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Antonio Socci lo sapeva

Dagospia, lunedì 11 febbraio 2013
«Sì, lo temevo. Le dimissioni del Papa me l’aspettavo. Lo scrissi su Libero, il 25 settembre del 2011, e le mie fonti erano credibili». [Leggi qui l’articolo di Socci]

Il giornalista e scrittore Antonio Socci è il veggente di queste improvvise ma immediate dimissioni (dalle 20 del 28 febbraio prossimo). Commentando il libro intervista Luce del mondo, uscito nel 2010, dalla penna di Peter Seewald, Socci, che aveva ben conosciuto Ratzinger in vacanza a Belluno poco tempo prima che fosse eletto papa, sottolineò questa bombastica dichiarazione del pastore tedesco: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, psicologicamente e mentalmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto ed in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». 

E iniziò così Socci il suo articolo: «Per ora è una voce (un’ipotesi personale di Joseph Ratzinger) e spero che non diventi mai una notizia. Ma poiché circola nelle più importanti stanze del Vaticano merita molta attenzione. In breve: il Papa non scarta la possibilità di dimettersi allo scoccare dei suoi 85 anni, ovvero nell’aprile del prossimo anno».

Da Londra i maligni sussurrano che, a contribuire al lancio della spugna papalina, non ci siano solo presunte questioni di salute malferma e di stanchezza ottuagenaria; pare che non siano estranee le tensioni sul pasticciaccio Ior-Montepacchi, con quel direttore generale della banca di Dio" Paolo Cipriani, legatissimo a Bertone, ben conosciuto come frequentatore della City.

«A parte che la Chiesa, come forza planetaria, è sempre navigante nella tempesta, ma il momento più cupo per il pontefice è avvenuto con lo scandalo pedofilia e l’esplosione di Vatileaks. Un periodo burrascoso che è appunto terminato un mese fa con la grazia concessa a Paolo Gabriele. Dopodichè, ha annunciato l’addio. No, nessun legame con Siena. Anzi, sempre nel libro di Peter Seewald, ipotizza l’addio solo in un momento di tranquillità. Mai dimettersi durante la tempesta: sarebbe interpretato come atto di fuga».

Hai avuto all’epoca qualche problema dal mondo della Chiesa per quell’articolo?

«A parte i colleghi della carta stampata, per certi zelanti ambiente cattolici pareva che quasi auspicassi la morte del Papa...».

A differenza di papa Wojtyla, che scelse il martirio, di morire giorno per giorno, mediaticamente, il Santo Padre ha scelto un’uscita di scena totalmente diversa, per niente eroica. Perché?

«Intanto Giovanni Paolo era sofferente di una malattia grave, Ratzinger è solo anziano. E il papa polacco, come vicario di Cristo, ritenne di consegnare ai fedeli una testimonianza di dolore e sofferenza. Di più: come prefetto del Sant’Uffizio, Benedetto XVI si era dimesso varie volte, sempre respinte da Wojtyla. Ratzinger non ha mai nascosto il desiderio di passare il finale di vita a riflettere e a studiare. Del resto, non ha mai mosso un dito per essere eletto. Anzi, nei suoi discorsi pre-Conclave ha sempre allontanate da sé l’ipotesi di una nomina al soglio di Pietro. Il teologo Ratzinger ha sempre vissuto il pontificato in una chiave diversa e lontana da quella del travolgente Giovanni Paolo II che è entrato in scena a 58 anni (anziché 78 come Joseph)».

A parte che è un addio che ha oscurato con un colpo solo Sanremo e voto politico, entrando direttamente nella Storia, ma non ti sembra una strana tempistica?

«Se è per questo oggi è l’11 febbraio: festa dell’apparizione della madonna di Lourdes. Coincidenza?»

E ora: nulla sarà come prima? Il Conclave resetterà tutto? Ultimanete, una volta a settimana, il Papa si sentiva con Angelo Scola...

«Intanto con le dimissioni del Pontefice, decadono tutte le cariche. In pista rimangono il Camerlengo Tarcisio Bertone e il decano del Sacro Collegio Angelo Sodano. A proposito di candidature, m auguro solo che ci sia risparmiato lo spettacolo di dossier e veline. Il Conclave dovrà discutere la linea politica dei precedenti due pontificati, il problema della Curia romana e soprattutto l’evangelizzazione dell’Europa. Un problema nevralgico. In Africa il cattolicesimo è ormai la prima religione, in America sono 50 milioni i fedeli, il nostro continente, invece, pur avendo un ruolo sempre più marginale come numero di cattolici, ha la maggioranza nel collegio cardinalizio che esprime il successore al trono di Pietro. Nel mio romanzo, I giorni della tempesta, ambientato in Vaticano nell’anno 2015, immaginavo un papa cinese che una volta eletto abbandonava San Pietro per andare a vivere in una parrocchia della periferia romana...»

Il «chiamarsi fuori» di Ratzinger potrà avere un ruolo influente sulla nomina del successore?

«Io me lo auguro. Lascia come eredità una costruzione evangelica che deve essere ancora terminata e spero che rimanga un punto di riferimento per il collegio cardinalizio».

Dagospia