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Biografia di Pier Ferdinando Casini

• Bologna 3 dicembre 1955. Politico. Leader dell’Udc (Unione di centro). Presidente della commissione Esteri al Senato nella XVII legislatura; già Presidente della Camera nella XIV legislatura (2001-2006). Eletto alla Camera nel 1983, 1987, 1992 (Dc), 1994, 1996 (Ccd), 2001 (Biancofiore), 2006, 2008 (Udc); al Senato nel 2013 (Con Monti per l’Italia). «Sono cresciuto con Forlani. Potrei parlare per ore senza dire niente».
Ultime Nella XVI legislatura (2008-2013), fin che Silvio Berlusconi fu al governo (Berlusconi IV: maggio 2008 – novembre 2011), Casini oscillò a lungo tra un riavvicinamento e un ulteriore allontanamento politico nei suoi confronti; quando, poi, si fu insediato a Palazzo Chigi Mario Monti (novembre 2011 – aprile 2013), divenne il suo sostenitore più entusiasta, e, in vista delle successive elezioni politiche, caldeggiò fortemente un suo ingresso in prima persona nell’agone politico, stabilendo al contempo rapporti progressivamente sempre più solidi con il Pd di Pierluigi Bersani, dato per probabile vincitore, fino a prefigurare la sua partecipazione a una eventuale maggioranza di centrosinistra all’indomani del voto.
• Nel giugno 2008 confidò all’ex Udc Giuseppe Galati (finito con Berlusconi): «Non so che cavolo fare. Non mi si fila nessuno né a destra, né a sinistra. Io, però, solo non ci voglio stare. Prima della fine dell’anno non succede niente, poi vedremo».
• Nel settembre 2009 l’Udc tenne a Chianciano Terme (Siena) gli Stati generali del Centro, cui parteciparono anche il presidente della Camera Gianfranco Fini (Pdl) e il senatore Francesco Rutelli (Pd): quest’ultimo, parlando con i giornalisti a margine del convegno, dichiarò la propria disponibilità a partecipare a un progetto neocentrista insieme a Casini e Fini.
• Il 12 dicembre 2009, nel corso di un’intervista rilasciata a Carlo Bertini per La Stampa, Casini disse che, se Berlusconi avesse realmente preteso di tornare alle urne a breve, «in queste condizioni una richiesta di elezioni anticipate farebbe emergere uno schieramento repubblicano a presidio della democrazia. E poiché penso che la democrazia sia un valore io mi schiererei “senza se e senza ma” in sua difesa: un caso del genere richiederebbe una risposta inedita rispetto a quelle che si sono prefigurate fino ad oggi», delineando con tali parole una sorta di nuovo Comitato di liberazione nazionale, e suscitando immediatamente l’entusiasmo e l’approvazione delle opposizioni. Quando, il giorno dopo, al termine di un comizio in Piazza Duomo a Milano, Berlusconi fu vittima di una violenta aggressione, parte della stampa di centrodestra (in particolare il Giornale e Libero) lo annoverò per questo tra i «mandanti morali» dell’attentatore.
• Alle Regionali 2010 (28 e 29 marzo) Casini praticò la cosiddetta politica dei due forni, facendo alleare la sua Udc in quattro regioni con il Pd (Piemonte, Liguria, Marche, Basilicata) e in tre con il Pdl (Lazio, Campania, Calabria), e lasciandola correre da sola o insieme a formazioni minori nelle altre sei (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Puglia). I candidati delle coalizioni cui aveva aderito vinsero in sei regioni (tre col Pd, tre col Pdl). Giuliano Ferrara: «La politica democristiana dei due forni aveva una sua grandezza perché inchiodava l’Italia alla perpetuazione di un potere, quello della Dc, che l’aveva trasformata e la reggeva dentro i confini di un regime morbido ma di stoffa immarcescibile. La politica dei due forni era la richiesta ambigua e a mani libere di appoggi per governare: quella odierna di Casini sembra invece una politica del doppio ascaro, una disponibilità a portare acqua al governo degli altri con qualche contropartita di serie B» [Fog 1/2/2010]. Piero Ostellino: «La speranza di Casini di adottare elettoralmente il modello dei “due forni”, giocandosi le proprie carte, di volta in volta, e di situazione in situazione, fra centrodestra e centrosinistra, è destinata a infrangersi contro le dure leggi del bipolarismo. (…) L’oscillazione fra i "due forni" è la perdita secca della propria identità» [Cds 1/4/2010].
• Molto discussa fu la cena che l’8 luglio 2010 Bruno Vespa tenne a casa propria per festeggiare i suoi cinquant’anni di giornalismo: tra gli invitati, oltre a Casini, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi con la figlia Marina, il segretario di Stato vaticano cardinal Tarcisio Bertone, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, il presidente di Generali Cesare Geronzi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Tale occasione fu infatti interpretata come un tentativo da parte delle gerarchie vaticane (rappresentate al massimo grado dal cardinal Bertone) di favorire un riavvicinamento di Casini a Berlusconi in un momento particolarmente critico per il suo governo (si stava consumando la rottura con Fini): secondo ricostruzioni giornalistiche, Berlusconi sarebbe giunto a offrirgli sia la vicepresidenza del Consiglio sia la Farnesina in cambio del suo ingresso nella maggioranza. «Narrano che Silvio si sia mostrato straordinariamente amichevole con Pier – i rapporti personali non si sono mai guastati. A un certo punto qualcuno l’ha anche visto mettere il braccio sulla spalla dell’antico alleato, mentre lo tentava con ipotesi tipo “Dai, la nuova Dc siamo noi”. I commensali al tavolo erano tutti grandemente preoccupati che si garantisse “stabilità al Paese”» (Jacopo Iacoboni) [Sta 8/7/2010]. L’operazione (peraltro smentita dall’ospite e dai diretti interessati) non fu però coronata da successo, in seguito al clamore suscitato dalla propalazione della notizia e al veto imposto dalla Lega Nord rispetto all’ingresso di nuovi partiti nella maggioranza di governo.
