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Biografia di Emilio Riva

• Milano 22 giugno 1926 – Milano 29 aprile 2014. Industriale. Il primo produttore di acciaio in Italia, tra i primi dieci del mondo.
• Figlio di un commerciante di scarti ferrosi, inizia nel 1954, a sua volta, come commerciante di rottami che, insieme al fratello Adriano, trasporta su un camion Dodge. «Milanese dei Navigli, il “ragiunatt” un anno dopo apre il primo forno elettrico delle Acciaierie e Ferriere Riva a Caronno Pertusella. Che chiuderà per alcuni giorni nel ’75, quando finirà in carcere per omicidio colposo, a seguito di un incidente sul lavoro. “Finché non esco, la fabbrica resta chiusa e senza lavoro” disse, beccandosi del fascista. Intanto, aveva già cominciato la sua escalation, con acquisizioni in Italia e all’estero» (Fabio Pozzo).
• Nel 1988 acquistò l’acciaieria di Genova Cornigliano: «Con la città sconquassata dal conflitto fra lavoro e salute, con la ciminiere che spargeva i suoi veleni su Cornigliano e dintorni fu capace di un gesto clamoroso per uscirne. Invita al ristorante i seicento operai che lavoravano con lui da dieci anni. Per tutti pasti raffinati, vino, piatti d’argento (…) Ha sempre avuto una grande capacità e abilità nel coinvolgere dirigenti e lavoratori» (Nino Sunseri) [Lib 1/5/2014]
• Era un imprenditore discusso, spregiudicato, controverso, rude e cinico: «Un industriale di vecchio stampo che incarnava lo stereotipo del “padrone delle ferriere”. Sopravvissuto ad altre due grandi figure dell’acciaio: il bresciano, re del tondino Luigi Lucchini e il Mantovano Steno Marcegaglia, che da sindacalista si era fatto padrone fino a creare una multinazionale di tubi» (Teodoro Chiarelli) [Sta 1/5/2014]. «Il “ragiunatt” con laurea ad honorem in ingegneria meccanica era davvero l’ultimo condottiero della siderurgia italiana» (Stefano Lorenzetto).
• «Vede, signor Tanzi, se io la prendo per i piedi e la scrollo, dalle sue tasche esce tanta, tanta carta. Se invece prende me per i piedi, dalle mie tasche escono tanti, tanti soldi. Ecco qual è la differenza tra noi due» (così negli anni 90 quando durante una giunta di Confindustria Callisto Tanzi fece un intervento a favore della finanziarizzazione delle imprese).
• «Io non sono un capitalista, ma un imprenditore industriale. I capitalisti comprano le aziende, le risanano, le rivendono. Vanno in Borsa. Speculano. Io sono diverso. Sono un datore di lavoro».
• «Uno che i suoi stessi dipendenti definiscono “un padrone vecchio stile” – e quasi sempre è un complimento – ma che a sentirsi chiamare in questo modo, “padrone”, comunque s’offende: “Attento alle parole. A me la parola padrone non piace. Non sono nemmeno padrone di un cane. Sono – spiega ad Antonio Calabrò nel più provocatorio dei venti colloqui di Intervista ai capitalisti (Rizzoli) – un datore di lavoro”. Che si fa vanto di tre cose. Uno: “Ho sempre aperto e comprato fabbriche e non ne ho mai chiusa una”. Due: “Non so niente di lobby, di compromessi con la grande finanza, di salotti”. Tre: se ne infischia, appunto, del politically correct. Tanto da lanciarsi senza problemi in affermazioni tipo: “Stimo molto le donne”, e ovviamente “mi piacciono”, e ovviamente “credo che spesso abbiano un’intelligenza superiore”, però altrettanto ovviamente “in azienda non devono metter piede”. Per “evitare conflitti”, dice. E la sentenza non si discute: “Le mogli dei miei figli e dei miei nipoti non vengono mai qui in ufficio. E le mie due figlie si sono laureate, hanno scelto una loro attività, si sono sposate e vivono felici. La famiglia è unitissima. Ma l’azienda è un’altra cosa”. Da declinare al maschile. Poi, “certo, se ci fosse un Riva cretino lo manderei via”. Spettro che però, giura il capostipite, mai si è materializzato» (Corriere della Sera).
Nel 2008 quando Berlusconi lanciò l’appello ai patrioti per salvare l’italianità della compagnia di bandiera lui ripose sborsando 120 milioni di euro e con il 10 percento delle azioni ne divenne primo azionista dopo Air France.
• «Non so niente di lobby, di compromessi con la grande finanza, di salotti».
• Notorietà non solo italiana: Gran Croce al merito per l’impegno in campo economico e sociale dal re del Belgio nel 2000 e dal presidente della Repubblica federale tedesca nel 2002, Legion d’onore francese nel 2005.
• Sposato con Giovanna, sei figli, quattro maschi e due femmine: «Il più grande, Fabio, è il vero numero due del gruppo; Claudio, dal carattere spigoloso, è uscito dalle attività siderurgiche e segue quelle armatoriali; Nicola, finito agli arresti con il padre, è l’uomo della produzione; e Daniele guida lo stabilimento di Genova. In azienda lavorano pure i nipoti Angelo e Cesare». La figlia si chiamano Alessandra e Stefania.
