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La vita quotidiana Amanda Knox a Seattle (articoli 29/11/2011)

La Stampa, sabato 29 novembre 2011
È una rara giornata di sole, a Seattle. Amanda Knox ha passato la mattinata fuori, forse all’università, dove si prepara a tornare per completare la laurea in lingue. A sera rientra nella villetta gialla su due piani, dove vive con la madre. Jeans, scarpe da ginnastica, un cappello di lana come quelli che portava a Perugia. Quando ci vede non scappa: un sorriso, un gesto con la mano, due parole: «Tutto bene, grazie». Poi la porta a vetri sul piccolo patio pieni di fiori si chiude. Vicino c’è un pannello di cemento a forma di cerchio con su scritto: «Il mondo ama Amanda». Lei torna alla libreria del primo piano, che occupa tutta la parete del soggiorno. Si siede al pianoforte e poi al computer, dove secondo la nonna Elisabeth passa le giornate: «Chatta con gli amici, legge, ma soprattutto scrive. Scrive in continuazione».

Quattro anni dopo l’omicidio di Meredith, Amanda è tornata a casa, alla sua vita che aveva lasciato quasi da adolescente per diventare la protagonista di un incubo. Aspetta la visita di Raffaele Sollecito, che le ha ricordato il suo amore attraverso i giornali. Da queste parti gira voce che Amanda gli abbia fatto una promessa: sposarsi e avere figli. Raccontano che si sono rivisti, appena usciti di prigione. Lei piangeva e lui la confortava: «Perché piangere? Siamo liberi». Nonna Elisabeth dice che è presto per immaginare certe cose, ma non le esclude: «Raffaele ha detto che vuole venire prima di Natale. Non so se sarà possibile, ma noi lo stiamo aspettando. Credo che non abbia intenzione di fare solo una visita. Mi diceva spesso che voleva venire a studiare e lavorare in America. Con gli studi che ha fatto, questo sarebbe il luogo ideale dove vivere. La sua passione è la computer animation, ma in Italia non ci sono molte occasioni. Qui potrebbe trovare dei corsi e anche opportunità di lavoro». Amanda e Raffaele insieme all’università, stavolta a Seattle. E poi chissà. Lei ha già rivisto anche David Johnsrud, il fidanzato che aveva lasciato quando entrambi erano partiti per un programma di studi all’estero: lei in Italia, lui in Cina. David pare il fratello gemello di Raffaele: stessi zigomi alti, stessi capelli, stessa faccia pallida incorniciata negli occhiali che danno un’aria da intellettuale distratto: «Sono rimasti amici dice la nonna - e lei è stata felice di ritrovarlo. Tutto qui, però. Non credo che sia pronta a riprendere quel filo sentimentale».

Amanda passa le giornate a scrivere, forse per fissare le memorie che le serviranno per un libro. David Marriott, il portavoce della famiglia che gestisce le trattative, dice che non c’è nulla di definitivo: «Stiamo discutendo, ma non siamo ancora arrivati ad un punto». Di sicuro c’è che un produttore italo-americano del Rhode Island, Chad Verdi, ha offerto un milione di dollari per girare un film. Lui vorrebbe Natalie Portman nel ruolo di Amanda. Marriott però ci va piano, per almeno due motivi: primo, un milione non è molto, basterebbe appena per coprire le spese legali sostenute dalla famiglia durante il processo; secondo, parlare adesso di soldi potrebbe complicare il tentativo di ricostruire l’immagine di Amanda e tornare alla normalità. E’ vero che il padre di Meredith ha smentito la notizia secondo cui i Kercher avrebbero pronta una causa civile da dodici milioni di dollari contro i Knox, ma ha anche aggiunto che nessuno dovrebbe fare profitti dalla morte di sua figlia.

Un contratto milionario per la prima intervista televisiva, il libro e magari un film, potrebbero riaprire subito la porta delle liti in tribunale. Amanda intanto scrive, ma questa è una passione antica. Per provarlo, nonna Elisabeth ci consegna le lettere che le spediva dal carcere. Sono in tedesco, perché lei è nata in Germania e aveva insegnato la sua lingua alla nipote preferita. La più drammatica è quella del 24 novembre 2009, pochi giorni prima della condanna in primo grado: «Ho una buona notizia, cara nonna. Sono arrivata terza ad un concorso letterario che abbiamo fatto qui. Pensa: il premio era una raccolta di libri del valore di cento euro! Ma la cosa più bella è stata quando tutti sono venuti a stringermi la mano, per augurarmi buona fortuna in vista dei giorni difficili che mi attendono. Ci siamo quasi, non credi? Io sono molto tesa e preoccupata. Qui la situazione resta incredibile e non c’è nulla di sicuro. Dobbiamo aspettarci il peggio ed essere pronti. Insieme possiamo superare qualunque prova, se ci teniamo stretti per mano». La lettera, come tutte le altre scritte alla nonna, si conclude con un verso che sembra preso da una canzone di Jovanotti: «Io so che non sono sola, anche quando sono sola».

Sette mesi dopo, il 28 giugno 2010, Amanda è ancora alla ricerca della forza per sopravvivere: «Hanno annunciato la formazione di un coro, e io mi sono naturalmente offerta di partecipare. Mi chiedo se sarà possibile per i visitatori venirci ad ascoltare. Vado anche a suonare la chitarra nella chiesa del carcere, e questo mi aiuta molto». Si preoccupa per i soldi, suoi e della famiglia: «Durante l’estate non è previsto nulla di particolare. Io però vorrei lavorare un po’, per aiutare con le finanze».

Gli occhi di nonna Elisabeth si bagnano, quando pensa «agli abusi sessuali che ha subito in prigione. Sapevamo tutto, da sempre. La cosa che ci ha scioccati di più è stata quando hanno usato la falsa notizia che aveva l’Aids per farle confessare una vita promiscua, che avrebbe confermato la teoria del procuratore. Ma si sono resi conto della disperazione in cui ci hanno gettato? E non hanno pensato alle reazioni? Abbiamo avuto paura: una ragazza di vent’anni, messa in quelle condizioni, poteva benissimo fare un gesto disperato e togliersi la vita». Anche di questo ha parlato Tom Wright, l’amico di famiglia che aveva fondato il gruppo di sostegno «Friends of Amanda»: «Abbiamo ricevuto molte richieste di aiuto da altri detenuti che si ritengono condannati ingiustamente, e potremmo trasformarci in una fondazione per appoggiarli. Sarebbe bello se questa diventasse l’eredità di Amanda: evitare che il suo incubo si ripeta».
Paolo Mastrolilli