• In autunno nacque il Nuovo polo per l’Italia (comunemente detto Terzo polo), soggetto politico di fatto coagulatosi intorno all’Udc di Casini in seguito alla separazione dai due maggiori partiti dei loro principali cofondatori: Francesco Rutelli, uscito dal Pd nell’ottobre 2009 per poi fondare Alleanza per l’Italia (Api), e Gianfranco Fini, uscito dal Pdl a luglio e fresco fondatore di Futuro e libertà per l’Italia (Fli). «“Fra noi uno legge, uno scrive, uno dichiara”, ha scherzato il leader Udc, sulla divisione dei compiti nel Terzo polo» (Franco Adriano) [Iog 9/11/2011].
• Il 3 dicembre il Terzo Polo presentò una mozione di sfiducia al governo alla Camera, che si andava a sommare a quella già avanzata il 12 novembre da Pd e Idv, al fine di indurre il presidente del Consiglio a rassegnare le dimissioni prima della verifica parlamentare: Berlusconi però non cedette, si adoperò per portare in maggioranza nuovi deputati (i cosiddetti Responsabili) che sostituissero i finiani «traditori», strappandone molti proprio all’Udc, e il 14 dicembre riuscì a conquistare per tre voti (314 a 311) la fiducia alla Camera, rimanendo quindi a Palazzo Chigi.
• Accusato il colpo, Casini continuò a lavorare al Terzo polo e undici mesi dopo, nel novembre 2011, si prese la rivincita, riuscendo a erodere numerosi deputati alla maggioranza, ormai in fibrillazione a causa dell’impennata del differenziale tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi: «Da un mese sono in corso incontri riservati e continui, promossi da Lorenzo Cesa, che dell’Udc è il segretario, e da Paolo Cirino Pomicino (“Da semplice iscritto do il mio contributo...”) incontri propedeutici al successivo passaggio: l’accesso al “sacro soglio”, l’incontro con Pier Ferdinando Casini» (Fabio Martini) [Sta 4/11/2011]. Tempesta perfetta per il governo: il 12 novembre Berlusconi rassegnò le dimissioni, il 16 Napolitano affidò l’incarico a Mario Monti.
• Il Terzo Polo fu uno dei tre soggetti politici che sostennero sin dall’inizio il governo Monti, andando a costituire la «strana maggioranza» che la consuetudine giornalistica prese presto a citare con l’acronimo ABC, dai nomi dei rispettivi leader Alfano (Pdl), Bersani (Pd) e Casini (Udc). «C’è un Casini prima di Monti e c’è un Casini dopo Monti. Fino a ottobre del 2011 era il capo di un residuale partito di opposizione, l’Udc, una piccola satrapia personale composta da una ventina di parlamentari schierati all’opposizione del titanico e confuso governo di Silvio Berlusconi. Né a sinistra né a destra, ma consegnato ostinatamente alla lenta funzione gastrica del “centro”. Per anni la sua dimensione è stata la nicchietta, il cortiletto da correntina Dc, la politica dei due forni (o del doppio ascaro) praticata senza troppo successo e navigando a vista negli stretti canali lasciati liberi dalla politica bipolare italiana. La sua massima ambizione razionale è stata quella di rentier dell’opposizione: scalzare quello grosso (il Cavaliere), e magari dividersi le sue spoglie con qualche alleato episodico, si chiami Gianfranco Fini o Francesco Rutelli. Ma questo era Casini prima. Poi è arrivato Monti. In un solo mese è cambiato tutto, repentina inversione prospettica; da un giorno all’altro. A dicembre, quello stesso rentier democristiano precipitato da tempo nel sottoscala del Palazzo diventa “un pilastro della maggioranza di governo” (parole sue). Il giovin signore si trasforma nel regista di movimento della squadra di governo. Diventa “centrale”, ma per davvero, e sfidando pure le leggi della fisica, la gravità dei corpi: non è la massa che conta. Con un gruppo parlamentare di soli venti deputati, legato con sempre minor piacere al Terzo polo e a Gianfranco Fini, perennemente in attesa del suo amico Luca Cordero di Montezemolo, Casini oggi è il distributore di palloni, la cinghia di trasmissione tra il nuovo presidente tecnico del Consiglio Monti, che non gli lesina carinerie e gratitudine, e gli altri due soci più cospicui e brontoloni, i neghittosi Angelino Alfano e Pier Luigi Bersani. Da quando esiste Monti, Casini ha l’acqua per l’orto. (…) L’avvento di Monti ha cambiato d’improvviso gli orizzonti della politica italiana, ha spalancato vertiginose prospettive, scenari che sembravano consumati per sempre. E in Casini, in special modo, Monti ha riacceso ogni ambizione mezzo sopita, ogni sogno presidenziale (della Camera, della Repubblica, del Consiglio)» (Salvatore Merlo) [Fog 31/3/2012].
• Nell’aprile 2012 Casini azzerò i vertici dell’Udc annunciandone l’imminente scioglimento, allo scopo di farla poi confluire nel nascituro Partito della Nazione, formazione neodemocristiana nella quale auspicava confluissero tutti i centristi, i moderati di entrambi i poli e alcuni tecnici dello stesso governo Monti: suo obiettivo dichiarato era fondare «un movimento plurale che sappia unire il meglio della società» e superare «la frattura tra tecnici e politici, tra sindacalisti e imprenditori».
• In seguito alle frammentazioni e alle divergenze emerse soprattutto a livello locale tra Udc, Fli e Api in occasione delle Amministrative 2012 (6 e 7 maggio), nelle quali il Terzo Polo si era presentato unito solo in poche città, dividendosi negli altri casi tra centrodestra e centrosinistra, l’8 maggio Casini con un messaggio su Twitter dichiarò concluso l’esperimento del Terzo Polo, ritirando l’Udc dall’alleanza («Il Terzo polo è stato importante per chiudere la stagione Berlusconi, non è in grado di rappresentare la richiesta di cambiamento e novità») e suscitando così l’irritazione degli altri membri, in particolare di Gianfranco Fini.
