magici Balla, e chi conosce il Futurismo conosce anche il mercato e le sue leggi. Casa Craxi è insomma un gran villone bianco in stile mediterraneo oppresso da due antenne paraboliche, circondato da due dependance e affogato in un paio d’ettari di palme e agrumi. Per arrivare al villone percorri il viale, superi un deposito dove sono raccolti i vasi artigianali tunisini colorati da Bettino col tricolore italiano e firmate «Craxi», ignori un primo ingresso presidiato da due leoni in marmo e imbocchi quello vero (altri due leoni) che si apre su un dolce patio tipicamente nordafricano: fontana bassa, palme alte. A destra, poggiato per terra, un mosaico che ritrae Craxi con Ben Alì, il suo amico presidente di questa terra. Più in là un tavolone di legno, al muro una scolorita bandiera socialista con garofano. Poi la prima stanza da pranzo. Gran tavolo tondo al centro, alle pareti un ritratto di Anna Craxi in rosso di Geleng (pittore amico di Fellini) e un olio ottocentesco con la famiglia del Bej di Tunisi in alta uniforme. Un tempo il salone finiva qui. Poi la casa non fu solo per le vacanze ma per la vita e così Craxi aggiunse prima un ambiente, poi un altro ancora. Nel secondo salone camino, Tv, divani ad angolo coperti da tessuti locali, parete di oli italiani ottocenteschi dedicati a Venezia, recente quadretto che ospita sotto vetro una medaglia garibaldina con dedica dei nipotini: a nonno Bettino per il suo coraggio, Natale 1999. Infine l’ultima sala, la più candida e pansechiana, da Filippo Panseca, architetto del craxismo. Sul tavolo delle foto-ricordo la regina Beatrice d’Olanda sta accanto ai genitori di Craxi, Ronald Reagan dietro a Bobo militare, Craxi con Nenni accanto, Craxi con Giovanni Paolo II. Alda d’Eusanio, volto televisivo e antica amica di famiglia, gioca con le bambine di casa e fa il sarcastico controcanto a Stefania: «Vedi che lusso, e che sfarzo?» e ti indica certi spiacevoli trespoli in compensato con chiodi a vista che ospitano piccole sculture di marmo proprio accanto alla teca che custodisce la famosa spada di Nino Bixio di cui Bettino andava tanto fiero. Piccola curiosità: Craxi stava leggendo in questi giorni il librone sul «Dossier Mitrokhin», sta lì sotto una copia de Il foglio. La sala pansechiana (sedie bianche tappezzate di bianco su mattonelle bianche, un’ossessione) si affaccia sul parco. Oltre il vialetto c’è l’esedra coperta dal gran carrubo che tanto piacque ad Arafat. Ancora più in là, la piccola altura: lì Bobo e Stefania avrebbero voluto seppellire il padre. Cioè in giardino, come facevano un tempo gli europei che morivano qui. Però una recente legge ora lo vieta, si rammarica Bobo, e così addio tomba domestica. Ma la stanza più malinconica, anzi angosciosa, è proprio lo studio di Craxi. Una cupa scrivania grigia con manigliette rosse. Grigia è pure la brutta poltroncina in finta pelle. Pavimenti candidi come l’armadio chiuso da persianette. Di fronte alla scrivania una tela, firmata «Recalcati ‘88», grande quasi come la parete. Ritrae il plumbeo crepuscolo in un vicolo di New York. Un angoscioso vicolo cieco». [Paolo Conti, Cds]

Vendita all’asta Dieci anni dopo la sua morte, il «tesoro» di Bettino Craxi va all’asta. La moglie Anna Moncini e figli Bobo e Stefania si sono messi d’accordo e, per pagare i debiti accumulati dal padre con la giustizia, soprattutto per liquidare i creditori che ancora aspettano il risarcimento stabilito dalla sentenza sulla bancarotta del vecchio Banco Ambrosiano, hanno deciso di vendere al miglior offerente i 172 pezzi di una collezione unica, composta soprattutto di cimeli garibaldini. Il caso vuole che questo accada proprio quest’anno, nel centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia mentre altri scandali scolorano questo, tanto da far apparire questa raccolta una passione innocente. (...) Un busto di terracotta di Giuseppe Garibaldi scolpito da Ximenes, comprato da un antiquario di via dei Coronari, ricevuto in regalo da un amico per la festa di compleanno. Un biglietto autografo dell’eroe dei due mondi, omaggio di Giovanni Spadolini, che lo aveva prelevato dalla sua collezione. E poi dipinti di soggetto risorgimentale, lettere, perfino soldatini in camicia rossa acquistati al mercatino di Bollate dal vecchio leader socialista, ancora potente, una domenica mattina di un secolo fa, quando, girando tra i robivecchi, veniva omaggiato come il padrone d’Italia. [Cinzia Sasso, la Repubblica 19/1/2011] [Leggi tutto l’articolo]