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Biografia di Cesare Geronzi

• Marino (Roma) 15 febbraio 1935. Banchiere. Presidente del consiglio di sorveglianza di Mediobanca.
Ultime Nel 2007 al 2° posto nella classifica dei manager più pagati d’Italia (23 milioni di euro, battuto solo da Matteo Arpe).
• Il processo per il crac Parmalat (vedi più avanti il capitolo Vita) è cominciato nel 2008. I difensori hanno chiesto che vi sia accorpato il filone Ciappazzi (mentre consegniamo questo libro la decisione non è ancora stata presa).
• A cavallo tra il 2006 e il 2007, il presidente di Capitalia viene sospeso due volte dalla sua carica, prima per il rinvio a giudizio per Ciappazzi e poi per la condanna per Italcase. Una situazione che lo indebolisce proprio mentre trattava con Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, la fusione dei due istituti. Sembra che i colloqui fossero in uno stato avanzato, vicini alla conclusione, quando l’amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, bloccò l’operazione acquistando, senza avvertire nessuno, il 2 per cento di Intesa. E sempre mentre il presidente era in esilio per le sue vicende giudiziarie, Arpe tentò di convincere i soci a confermarne la sospensione di Geronzi. Si mise per questo in contatto con Citigroup in modo da tentare un’Opa su Abn Amro (il primo socio di Capitalia, con l’8,6 per cento del capitale). Geronzi, tornato alla presidenza dopo la sospensione, rispose tirando dentro come azionisti di Capitalia la spagnola Santander e l’investitore francese Vincent Bolloré, in modo da rinforzare le difese dell’istituto contro assalti indesiderati. Poi contrattaccò chiedendo al consiglio d’amministrazione di Capitalia la revoca delle deleghe di Arpe. Chiamato per un incontro privato con Geronzi, Arpe riuscì a non essere mandato via all’improvviso accettando di scrivere una lettera di scuse al presidente e agli azionisti. «Che sia l’ultima volta» rispose Geronzi (sulla fuoriuscita successiva di Arpe, vedi ARPE Matteo).
• Per contrastare la possibile Opa di Barclays su Capitalia (una mossa quasi ovvia, se a Barclays fosse riuscito di acquisire Abn Amro, principale azionista dell’istituto romano), accelerò il processo di fusione con Unicredit, senza preoccuparsi del fatto che la pretesa fusione era in realtà un’incorporazione di Capitalia da parte dell’Unicredit. La dote della banca romana venne consegnata a Profumo con l’impegno ovvio che Profumo avrebbe poi favorito l’insediamento di Geronzi al vertice di Mediobanca. Geronzi dunque lasciò la presidenza di Capitalia incassando una liquidazione («premio alla carriera») di 20 milioni di euro.
• Eugenio Scalfari: « Banco di Roma e Unicredit possedevano circa il 9 per cento ciascuno del capitale di Mediobanca, in totale il 18 per cento, cioè la maggioranza assoluta nel patto di sindacato. A quel punto Profumo decise di vendere metà della partecipazione restando con il 9 per cento. Decise anche di affidare a Geronzi la presidenza dell’istituto ma per non essere troppo generoso optò per una "governance" duale, dando all’ex presidente del Banco di Roma la guida del consiglio di sorveglianza e insediando alla testa del consiglio di gestione il capo del management di piazzetta Cuccia, Nagel. Un equilibrio perfetto, almeno sulla carta. Ma non era pensabile che Geronzi si contentasse a lungo di fare il padre nobile. Passato poco più di un anno è entrato infatti in agitazione chiedendo che la governance di Mediobanca tornasse dal sistema duale a quello "monale" e rivendicandone la presidenza operativa. Profumo non è d’ accordo ma è molto prudente, anche lui ha i suoi guai e non da poco (allusione alle voci, insistenti in quel periodo, di un’esposizione di Unicredit sul fronte dei subprime - ndr). Nagel non è d’accordo neppure lui, ma Geronzi è in maggioranza nel sindacato e nell’assemblea degli azionisti. Dalla sua parte ci sono Mediolanum, Ligresti, Generali, i francesi, insomma il grosso degli azionisti. Soprattutto ha l’appoggio politico di Berlusconi. Ma Nagel e Profumo sono tuttora contrari. Se decideranno di battersi possono raggruppare un terzo dei voti nel sindacato azionario: una minoranza di blocco che riproporrebbe una conduzione duale all’ interno di una "governance" unificata. Infine c’ è un’ultima incognita. Geronzi è stato rinviato a giudizio e addirittura condannato in primo grado per alcuni reati di cospicua gravità in materia finanziaria e bancaria. In tempi normali tutto ciò avrebbe determinato automaticamente le dimissioni del rappresentante legale di una banca e in tal senso esiste da tempo una circolare di indirizzo della Banca d’Italia. Ma oggi, lo sappiamo, non siamo in tempi normali. Mi domando però se questa posizione resterà ferma anche nel momento in cui il processo avrà inizio. Ogni previsione è azzardata ma una cosa è certa: la scelta dipenderà in larga misura da Draghi. È una partita cui sarà molto interessante assistere per raccontarla a dovere».