• Casini iniziò quindi una lunga serie di manovre alternatamente di avvicinamento e allontanamento rispetto ai due principali partiti, il Pd di Bersani e il Pdl allora guidato da Alfano. A fine giugno lanciò l’idea di un «patto tra progressisti e moderati per governare l’Italia», elogiando la solidità del gruppo dirigente del Pd e del suo segretario Bersani («interlocutore serio che non cambia idea tutti i giorni»), il quale accolse subito con favore la proposta. Al contempo mantenne tuttavia aperti i canali di trattativa con il Pdl retto da Alfano, fino al punto di lasciar immaginare una possibile alleanza nel nome della comune famiglia politica europea del Ppe: quando, però, a metà luglio, Berlusconi annunciò la possibilità di una sua «ridiscesa in campo» in vista delle Politiche 2013, Casini, salutata con sarcasmo la notizia («C’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria. Anzi, di antico»), dichiarò preclusa ogni prospettiva che non prevedesse l’oblio politico del Cavaliere. Anche con il Pd non mancarono peraltro motivi di frizione e spunti di polemica, legati soprattutto all’alleanza da esso stipulata con Sel di Nichi Vendola, più volte (ma con sempre minor convinzione, quanto più si avvicinavano le elezioni) definito da Casini incompatibile con il suo ingresso in una eventuale maggioranza di centrosinistra, e alla riforma della legge elettorale, il cosiddetto Porcellum: strenuamente invocata a oltranza dal presidente della Repubblica, fu reiteratamente richiesta dallo stesso Casini, che perseguiva in particolare la reintroduzione delle preferenze e una correzione in senso proporzionale del sistema, mentre il Pd di Bersani, confidando di uscire vincitore dalle urne, al di là delle dichiarazioni di buone intenzioni non aveva evidentemente nessun interesse a rinunciare allo sproporzionato premio di maggioranza alla Camera offerto dal Porcellum. La fluttuazione di Casini tra Pd e Pdl (alfaniano) durò pertanto vari mesi, influenzata anche dalle esternazioni di Berlusconi, che protrasse la propria riserva fino a metà dicembre, alternando annunci di un suo ritiro definitivo volto a favorire l’unità dei moderati a proclami di un suo ritorno al timone del partito e della coalizione: essa terminò di fatto con la definitiva candidatura del Cavaliere alla guida della coalizione di centrodestra, che finì per avvicinare ulteriormente Casini al Pd di Bersani, al punto che alla vigilia del voto tutti gli osservatori davano per quasi certo il suo ingresso in una eventuale maggioranza di centrosinistra, magari in cambio della Presidenza del Senato o addirittura della Repubblica.
• Nel frattempo Casini continuò comunque a lavorare all’allestimento del nuovo soggetto politico centrista (variamente chiamato Partito della Nazione, Lista Italia o Unione per l’Italia), immaginandolo come una lista elettorale che perseguisse la piena attuazione della cosiddetta agenda Monti anche nella legislatura successiva, e che perciò includesse anche alcuni ministri dello stesso governo Monti (Passera, Cancellieri, Riccardi ecc.), se non Monti stesso. Tale disegno presentava numerosi punti di contatto con quello più volte adombrato da Luca Cordero di Montezemolo quale esito compiutamente politico del suo movimento Italia futura: i due progetti si sovrapposero e intersecarono a lungo, non senza spunti polemici, fino a quando, nel gennaio 2013, Montezemolo annunciò la propria definitiva rinuncia a candidarsi («Sono sollevato, come se avessi fatto quattro figli in una sola volta. Una sensazione incredibile, mi sono sgravato di un peso che mi toglieva il sonno»), garantendo tuttavia il fattivo sostegno proprio e dei suoi alla lista montiana. Merlo: «Per Casini c’è “Monti dopo Monti”, o meglio c’è ancora “Casini dopo Casini”. Monti è l’unico tronco che si tiene a galla nella temperie, e comprensibilmente un po’ tutti cercano di aggrapparsi perché un tipo di egemonia è finita, e un’altra adesso deve cominciare. Casini ha costruito il suo nuovo contenitore politico, un’arca per sopravvivere al diluvio universale delle prossime elezioni» [Fog 12/10/2012]. Luca Ricolfi: «Che cosa è il centro oggi? Alcuni valori dei centristi sono nitidamente riconoscibili: competenza, serietà, rispetto per le istituzioni, coesione sociale, volontà di ricostruire. Non è poco, ma solo perché ne abbiamo davvero tanto bisogno dopo esserne stati così tanto privati negli ultimi vent’anni, da tutti i governi della seconda Repubblica. Ma un minimo comun denominatore non fa ancora un programma politico. Il cuore di un programma politico sono le scelte difficili, le “scelte tragiche”: in un’era di risorse decrescenti il punto non è chi vogliamo sostenere, ma è a spese di chi vogliamo farlo. Qui quasi tutti i protagonisti della competizione al centro sono reticenti, evasivi, o dimentichi della propria storia. Il centro che già c’è, quello dell’Udc di Casini, è stato – almeno in passato – una colonna portante del "partito della spesa pubblica", ha le sue radici elettorali soprattutto in Sicilia e nel resto del Mezzogiorno, possiede una lunga storia di clientele e guai giudiziari. Il centro che ancora non c’è, quello che sta prendendo forma in questi mesi sotto le insegne più varie (cattolici di Todi, Italia Futura, Fermare il declino) è una creatura strana. Per alcuni dei suoi protagonisti la stella polare è il sostegno alle famiglie, per altri sono gli sgravi ai produttori: due obiettivi che è facile conciliare in un bel discorso, ma che si mettono immediatamente a stridere appena si tratta di decidere la destinazione di qualche miliardo di euro. Dentro quello che oggi è il calderone del centro convivono visioni opposte, molto più polarizzate di quanto lo siano quelle della destra e della sinistra: a un estremo il moderatismo cattolico, tradizionalmente attratto dalle politiche di sostegno del reddito delle famiglie, all’altro estremo il radicalismo riformista e liberale, che ritiene di poter far dimagrire lo Stato di molti chili (punti di Pil) e in pochi anni. È più facile mettere d’accordo un Pier Luigi Bersani e un Angelino Alfano che un vero cattolico e un vero liberale» [Sta 19/11/2012].
