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Biografia di Santino Di Matteo

• (Mario Santo) Altofonte (Palermo) 7 dicembre 1954. Pentito, a suo tempo mafioso, affiliato alla famiglia di Altofonte, appartenente al mandamento di San Giuseppe Jato. Detto Santino Mezzanasca. Figlio di uomo d’onore, Giuseppe. Sposato con Francesca Castellese, perse il figlio Giuseppe, di 13 anni, il 23 settembre 1993, quando glielo rapirono su ordine di Giovanni Brusca, che lo fece ammazzare due anni e tre mesi dopo.
• «Mario Santo Di Matteo, nel bene e nel male, era cresciuto dentro Cosa Nostra. Ha commesso omicidi e sequestri di persona, come tutti noi» (Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato). Ultimo delitto commesso, in ordine di tempo, prima dell’arresto, la strage di Capaci (23 maggio 1992, vedi Salvatore Riina). Partecipa fin dalla fase preparatoria. Ospita nella sua casa di campagna a Rebottone di Altofonte la prima riunione operativa per l’organizzazione della strage, tra metà aprile e i primi giorni di maggio 1992 (nell’occasione furono anche travasati 200 chili di materiale esplosivo in due bidoni di plastica, che il Di Matteo s’incaricò di trasportare in una casetta di Capaci). Esegue la prima prova di velocità (cioè la simulazione dell’agguato), tra le ore 11,34 e le 12,03 dell’8 maggio 1992. Calcolata la velocità dell’autovettura, si trattava di verificare, attraverso l’accensione di una “lampadina flash” determinata dall’impulso del telecomando azionato dal Brusca, il punto del passaggio utile per trasmettere l’impulso destinato a provocare l’esplosione della carica (nella prima prova il Di Matteo guidava l’autovettura).
• Arrestato nel giugno 1993 con l’accusa originaria solo di associazione mafiosa e omicidi vari commessi a San Giuseppe Jato. Invece la notte del 23 ottobre 1993, per l’esattezza all’una e 45, si fa interrogare dal procuratore di Palermo, Gian Carlo Caselli (rientrato con la massima urgenza da una vacanza a Venezia), esordendo così: «Voglio parlare di Capaci perché io c’ero».
• «Mario Santo Di Matteo è il primo collaboratore di giustizia che racconta per filo e per segno come erano andate le cose sull’autostrada, o almeno quella parte di fatti che lui conosceva direttamente (...) Con la sua deposizione ci spedì tutti all’inferno» (Giovanni Brusca).
• Venuti a saperlo, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca si riuniscono a Misilmeri il 13 novembre e allo scopo di farlo smettere di parlare, decidono di rapirgli il figlio Giuseppe, di tredici anni (vedi Giuseppe Graviano). In un primo momento Santino fa come gli dicono i rapitori (con un biglietto recapitato a suo padre Giuseppe il 1° dicembre 1993: «Tappaci la bocca»). Per alcuni mesi rifiuta di rendere interrogatori e nel 94 fugge per trentasei ore dalla località segreta dov’era tenuto sotto protezione, per andare a cercare suo figlio. Ma poi, venuto a sapere che il figlio è nelle mani di Giovanni Brusca (che gli aveva fatto da padrino di battesimo), ricomincia a cantare, sicuro che non gli sarà torto un capello. Invece Giuseppe sarà tenuto incatenato per due anni e tre mesi (salvi gli spostamenti da un nascondiglio all’altro), nutrito solo a panini e pizza fredda, senza che nessuno gli tagli nemmeno i capelli (se non nell’ultimo breve periodo in cui è custodito da Vincenzo Brusca a Giambascio), e senza mai vedere la luce del sole. Finché al telegiornale, l’11 gennaio 1996, non danno la notizia che Giovanni Brusca è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Ignazio Salvo. Santino con questo processo non c’entra niente (l’infame è stato Gioacchino La Barbera), ma per Brusca fa lo stesso, e sbattendo il pugno sul tavolo, senza niente altro aggiungere, ordina al suo braccio destro Monticciolo: «Va bene. Allibbertati di lu cagnuleddu» («Liberati del cagnolino», vale a dire uccidi Giuseppe Di Matteo). L’onore di ucciderlo viene concesso a Chiodo, che lo strangola mentre Enzo Brusca e Monticciolo lo tengono per le spalle (il cadavere sarà sciolto nell’acido, vedi Giovanni Brusca e Vincenzo Chiodo). Il giorno dopo viene scoperta dalla polizia la villetta dove si nascondeva Brusca durante l’ultima fase del sequestro di Giuseppe (in fondo Patellaro, a Borgo Molara), abbandonata da poco. «Ancora oggi mi porto addosso il rimorso di quel fallimento» (Alfonso Sabella, al tempo dei fatti sostituto procuratore del pool antimafia a Palermo, in Cacciatore di mafiosi).
• «I suoi familiari, peraltro, fin dall’inizio scelgono decisamente la via mafiosa e, persino cinque anni dopo, nel corso del processo in cui si costituiranno parte civile, manterranno un atteggiamento omertoso e reticente. Un comportamento così fastidioso da indurre (...) a chiedere la trasmissione degli atti per procedere nei loro confronti per falsa testimonianza e favoreggiamento. A vantaggio degli assassini del loro figlio e nipote» (Sabella).
• Per la strage di Capaci, Di Matteo è stato condannato in via definitiva nel 2003 a 15 anni di reclusione (con concessione dell’attenuante riconosciuta ai collaboratori di giustizia e delle attenuanti generiche). Altre tre le condanne subite in via definitiva: nel 2002 a venti anni di reclusione (tra l’altro per alcuni omicidi commessi nel 96 in concorso con Balduccio Di Maggio, sottraendosi al programma di protezione); nel 2004 a dieci anni di reclusione (per omicidio premeditato di Domenico Parisi, Stefano Siragusa e Gaspare Palmeri, e tentato omicidio di Antonino Mercadante). Il 18 marzo 2008 è stato assolto in via definitiva per l’omicidio di Francesco Pipitone, di anni 62, presidente della «Cassa rurale ed artigiana» di Altofonte, e Settimo Russo, di anni 35, uccisi entrambi, nel 91, durante una rapina in banca (il primo nel cercare di contrastare il secondo, che, travestito da operaio della SIP, voleva tentare il colpo, il secondo, mentre cercava di difendersi dal primo, colpito per errore dal proprio complice) (a cura di Paola Bellone).