• Geronzi ha spiegato così il passaggio dal duale al monale: «(Il sistema duale) è adatto a una cogestione, non a caso ha origine nella tradizione sindacale tedesca. Non a una banca. E là dove funziona, penso a Intesa San Paolo, è perché vi sono persone di qualità ed educate». L’accusa è ben poco implicita: a sedere nel cda di Piazzetta Cuccia ci sono persone maleducate e non di qualità. Profumo, dopo aver abbozzato una resistenza, rientrò rapidamente nei ranghi e Geronzi, il 18 settembre 2008 ottenne quello che voleva da molti anni: la nomina a presidente del consiglio di amministrazione unificato di Piazzetta Cuccia. Marco Panara: «Ѐuno di quegli uomini tenaci che sanno giocare partite lunghe, sanno calibrare le mosse, dosare i segnali, preparare il terreno. Alla fine, delle partite che ha giocato, è difficile trovarne nella memoria qualcuna, importante, che abbia perso. Chiuso il suo ciclo a Capitalia ha deciso di andare a Mediobanca, libera ormai dai grandi vecchi Cuccia e Maranghi. Nessuno, a Milano, riteneva possibile che il terzo grande vecchio diventasse lui, che interpretava con tutto il suo modo di essere la quintessenza della romanità, e invece lo è diventato. E chi pensava che sarebbe andato lì a fare tappezzeria, dimenticandosi il suo destino, la sua storia e il suo talento, ha sbagliato. Di grosso».
• Nemmeno Mediobanca sembra essere destinata ad essere il punto di arrivo di Geronzi. La prossima tappa del banchiere romano, processi permettendo, è la poltrona oggi occupata da Antoine Bernheim, l’ottuagenario presidente di Generali, il cui mandato scade ad aprile del 2010. Giannini: «Come banchiere, con una sentenza di condanna in primo grado che presto potrebbe passare in giudicato, avrebbe il destino segnato per ragioni di “onorabilità”. Come assicuratore, invece, potrebbe cavarsela ancora una volta senza troppi danni».
Vita Famiglia «dignitosamente povera» ai Castelli Romani, entra nel 1960 in Banca d’Italia («un saio che ti porti sempre addosso»). Il governatore Guido Carli lo manda poi in Svizzera a fare pratica sul mercato delle valute e quando torna lo mette a capo dell’Ufficio italiano cambi, il fixing da cui si governa la difesa della lira dalle speculazioni internazionali (Florio Fiorini, che all’epoca guidava un team di speculatori sulle valute, ogni tanto riceveva una telefonata di Geronzi – da loro soprannominato il dottor Koch – che gli diceva: «State esagerando» e Fiorini e i suoi prendevano subito qualche giorno di vacanza).
• «Quando Guido Carli si dimise da governatore (1975) e il dottor Koch ebbe la definitiva certezza che i suoi amici Antonio Fazio e Lamberto Dini avrebbero fatto più carriera di lui, se ne andò con Rinaldo Ossola al Banco di Napoli» (Alberto Statera).
• «Dal Banco di Napoli il direttore generale della Banca d’Italia Mario Ercolani lo indirizzò alla Cassa di Risparmio di Roma di Remo Cacciafesta. Da dove è cominciata la sua scalata» (Sergio Rizzo).
• Da quel momento la carriera di Geronzi si sviluppa in due sensi: in verticale e in orizzontale. In verticale, perché alla testa della Cassa di Risparmio cresce attraverso un’impressionante serie di acquisizioni e fusioni, rese possibili dal potere politico e al termine di ciascuna delle quali lui è sempre il numero uno di una realtà sempre più grande. In orizzontale, perché Geronzi, finanziando generosamente i soggetti più diversi, stabilisce una rete di complicità e alleanze in tutte le direzioni, partiti politici, grandi o pseudo grandi imprenditori, squadre di calcio (le squadre di calcio sono il tramite per formidabili connessioni sociali).
