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 1994  dicembre 06 Martedì calendario

Lettera di Di Pietro al procuratore capo Borrelli

«Carissimo sig. Procuratore, in questi anni, come Lei mi ha insegnato, ho lavorato nel modo più obiettivo possibile, senza alcun fine, anche senza guardare in faccia a nessuno. Non ho mai perseguito finalità diverse da quelle di giustizia, neppure quando, come a Cernobbio, mi sono permesso di segnalare la necessità, per la pacificazione sociale, di trovare per tempo una soluzione giudiziaria equa. Eppure da più parti, specie in questi ultimi tempi, i miei doveri di magistrato vengono interpretati, mio malgrado, sempre più come una competizione personale. Mi riferisco ad esempio (ma non solo), alle innumerevoli manifestazioni di piazza che – siano esse pro o contro il pool – hanno ormai esasperatamente personalizzato il mio ruolo a tal punto che ogni doverosa attività giudiziaria da me posta in essere viene letta in chiave di contrapposizione a qualcosa o a qualcuno. Sento parlare, ormai, di “tifoserie politiche” con cui vengono accolte questa o quella decisione giurisdizionale, tanto che, ultimamente, l’operato della magistratura è stato addirittura qualificato come una “sorta di metafora giudiziaria della lottizzazione”. Mi sento usato, utilizzato, tirato per le maniche, sbattuto ogni giorno in prima pagina sia da chi vuole contrappormi ai “suoi” nemici, sia da chi vuole così accreditare un inesistente fine politico in ciò che sono le mie normali attività. Tutte queste distorsioni interpretative del mio agire, da me non volute, stanno alimentando uno scontro nel Paese, in presenza del quale stento a ritrovare il significato profondo del mio ruolo di magistrato, per cui ho prestato giuramento. Sento pertanto il dovere, come uomo e come cittadino, di fare qualcosa per riportare serenità e fiducia nelle istituzioni. L’unica cosa che riesco ad immaginare (e che è nelle mie possibilità) è quella di “spersonalizzare” l’inchiesta “Mani pulite”, nella speranza che, senza di me, le passioni, che la mia persona può aver involontariamente acceso intorno alla normale dialettica processuale, si plachino. Lascio quindi l’ordine giudiziario, senza alcuna polemica, in punta di piedi, quale ultimo “spirito di servizio”, con la morte nel cuore e senza alcuna prospettiva per il mio futuro, ma con la speranza che il mio gesto possa in qualche modo contribuire a ristabilire serenità. Poiché la commozione mi impedisce di farlo personalmente, La prego di ringraziare per me gli organi di Polizia Giudiziaria e i collaboratori e di abbracciare i colleghi che hanno condiviso il peso di questa indagine. Con tanta, tanta stima, Suo Di Pietro Antonio».