• Principale obiettivo di Casini nell’ultimo scorcio del 2012 fu la cooptazione di Mario Monti all’interno della lista improntata alla sua agenda di governo, nella prospettiva più volte prefigurata e auspicata di un reincarico allo stesso Monti (un Monti bis) all’indomani delle elezioni, nuovamente a capo di una grande coalizione, ma stavolta forte della legittimazione popolare. L’opera di pressione, iniziata a settembre alla festa dell’Udc di Chianciano Terme («Dopo Monti c’è Monti, il cammino non va interrotto»), incontrò dapprima le resistenze dello stesso premier, restio a compromettere il proprio profilo di terzietà; dopo alcuni mesi di tentennamenti, però, il 28 dicembre Monti annunciò la propria «salita in campo», candidandosi personalmente quale leader del partito Scelta Civica (Sc), che si sarebbe presentato alla Camera in coalizione con Udc, Fli, Api e varie liste civiche, e al Senato invece nella lista unica Con Monti per l’Italia (a patto di formare poi gruppi unitari sia alla Camera sia al Senato). Casini: «La mia e di Fini è una precisa strategia elettorale: noi ci occupiamo della buona politica, mentre Monti ha il compito di raccogliere consensi nella società civile». Ferrara: «L’opposizione di Paolo Cirino Pomicino a Monti, al suo progetto, alla sua lista – e prendo Cirino Pomicino come esemplare del neo-centrismo neo-democristiano, che proprio su questo ha rotto anche con l’alleato di sempre Pier Ferdinando Casini (Udc) – testimonia che quella di Monti non è un’operazione neo-centrista classica tradizionale. Poi certo Monti ha dovuto fare il fuoco con la legna che aveva, e la legna nel nostro sistema politico erano Fini, Casini, eccetera» [Fog 9/2/2013]. Matteo Renzi: «Non sapevo che a Monti piacesse la fantascienza. Perché pensare di innovare la politica con Casini e Fini è come circumnavigare Capo Horn con il pedalò. Fantascienza, appunto» (a Goffredo De Marchis) [Rep 8/1/2013].
• Alle Politiche 2013 (24 e 25 febbraio) i risultati furono inferiori ai peggiori pronostici: se al Senato la lista unica Con Monti per l’Italia ottenne il 9,13 % (19 seggi), alla Camera, dove si erano presentate distinte in coalizione, Sc ebbe l’8,31% (37 seggi) e l’Udc appena l’1,79% (8 seggi), con il quale il partito di Casini toccò il proprio minimo storico, riuscendo a insediarsi nell’Aula solo grazie al ripescaggio previsto dalla legge elettorale, in quanto «miglior perdente» sotto la soglia minima richiesta. Paolo Guzzanti: «L’unico risultato politico rinnovativo della salita/ discesa (entrata) in campo di Monti è che in un banchetto antropofago si è pappato Pier Ferdinando Casini, la cui Udc si è ridotta a dimensioni pari alle tracce dell’albumina. (…) Casini paga carissimo la linea piatta su Monti, senza conti e senza sconti, senza pensare e senza temere, ed ecco il risultato. L’elettore centrista che votava Casini, sentendo Casini votare Monti, ha pensato di non aver bisogno di un intermediario e ha fatto fuori Casini» [Grn 26/2/2013]. In seguito a tale disfatta, il 7 marzo Casini disertò il Consiglio nazionale del partito, affinché «il dibattito sia scevro da ogni condizionamento personale e da ogni riguardo anche nei miei confronti»: «È stata una storia bella ma è finita, inutile accanirsi». «Ora comincia una nuova stagione. È evidente che la prossima volta dovremo schierarci. Faremo una scelta coerente con l’idea che abbiamo della democrazia, dell’Europa, delle riforme sociali. Misureremo le alleanze sul grado di affinità che avremo nel processo costituente» (ad Aldo Cazzullo) [Cds 7/4/2013]. «Quel che è cambiato è l’atteggiamento dell’elettorato di riferimento, dei ceti medi che non chiedono più “equilibrio e moderazione”, il vecchio mantra casiniano, ma che pretendono soluzioni alla loro condizione sociale ed economica che tende a un pesante declassamento. Il Casini “frenatore” di quasi un decennio non serve più a nessuno e ora se ne è reso conto anche lui, con realismo politico, il che gli conferisce l’autorità necessaria per partecipare alla complessa ma inevitabile ricostruzione di una aggregazione alternativa alla sinistra» (Il Foglio) [13/8/2013].
• In aprile, dopo aver accolto entusiasticamente la rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica, salutò con grande favore l’insediamento a Palazzo Chigi di Enrico Letta, sostenuto da una maggioranza nuovamente costituita da Pd, Pdl e Udc: «È un uomo molto preparato che ha esperienza anche internazionale. E’ una scelta significativa, un rinnovamento nella certezza. Speriamo che si chiuda in Italia la stagione degli odi e dei veleni». Il 7 maggio Casini fu eletto presidente della commissione Esteri del Senato.
• Già poco dopo il voto iniziarono i primi attriti tra Monti e Casini. Casini: «Il tentativo di Monti di ammiccare all’antipolitica non ha intercettato gli elettori, che all’imitazione preferiscono l’originale. Non sono deluso da Monti, sono deluso da una scelta cui anche io ho concorso e che si è rivelata sbagliata. Io ne porto parte di responsabilità. Abbiamo cambiato noi stessi i connotati di Monti: da servitore dello Stato, da Cincinnato che era, abbiamo pensato potesse essere l’uomo della Provvidenza per l’affermazione del centro. E in campagna elettorale noi abbiamo donato il sangue, ma alla fine il centro ha preso appena 3 o 4 punti in più di quando andai da solo contro Veltroni e Berlusconi» (ad Aldo Cazzullo) [Cds 7/4/2013]; «L’errore più grande che ho fatto? Fare la lista unica di Scelta civica al Senato e andare da soli con l’Udc alla Camera. Era ovvio che non avrebbe funzionato» (a Vittorio Zincone) [Set 6/9/2013]. I dissidi maggiori nacquero però riguardo al rapporto con il governo: mentre Monti rivendicava la necessità di stipulare un «contratto di coalizione» vincolante, minacciando di ritirare i propri gruppi dalla maggioranza se le istanze del partito non fossero state tenute in debita considerazione, Casini e i suoi (in particolare il ministro della Difesa Mario Mauro) sostenevano l’opportunità di lasciar lavorare l’esecutivo in piena autonomia, senza sottoporlo a veti o minacce. Casini: «Con Monti ho rapporti di stima che spero contraccambiata. Recentemente ha detto che, se tornasse indietro, stipulerebbe l’alleanza politica esaminando meglio titoli e convinzioni. La realtà è che la politica non è un concorso universitario, è un qualcosa di un po’ più complesso» (a Carmelo Lopapa) [Rep 1/7/2013]. Cirino Pomicino: «Come non intenerirsi nel leggere il vecchio e sempre giovane Pier Ferdinando Casini che, dopo aver azzerato ogni speranza di riportare in Italia quella cultura cristiano-democratica che governa il centro-Europa, pur essendo nientepopodimeno che il presidente dell’Internazionale democristiana, interviene anch’egli, forte di una decina di parlamentari superstiti, nel dibattito politico per prendere le distanze dal nulla, al secolo la Scelta civica di Monti? Non sembra anche a voi sentire e vedere “d’in su la vetta della torre antica greggi belar, muggire armenti, gli altri augelli contenti che fan mille giri”?» [Fog 4/7/2013].