• «Già mi affeziono poco alle persone, figuriamoci alle cose».
• Ilva È stato uno dei protagonisti delle grandi privatizzazioni degli anni Novanta. Nel 1993 L’Italsider (così si chiamava prima l’Ilva) produce 12 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, vanta un fatturato di 9mila miliardi l’anno e conta debiti per 7mila miliardi di lire. Nel 1995 Romano Prodi – che sta privatizzando l’Iri – vende il centro siderurgico di Taranto più altri impianti minori al gruppo Riva al prezzo di 1.450 miliardi di lire, poi saliti a 1.649 per il calcolo di un conguaglio sugli utili realizzati [Meletti, Fat 1/5/2014]. «Ma oltre alla fabbrica i Riva acquistano anche debiti finanziari per altri 1.500 miliardi, tuttavia l’Ilva, la nuova società, inizia sin da subito a produrre utili al ritmo di 100 miliardi al mese» (Alberto Statera) [Rep 1/5/2014] .
• «In 12 anni (dal 1995 al 2007 - ndr) l’investimento Ilva si è rivalutato di 10 volte» (Massimo Mucchetti).
• «Quando sono arrivato era un ferro vecchio. Me la sono presa che era un disastro, l’ho rinnovata e oggi è ancora un arnese funzionante, nonostante tutto» (così Emilio Riva, a proposito dell’Ilva, al suo avvocato Marco De Luca nel 2013).
• «Non compro mai quando va bene ma quando va male» (Emilio Riva).
• Nel 2006 viene condannato a un anno e sei mesi di reclusione per tentata violenza privata e mobbing all’Ilva di Taranto per i fatti della palazzina Laf, quella che prima ospitava gli uffici del reparto laminazione a freddo poi tutti quegli impiegati considerati facinorosi o indesiderati dall’azienda. Chiamata anche “la palazzina del disonore” ha al suo interno ambienti completamente spogli, solo sedie e scrivanie. Qui i lavoratori sono costretti a rimanere senza far nulla per tutto l’orario di lavoro. Nei mesi in cui sono stati sottoposti a questo trattamento molti hanno accusato depressione. Secondo la Cassazione l’assegnazione alla palazzina Laf è stata «uno strumento coartatorio servito a liberarsi, a mo’ di vera e propria decimazione, di un certo numero di impiegati, non più giovani e di ragguardevole anzianità di servizio, quasi tutti rei di qualche mancanza nei confronti della dirigenza».
• Il caso Nel 2012 la magistratura indaga sull’inquinamento del polo siderurgico di Taranto e il 26 luglio, un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari lo confina agli arresti domiciliari nella sua villa di Malnate (Varese) per i fatti dell’Ilva di cui è stato presidente fino al 2010 (succeduto poi dal figlio Fabio). Nell’ordinanza il Gip si legge che “chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato nell’attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”». Riva è uno dei 50 imputati dell’udienza preliminare nel processo per associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, omissione di cautele sui luoghi di lavoro e avvelenamento di sostanze alimentari che comincerà il 19 giugno 2014. Ora l’Ilva è in mano al commissario Enrico Bondi.
• «Ma cosa ho fatto di male? Ho investito una marea di denaro…».
• Oggi il gruppo Riva conta 38 stabilimenti, 25mila dipendenti (di cui 16.200 all’Ilva) e circa10 miliardi di euro di fatturato. Nel 2011 era il primo nel settore in Italia, il quarto in Europa e il 23esimo nel mondo [Cds 1/5]. [Leggi la Storia dell’Ilva]
• È morto la notte del 29 aprile 2014 a Milano. Stefano Lorenzetto: «Morto in una clinica che da un paio di mesi poteva somministrargli solo cure palliative, si dirà che era giunta la sua ora: il 22 giugno avrebbe compiuto 88 anni. In realtà il magnate dell’acciaio era morto il 26 luglio 2012, quando un’ordinanza del giudice per le indagini preliminari di Taranto lo aveva confinato agli arresti domiciliari nella sua villa di Malnate (Varese). A parte due ricoveri di pochi giorni nel centro cardiologico Monzino di Milano, resi urgenti dal cuore malandato, poté uscirne solo dopo un anno, per scadenza dei termini di custodia cautelare. Ma non da uomo libero: lo stesso Gip gli impose l’obbligo di dimora. Il suo male incurabile è stato il sequestro dell’Ilva di Taranto, che Riva aveva salvato dal fallimento e trasformato nella più importante acciaieria del continente, sostituendosi allo Stato in seguito alla liquidazione dell’Italsider. Il tumore osseo che ha consumato l’imprenditore milanese si era manifestato all’avvio dell’inchiesta per disastro ambientale dalla quale sarebbe uscito senza condanne epperò cadavere. La caduta delle difese immunitarie sopravviene quando il dolore diventa troppo pesante per essere sopportato anche da chi abbia spalle larghe come le sue. Sono gli effetti della privazione di ciò che per un essere umano conta di più: la libertà personale».