• L’ascesa verticale. Rizzo: «La Cassa di Risparmio di Roma era una banca pubblica, piccola e neanche messa troppo bene. Fra i soci dell’istituto c’era tutta la nobiltà papalina, ma anche politici e imprenditori legati alla politica. Un salotto forse un po’ polveroso, che aveva il suo principale punto di riferimento nel leader della Dc romana, Giulio Andreotti. Ma che ben utilizzato poteva diventare un formidabile strumento di potere. E Geronzi (che allora qualcuno considerava appoggiato dai socialdemocratici) accettò di buon grado di diventare il simbolo di quel mondo andreottiano, punta di diamante di una sorprendente espansione nel mondo della finanza. Il sistema bancario era quasi tutto in mani pubbliche e l’unico modo per crescere era ovviamente comprare banche pubbliche, cioè controllate dalla politica. Il primo colpo fu l’acquisizione del Banco di Santo Spirito dall’Iri di Romano Prodi».
• Ecco l’operazione Santo Spirito nel racconto di Giancarlo Perna: «Nell’89, agli sgoccioli della prima presidenza, Prodi vende a prezzo stracciato il Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma. Una decisione imperiale, senza gara, al miglior offerente e senza neanche uno straccio di perizia, denunciò scandalizzato Pietro Armani, vicepresidente dell’Iri. Ma era quanto desiderava Andreotti, d’accordo con l’amico Cesare Geronzi che, direttore generale della Cassa, diventa, con l’acquisizione, anche amministratore delegato del Santo Spirito. Quando poi le due banche, completando il piano segreto, finiscono nel Banco di Roma, Geronzi presiede l’uno e l’altra. Andreotti è appagato e Romano rinsalda un antico rapporto».
• Seguì «l’assorbimento del Banco di Roma dall’Iri di Franco Nobili, manager legatissimo ad Andreotti, con un’incredibile operazione a costo zero, “intorno alla quale”, commentò il futuro commissario della Consob Salvatore Bragantini, “i registi dell’operazione hanno saputo creare un insolito consenso politico”. Mica tanto insolito, se si considera che quell’operazione aveva la targa del Caf, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani che allora governava l’Italia. Il potere di Geronzi cresceva comprensibilmente incontrastato».
• E poi: «L’ambizione di Geronzi è sempre stata quella di trasformarla, la sua banca. A costo di seminare nel fango. A metà degli anni 90 sfilò allo scalcagnato conte Auletta la disastrata Bna. A metà del 2002 (dopo aver acquisito anche Mediocredito centrale e Fineco - ndr) ha ingoiato Bipop e Banco di Sicilia, piene di sofferenze e buchi di bilancio, e ha dato vita finalmente al colosso bancario che aveva sempre sognato. Con Capitalia, Geronzi è riuscito a trasferire Piazzetta Cuccia a Via del Corso» (Massimo Giannini).
• Lo sviluppo in senso orizzontale, cioè la costruzione in tutte le direzioni possibili di una fitta rete di relazioni, comincia ai tempi della Banca di Roma. Statera: «Di equilibrismi il dottor Koch ha vissuto tutta la vita. Nato con la politica da banchiere pubblico, ha prosperato con la politica da banchiere privato. Prima o seconda repubblica per lui “pari son”: da An alla Quercia, dagli amici del Manifesto a Forza Italia». Rizzo: «Siccome il denaro non ha odore, tutti (o quasi) i partiti si abbeveravano alla Banca di Roma. Il Psi, la Dc, i liberali e i socialdemocratici. Uno snodo centrale fu quando Geronzi intuì che Silvio Berlusconi e le sue reti televisive avevano un futuro: mentre le altre banche gli voltarono le spalle, il banchiere romano intervenne a fianco del leader di Forza Italia. Ma anche il Pds, che nel 1997 arrivò ad essere esposto con l’istituto di Geronzi per 203 miliardi di lire. Soprattutto, quel rubinetto alimentava molti imprenditori considerati parte integrante di quel mondo nel quale la politica c’entra sempre qualcosa, come Domenico Bonifaci, Giuseppe Ciarrapico, Sergio Cragnotti. Fino all’inevitabile coinvolgimento nell’affare del calcio, che ha portato Capitalia ad essere addirittura il primo azionista della Lazio. In un intreccio di rapporti, anche personali, sempre più fitto, che la fine politica di Andreotti non ha affatto scalfito e che negli anni successivi ha conosciuto nuovi sviluppi». Geronzi non ha esitato, per favorire le sue relazioni, a coinvolgere i familiari: la moglie Giuliana Iozzi era in società nel settore farmaceutico con Piergiacomo Jucci e Eugenia Cataldi, rispettivamente figlio e moglie di Roberto Jucci, ex comandante dei carabinieri già responsabile della sicurezza di Andreotti. La figlia Benedetta è stata messa a fianco di Franco Carraro a curare il marketing della Federazione Gioco Calcio; l’altra figlia Chiara era socia della Gea, la società di Alessandro Moggi all’origine dello scandalo noto come “Calciopoli” (quello che ha portato alla retrocessione della Juventus e all’inibizione di Moggi, Giraudo, Della Valle). A un certo punto, tramite Capitalia, Geronzi ebbe in mano i destini di sette squadre di calcio, e tra queste la Roma, la Lazio, la Fiorentina, il Perugia.