• In settembre fu tra gli aderenti all’appello di papa Francesco per una giornata mondiale di digiuno e preghiera contro la guerra in Siria, data per imminente.
• In ottobre si consumò lo strappo definitivo con Mario Monti, proprio sul rapporto del partito con il governo: all’interno del gruppo del Senato la linea morbida di Casini e Mauro prevalse numericamente su quella più severa di Monti, il quale, preso atto della situazione, abbandonò polemicamente la guida di Sc, aderendo al gruppo Misto. Monti: «Undici senatori, più un senatore al governo, operavano per uno snaturamento di Scelta civica. In particolare due capitani di lungo corso: il senatore Pier Ferdinando Casini e il ministro Mario Mauro, più altri improbabili compagni di viaggio. (…) Mauro, Casini e i loro seguaci (la cui familiarità con le strategie economiche non era finora risultata evidente) sostengono che non bisogna recare il minimo disturbo al manovratore, come se – malgrado i quotidiani diktat del Pdl e del Pd al governo – Scelta civica, ed essa sola, dovesse restare supina, rinunciare ad esercitare quello stimolo alle riforme per il quale siamo nati. (…) È un contrasto non da poco, c’è tutta la differenza tra una politica dei contenuti, l’unica che interessa a noi, e una politica tipo Gps, cioè dei posizionamenti, degli schieramenti, l’unica che forse interessa ad altri, sopraffini professionisti della politica. (…) Se i professionisti sono gli specialisti di slalom, allora mi considero un dilettante. A quanto pare, nessuno di questi professionisti provetti era disponibile nel novembre 2011 per prendere decisioni difficili, per fare le cose rinviate da troppo tempo» (ad Aldo Cazzullo) [Cds 19/10/2013]. Merlo: «Solo una superbia e una vanità ottundenti, accompagnati da una straziante solitudine sociale, dall’abbandono da parte dei poteri cosiddetti forti, possono spiegare come Monti abbia potuto correre alle elezioni per giunta collegato a Casini, al più spregiudicato tessitore di trame inutili che la Seconda Repubblica abbia mai conosciuto, senza nemmeno sospettare che sarebbe andata a finire così, con una pernacchia crudelmente democristiana» [Fog 23/10/2013].
• «Quello di Casini è solo un eterno galleggiare inerte, dai fasti con Silvio Berlusconi, di cui è stato il Delfino (anche qui eterno), alla sussistenza con Mario Monti, fino a oggi, a queste ore, lanciato com’è, Tarzan fuori moda, da una liana politica all’altra, sempre pronto ad abbandonare l’ultimo dei suoi sfortunati Forlani, che fu il suo maestro, per aggrapparsi a un nuovo padrinato da spolpare. E dunque dal “vecchio Arnaldo” a Berlusconi, da Berlusconi a Monti, da Monti agli astri nascenti Enrico Letta e Angelino Alfano, i due soci postdemocristiani, altro giro altro salto, per farci un nido anche qui, con i promettenti quarantenni adesso a capo del governo di larghe intese. Ma ogni volta per Casini l’abitazione diventa sempre più angusta, remota, precaria, e persino i giovani leoni cui ora tenta di tenersi stretto ogni tanto si danno di gomito: “Guarda Pier Ferdinando: lui, sì, che ha un grande futuro dietro le spalle”» (Merlo) [Fog 12/10/2013].
• Vita Primogenito di Tommaso, insegnante di lettere e dirigente locale della Dc, e di Mirella Vai, bibliotecaria al Provveditorato, due sorelle e un fratello (che gli somiglia moltissimo). Liceo classico al Galvani, all’università (Giurisprudenza) entrò nel direttivo nazionale giovani Dc. «Maestri democristiani. Il primo è il professor Gian Guido Sacchi Morsiani. Uno dei bon vivant più potenti di Bologna, presidente della Cassa di Risparmio, che usa ricevere al circolo del tennis dove comincia la giornata e si trattiene fino a ora di pranzo. È stato il relatore di Casini alla seduta di laurea, tesi su Profili organizzativi del sistema delle partecipazioni statali. Dopo la laurea il primo lavoro, naturalmente nelle tanto studiate partecipazioni statali, dirigente delle Officine reggiane, carrozzone Efim. In città malignano che non vi abbia mai messo piede perché fin da bambino la vera passione è la politica. Appresa alla scuola del padre e del deputato Giovanni Elkan. “Un anti-comunista cristallino”, lo definisce Casini nell’orazione funebre, nel 1997, anche lui raro esempio di democristiano di destra, in questo distante dall’amico Marco Follini, che si è formato nella segreteria di Aldo Moro. Il secondo maestro è il leader doroteo Antonio Bisaglia, che fa eleggere Casini alla Camera per la prima volta nell’83, 34 mila voti di preferenza a soli 27 anni. Un anno dopo Bisaglia muore in circostanze mai chiarite, durante una gita in barca, e il giovane deputato deve cercarsi un capocorrente. Si affida al nuovo boss: non Arnaldo Forlani, ma il bresciano Giovanni Prandini. Nella squadra di Prandini ai Lavori pubblici, il “ministro d’asfalto”, premio Attila del Wwf, Casini è l’uomo-immagine: nella direzione Dc e poi, con la segreteria Forlani nell’89, responsabile propaganda del partito. La vera base del potere casiniano non risiede nell’Udc. È nelle banche, nei giornali, nell’amministrazione. Una tela costruita con pazienza» (Marco Damilano).
• Sul padre: «Era di una cultura enciclopedica e aveva un rigore morale che non gli faceva accettare i compromessi, mentre io ormai so che certe miserie della politica fanno parte delle regole del gioco. È morto nel ’93 e mi manca. Certe volte lo sogno e lo abbraccio nel sogno. Perché confesso che a me piace baciare, toccare».
• Ha raccontato Forlani: «Era della stessa nidiata che comprendeva Castagnetti, Tabacci, Follini. Ma non ricordo se avesse un ruolo operativo nel movimento giovanile. Voglio dire che anche da giovane era piuttosto adulto. Per equilibrio, attenzione ai problemi, moderazione. Forse preferiva già stare con i grandi, era intraprendente, ma non petulante. Non aveva la smania di uscire dalle righe, da giovane non era proprio un militante attivo come uomo di corrente. Non saprei dire con sicurezza neppure se fosse veramente fanfaniano o doroteo. Era dotato di senso dell’umorismo e rifuggiva dagli aspetti un po’ settari del correntismo. Aveva buoni rapporti con tutti nel partito. Era un giovane garbato nel tratto, ma con una marcata propensione a una propria autonomia di giudizio. Quando fui condannato perché ero segretario della Democrazia cristiana (e i colpi erano stati portati chiaramente in determinate direzioni), la sua è stata una delle poche voci che si sono levate a denunciare viltà e opportunismi vari».
• In polemica con l’ultimo segretario della Dc, Mino Martinazzoli, che a suo parere stava portando il partito nelle braccia dei comunisti, nel 1993 fondò con Clemente Mastella il Centro cristiano democratico (Ccd), subito schierato con la Lega, col Msi e con Silvio Berlusconi. Sulla genesi che portò il Ccd a fondersi nell’Udc vedi BUTTIGLIONE Rocco. «Stava ancora nella Dc, anno 1993, e già raccomandava al segretario Martinazzoli l’alleanza con la Lega di Umberto Bossi e la Destra nazionale di Gianfranco Fini. Il progetto esatto del Cavaliere, ancora segreto però, allora lo conosceva solo chi frequentava Arcore al sabato. Casini è un berlusconiano. Attraverso vari acronimi dalla Dc è passato all’Udc ma sempre al centro e sempre con Berlusconi è rimasto. Tra Berlusconi e Casini è stato un lungo conflitto a bassa intensità, ma qualche volta persino al moderato è capitato di eccedere. “La finanziaria va cambiata e il Parlamento la cambierà”, disse Pier nell’autunno 2002 (era presidente della Camera - Ndr), poi confidò al Foglio di essersi pentito: “Non ripeterei quella frase”. E infatti nelle successive finanziarie il presidente della Camera ha concesso di tutto al governo, maxi emendamenti e voti di fiducia compresi. Conquistandosi così attestati di stima, note di precisazione di palazzo Chigi e incontri, tanti vertici ufficiali (a contarli una trentina). Nessuna spina è senza rose. Un Natale – galeotto fu Mariano Apicella – finirono a cantare insieme ’O surdato ’nnammurato. E non si può dimenticare che a Berlusconi Casini ha concesso un privilegio assoluto, inedito in cinquanta e più anni di storia repubblicana. È stato il primo presidente di un ramo del parlamento a rinunciare al diritto di residenza, prima andando a incontrare il presidente del Consiglio a palazzo Chigi, poi addirittura salendo le scale della sua abitazione privata, palazzo Grazioli. Ma il resto della storia è una storia di sgarbi. Come al congresso di An a Bologna, l’atto di nascita del sub-governo. Casini si presentò il primo giorno ad applaudire Fini, andò via il secondo senza ascoltare Berlusconi, tornò il terzo per fare l’elogio dei “veri partiti” contro la politica di plastica. Vecchio e nuovo, prima e seconda Repubblica, partiti e imprenditori sono argomenti fatti apposta per far litigare l’uomo di Arcore e il discepolo di Bisaglia e Forlani. Quando Berlusconi se ne esce con una delle sue – tipo: “I politici di professione hanno solo rubato soldi” – è sempre l’Udc a indignarsi, e sempre Casini a replicare: “Non torniamo all’uomo della provvidenza”. Quando il Cavaliere toglie il filtro ai suoi pensieri è sempre da Casini che arriva il richiamo delle istituzioni. La volta in cui Berlusconi parlò di “giudici matti” toccò al presidente della Camera interpretare il disagio del Quirinale e confermare la fiducia alla magistratura. Il giorno dopo Berlusconi fu costretto alla “correzione” e l’implacabile Pier così commentò: “Io non correggo, mantengo”» (Andrea Fabozzi).
• L’amicizia con Follini è finita malissimo: «In un’intervista a Libero il leader centrista ha spiegato che “l’Udc dovrebbe chiedere i danni a Follini” perché “il suo ribaltone autorizza cattivi pensieri. La mia storia è diversa e chi conosce il mio tragitto dall’età di 17 anni a oggi farebbe fatica a cogliermi in castagna”. La replica dell’ex segretario Udc, leader dell’Italia di Mezzo ora passato nel Partito democratico, è stata al vetriolo: “Come è noto a chi lo conosce, l’onorevole Casini di pensieri non ne ha mai avuti molti. Io credo di avergliene prestato qualcuno, a volte buono a volte cattivo. Per questo mi aspetto gratitudine”» (Francesca Basso). «Ho sette, otto amici che mi seguono da sempre. Ma, forse, è Lorenzo Cesa il mio migliore amico dal punto di vista personale. Con lui posso parlare indifferentemente di politica o raccontare delle mie vicende private. Lo conosco da quando avevamo i pantaloni corti, abbiamo vissuto insieme tanti momenti belli della mia vita e qualcuno anche amaro».
• Il 28 gennaio 2006 succedette a José Maria Aznar come presidente dell’Internazionale democratica centrista.
• Da sempre turbolento il suo rapporto con Berlusconi. Già quando era presidente della Camera l’Udc si era posta come una forza critica all’interno del governo: «Sono anni di autonomia da Palazzo Chigi e di applausi bipartisan» (Aldo Cazzullo). Casini sentiva il peso della leadership berlusconiana e, per le elezioni 2006, pretendeva un candidato premier scelto alle primarie. Rinunciò in seguito a un baratto: «Berlusconi fa un altro giro di giostra, e in cambio a noi dà la legge elettorale» (Marco Follini). Si tenga presente che l’attuale legge elettorale è stata fortemente voluta proprio da Casini nell’ultimo scampolo della XIV legislatura.