• Geronzi e Capitalia furono infine coinvolti nei due crack più gravi degli ultimi anni, quello della Cirio e quello della Parmalat. Per la Cirio, si sa che la banca, dopo aver lungamente finanziato Cragnotti ed essergli andata dietro in tutte le sue avventure (comprese quelle riguardanti la Lazio), lo lasciò a un tratto a secco di finanziamenti e impossibilitato a rimborsare un bond di 150 milioni. Per la Parmalat, le accuse sono più gravi: Capitalia avrebbe costretto Tanzi a comprare a carissimo prezzo aziende gravemente indebitate con Capitalia, come per esempio la Ciappazzi di Ciarrapico. I soldi sborsati sarebbero serviti al venditore per ripianare il suo debito. Parmalat avrebbe trovato i denari per l’acquisto emettendo un bond che la banca avrebbe piazzato sul mercato, scaricando quindi la sofferenza sui risparmiatori e lucrando fortemente sulle commissioni e sugli interessi applicati ai denari anticipati. Geronzi s’è difeso dicendo che di queste pratiche (messe in atto da tutte le altre banche che avevano rapporti con Parmalat e specialmente dalle banche estere) lui non sapeva nulla: erano faccende di ordinaria amministrazione di cui si occupavano i suoi funzionari. E tuttavia: «Senza la complicità interessata di Capitalia, Parmalat sarebbe fallita almeno un anno prima, con circa tre miliardi di euro di passivo in meno» (il procuratore della Repubblica Gerardo la Guardia). Eugenio Favale, dal luglio 2002 numero uno del Large Corporate di Capitalia, si era accorto che nonostante le ingenti liquidità indicate a bilancio, i fidi Parmalat risultavano costantemente sfruttati “a palla”. Per saperne di più aveva chiesto chiarimenti al collega Andrea Del Moretto, il quale aveva scoperto che i conti erano truccati grossolanamente a partire dalla quantità delle obbligazioni in circolazione. Luca Fazzo: «Ma Del Moretto non venne ascoltato. E per dodici, interminabili mesi, a Tanzi venne concesso di continuare a vendere ai risparmiatori bond spazzatura».
• Molto severo è infine il giudizio del gip di Parma Pietro Rogato che decise per la sua sospensione di due mesi da tutte le cariche. Ma ancora più severe risultano le parole del Tribunale di Bologna che respinse il ricorso presentato dall’avvocato di Geronzi, Guido Calvi. A quel giudice (Alessandra Arceri) l’interdizione di due mesi apparve troppo poco: «Di tutt’altro spessore ed afflittività avrebbe potuto e dovuto essere la misura riservata a Cesare Geronzi in considerazione della gravità dei fatti che gli vengono ascritti, considerato oltretutto che la sua inclinazione delinquenziale specifica non si è dimostrata certo inferiore a quella dei principali protagonisti della nota vicenda Parmalat (...) Un uomo che sfruttando una incommensurabile potenza ha reiteratamente commesso crimini di gravità inaudita mostrando la più totale insensibilità nei confronti di chi ne sarebbe stato la vittima più indifesa (il popolo dei risparmiatori) e non facendosi scrupolo di anteporre personale sete di potere ai canoni di trasparenza e correttezza che devono guidare l’operato di strutture bancarie che godono della fiducia della nazione intera». Il giudice di Bologna rilevò anche che a causa delle operazioni volute da Geronzi tra il 2000 e il 2003 il buco Parmalat era aumentato più che in tutti i dieci anni precedenti.
• Geronzi è coinvolto anche nel fallimento di Italcase-Bagaglino, holding immobiliare turistico-alberghiera inghiottita nel novembre 2000 da un buco di 600 milioni di euro. In questo processo ha già ricevuto una condanna in primo grado da 1 anno e 8 mesi, l’inabilità all’impresa commerciale e agli incarichi direttivi per il reato di bancarotta semplice (pene sospese perché disposte in primo grado) e un’assoluzione da quello di bancarotta preferenziale. Anche in questo caso si tratta della storia di un’azienda in drammatica crisi e di una Banca di Roma che ne prolunga artificialmente il collasso, stavolta per trasformarsi in creditore privilegiato e consolidare le ipoteche a scapito degli altri creditori.
• È sposato con Giuliana Iozzi (Marino, Roma, 11 giugno 1946), «ex insegnante di materie tecnico-pratiche negli istituti professionali dei Castelli, in passato partecipazioni in società farmaceutiche, filantropa, regina dei salotti outsider della capitale» (Andrea Benvenuti), da ultimo consigliere comunale a Marino (Lista Civica). Due figlie, Benedetta e Chiara (vedi). [Pietro Saccò].