• Una volta all’opposizione, le cose peggiorarono. Il 2 dicembre 2006 il primo strappo: Casini non scese in piazza assieme agli altri leader del centrodestra: «Se gli altri vengono dal niente, io vengo dalla Dc e credo che la politica debba avere radici. Il modo migliore per mantenere Prodi a Palazzo Chigi è andare alle manifestazioni». Il secondo strappo fu il voto favorevole alla missione in Afghanistan, contro la decisione presa dal resto del centrodestra. Era il periodo in cui Casini cercava un asse con Prodi per arrivare a un accordo su una legge elettorale con sistema tedesco, che avrebbe potuto portare l’Udc a fare da ago della bilancia fra i due schieramenti (a Tabacci: «Mi fai un favore Bruno? Lo dici tu al presidente del Consiglio che noi voteremo sì, ma lui deve dare dei segnali, non può continuare col suo bi-leaderismo con Berlusconi...»). Infine ci furono gli ammiccamenti all’Udeur: «La Cdl non ha più senso. Lista con Mastella se si dimette»; questo prima che il piano per un nuovo centro cattolico si arenasse. Andreotti, inizialmente favorevole, commentò: «È un dibattito estivo, perché mi sembra chiaro che non ci siano le premesse per realizzare in tempi brevi un progetto di questo tipo». Il resto furono attacchi agli alleati alternati a bonarie concessioni: «Anche quando con me usa toni padronali e parla di ultimatum, Berlusconi mi è simpatico e lo difendo dagli attacchi della sinistra». Fino all’8 febbraio 2008 quando, in treno con la moglie, ricevette una telefonata di Gianni Letta: «Guarda, Pier, che qui noi e Fini avremmo deciso di fare la lista unica. Naturalmente c’è posto anche per te», e fu la fine (aveva appena detto che Berlusconi «tratta gli alleati come un padrone del Settecento trattava gli schiavi»).
• Alle successive elezioni si presentò candidato premier della lista Unione di centro (Udc + Rosa Bianca): «Non aspetto che qualcuno mi batta la spada sulla testa e mi dica “sei l’erede”». I risultati, nonostante 500 mila voti in meno rispetto alle elezioni precedenti, non furono catastrofici: sbarramento superato alla Camera (5,6%, 36 deputati) e in Sicilia anche al Senato (3 senatori). L’Udc era l’unico partito al di fuori delle due grandi coalizioni a essere sopravvissuto (la sinistra radicale non raccolse un solo deputato).
• Nel diecembre del 2015 si è separato dalla moglie Azzurra Caltagirone. I si erano sposati il 27 ottobre 2007, otto anni dopo il loro primo incontro in barca e tre anni dopo la nascita di Caterina (Bologna 23 luglio 2004). Matrimonio civile a Siena, testimoni dello sposo il fratello Federico, la sorella Maria Teresa e Lorenzo Cesa. Dopo il matrimonio è nato Francesco (Roma 4 aprile 2008), chiamato come il nonno materno. Prima è stato sposato con Roberta Lubich (consigliere d’amministrazione di Cinecittà Holding) che gli ha dato le figlie Maria Carolina e Benedetta (a proposito della quale, sedicenne iscritta al liceo Tasso, nel 2008 si lamentò scherzosamente: «Ama un comunista: che cosa devo fare?»). Ai giornalisti che gli chiedono conto di questa situazione poco in linea con i dettami della Chiesa, ormai risponde: «Queste sono domande cretine».
• Nell’estate 2007 stabilì un «record di dimagrimento»: «Dieci chili in quindici giorni: Wanna Marchi si sta ancora chiedendo come diavolo abbia fatto» (Sebastiano Messina).
• Nel 2008 fu eletto da un sondaggio fatto tra le universitarie italiane dall’associazione Donne e qualità della vita il più sexy del parlamento.
Frasi «Osservi le mie due finestre. Una inquadra il Vaticano, l’altra il Quirinale. Per il primo non ho credenziali. Per il secondo, si vedrà» (a Stefania Rossini).
• «A otto anni guardavo in tv Berlinguer e Fanfani, a dodici ero già moderato e facevo comizi contro i sessantottini. A scuola però andavo male, almeno fino al ginnasio, e bene dopo. Amori? Tanti. Diciamo che non stavo con le mani in mano» [F.M. Battaglia – A. Giuffrè, A sua insaputa. Autobiografia non autorizzata della Seconda Repubblica, Castelvecchi 2013].
• «La scelta che mi ha cambiato la vita? L’ingresso a Montecitorio. Prima di entrare mi chiusi in una cabina telefonica, chiamai mio padre e scoppiai in un pianto liberatorio. Pregai la Madonna di San Luca» (a Vittorio Zincone) [Set 6/9/2013].
• «Nel 1994 Berlusconi mi chiese di fare il coordinatore di Forza Italia. Io gli risposi: “Verrò volentieri a lavorare con te quando smetterò di fare politica”». Nello stesso anno «ci trovammo a casa di Berlusconi, in via dell’Anima. Giuliano Ferrara e Cesare Previti erano per eleggere Carlo Scognamiglio presidente del Senato. Io e Letta volevamo riconfermare Giovanni Spadolini. La vittoria di Scognamiglio fu la prima sconfitta dei moderati nella storia della Seconda Repubblica. L’inizio della ventennale contrapposizione selvaggia tra berlusconiani e antiberlusconiani» [ibidem].
• «Sì, è vero. Mia mamma è berlusconiana doc. Vota Udc, ma Silvio le piace un sacco. In passato, ogni tanto mi sgridava: “Pier, sei troppo duro con lui, cerca di essere più indulgente”» [Battaglia – Giuffrè, cit.].
• «Alcuni mi hanno dato anche del Lassie, un paragone che mi piace perché era un cane buono, onesto e fedele. Pierfurby? Non mi è dispiaciuto tanto. Io ormai sono una vecchia conoscenza per gli italiani, e il fatto che dopo 30 anni tutto quello che possono dirmi è Pierfurby mi sta bene. Certamente meglio che Pierfessy» [ibidem].
• «Tutti i leader sono soli e nei momenti difficili la gente ti abbandona. Io lo sperimento sulla mia pelle: ho alcune persone civetta che quando si avvicinano mi fanno capire che tutto va bene; quando si allontanano, mi avvertono che qualcosa è cambiato» [Emanuela Fiorentino, Panorama 15/6/2012].
• «Il matrimonio tra gay è un’idea profondamente incivile, una violenza della natura sulla natura» [20/7/2012]. «Mi preoccuperei se Nichi Vendola volesse rapporti più stretti con me» [28/8/2012].
• Critica «Ha come dote principale la pazienza, somma qualità dorotea ma dote irrilevante allorché si tratta di curvare la storia e di esercitare il carisma, o almeno di spingere dentro la palla gol. Come dicevano i vecchi aficionados del Comunale di Bologna, è “brào ma lento”» (Edmondo Berselli).
• «C’è o forse resta un che di incompiuto in Casini; qualcosa che si alimenta di “sì, però”, “si potrebbe, ma”, “vorrei, ma non posso”. E che spinge a guardare, più che ai suoi argomenti, alle sue convenienze, al suo “particulare”» (Filippo Ceccarelli).
• «Il bello della politica» (Marilena Bussoletti).
• «Pierfurby si piace e sembra che chieda agli altri di amarlo. Mi tiene d’occhio sempre. Prima di conoscere Azzurra Caltagirone andava al ristorante da Nino a via Borgognona. Entrava e diceva ai camerieri: “Ci sono belle figliole?”. E acchiappava sempre. Un vero acchiappone. Lì lo fotografai con Clarissa Burt e con altre ragazze. Oggi non è che sia un soggetto molto appetibile per i fotografi» (il fotografo Umberto Pizzi).
• Bisaglia soleva dire di avere «due figli: uno bello, l’altro intelligente», alludendo evidentemente a Casini e Follini.
• «Getto vegetale di antica pianta Dc», secondo il magistrato e politico Filippo Mancuso (1922-2011).
• Più prosaico Umberto Bossi: «Carognitt de l’oratori»; «Casini è uno stronzo, è quel che rimane dei democristiani, di quei furfanti e farabutti che tradivano il Nord» [24/8/2010].
• Francesco Cossiga: «Lo sapete qual è il motto di Pier Ferdinando Casini? Viva chi vince!» [marzo 2007].
• Clemente Mastella sul comportamento di Casini durante una visita ad Arcore, nel 1994: «L’unico che rideva a tutte le barzellette di Berlusconi. A me, ma anche a D’Onofrio e a Confalonieri, capita di apprezzarne al massimo tre o quattro a serata; lui no, Berlusconi raccontava e il bel Pier riusciva a ridere disinvoltamente dieci volte su dieci. Comunque sia, andammo ad Arcore. Da Linate, centomila lire di taxi. Vista la nota riluttanza di Casini per i conti da saldare, pagai io, naturalmente…» [C. Mastella, Non sarò Clemente, Rizzoli 2009].
• Ferrara: «Pier Ferdinando Casini è un ragazzo fortunato, un giovin signore. “He married up” (come dicono gli americani di chi sposa in alto loco o partner affluenti), bambini a cascata, un divorzio e-che-sarà-mai, una vita varia tra le Repubbliche, cariche importanti, in apparenza poca fatica di vivere, e anche poco dolore politico; Casini possiede un talentaccio democristiano per la navigazione a vista, per la sopravvivenza, né la vita pubblica lo ha messo in condizioni di dover far troppo soffrire gli altri, la sua lealtà non è mai stata veramente messa alla prova (ci si limita a presumerla inesistente), i voti glieli hanno sempre portati gli altri e il granaio era nella Sicilia di Cuffaro, gli si legge in viso una certa soddisfazione di sé che deve dar molto fastidio agli invidiosi e ai frustrati, ed è invece un fattore di buonumore per tutti gli altri. (…) Pierferdi, forse anche per gusto o inclinazione personale, per una impronta laica chissà dove e come coltivata, ha cinicamente scelto di non partecipare in alcun modo alla discussione sul cristianesimo come elemento dello spazio pubblico plurale nell’Italia e nell’Europa contemporanee. Non che sia un mistico, uno spiritualista: è un credente sodo, di quelli che come diceva Montanelli parlano col prete più spesso che con Dio, ma nel suo cinismo penso ritenga perdente, dunque assurdo, ogni capriccio etico, ogni torsione non utilitaristica del discorso della Montagna» [Fog 1/2/2010].
• Giancarlo Perna: «Dicono che Pierferdy punti al Quirinale. Non ce lo vedo, ma ci credo. Qualsiasi politico con un pizzico di spina dorsale vorrebbe andare a Palazzo Chigi per governare il Paese e tirarlo fuori dalle peste. Tanto più se, come Casini, occupa la scena da quasi trent’anni. Invece, il leader Udc è sempre scappato a gambe levate dalle responsabilità di governo. Mai una volta ministro o sottosegretario, avendone avute mille occasioni. Figurarsi, se vuole fare il premier e prendersi la briga di confrontarsi con i problemi. Casini è in politica con lo stesso spirito di uno che faccia il militare con la ferma intenzione di non andare mai in guerra. (…) La grande idea di Casini è stata quella di creare e tenersi stretto un partitino – il Ccd, poi Udc – che in sé non conta, ma è percepito come erede della Dc. Con questo canotto galleggia da vent’anni dandosi l’aria del leader come un nobile decaduto ostenta il solo cocchio che gli sia rimasto. L’Udc è lo specchio per le allodole degli inquieti momentanei. Come in un albergo a ore, da Casini sostano transfughi di destra e sinistra il tempo necessario per accorgersi che non c’è futuro per nessuno perché tutto l’apparato, uomini e soldi, è al servizio della – inutile per il Paese – sopravvivenza politica di Pier Ferdinando» [Grn 13/8/2012].
• Religione Al termine del discorso di insediamento come presidente della Camera, invocò la bolognese Madonna di San Luca come garante del suo operato. «Sono un grande peccatore, ma credente. E ho sempre chiesto alla Madonna di aiutarmi» [Vittorio Zincone, Set 6/9/2013].
• «Vado a messa la domenica e non faccio la comunione perché sono un divorziato. Ma non mi sento ai margini per questo. Se il padre abbraccia il figliol prodigo senza chiedergli dove è stato, penso che la Chiesa possa abbracciare anche chi, come me e altre migliaia di persone che hanno vissuto un fallimento matrimoniale, non ha fatto un percorso esemplare».
Vizi Fuma il sigaro (due o tre al giorno). Ha detto di aver fumato qualche spinello quando era adolescente, «due al massimo».