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 1908  dicembre 28 Lunedì calendario

Telegrammi e dispacci

Il primo telegramma da Messina, sul Corriere della Sera del primo gennaio 1909.

Il porto di Messina (Archivio Farabola)

L’orrore della città morta

(dal nostro corrispondente sopravvissuto al disastro)

Messina, 31 dicembre (ore 13)

Eravamo 150 mila e saremo la metà nel Comune. Nulla più vive: e quelli che non hanno il cranio fracassato e gli arti mutilati, hanno il cuore trafitto.

Ormai non si vive; siamo delle ombre dolorose; ognuno ha una sventura propria; tutti abbiamo una sventura comune grande, irreparabile.

I primi due telegrammi li ho spediti appena s’è aperto l’ufficio telegrafico, in un angolo estremo della stazione ferroviaria, sopra un bagagliaio sotto la pioggia incessante che penetra dentro, e li riceverete primi per la cortesia di tre distinti funzionari venuti da Palermo per l’impianto provvisorio del servizio: il cav. Livolsi e i sognori Clausi e Bellina.

Ho corso la città in ogni senso. Son passato sopra cumuli di macerie alti 10 metri e ingombranti quelle che furono le più belle strade di Messina. Ho visto ovunque cadaveri e feriti. Ho sentito voci strazianti di dolore e grida disperate di aiuto. Ma nulla mi ha commosso. Bisognava che restassi uomo per commuovermi; ma noi non siamo più uomini, siamo ormai automi che abbiamo lacerato le carni tra le rovine per cercare i nostri cari, che abbiamo disfatto nell’alba del giorno l’anima, all’apparire del sole che illuminò la più grande sventura di un popolo.

Dalle 5.20 antimeridiane del 28 dicembre all’ora in cui scrivo, è un continuo sussulto di questa terra infelice. Non posso dire quale sia stata la durata e l’intensità della prima scossa; ma essa sola ha prodotto la strage vera e completa, poiché non una – badate dico una, e voglio che m’intendiate letteralmente – non una casa è rimasta in piedi. Tutte sprofondarono su se stesse o si piegarono sulle strade ruinando con un fragore strapotente in cui si spense la vita di tutta la città. Ora Messina è una gran deserto. Tutto è infranto.

Piombano dai dintorni bande di selvaggi che hanno svaligiato la dogana, sono penetrati nelle gioiellerie, hanno spogliato i cadaveri senza pietà. Lo stato d’assedio e qualche esemplare caso freneranno questi vergognosi corvi venuti dalle campagne ad arricchirsi delle nostre spoglie, di quelle dei nostri cari, di cui abbiamo sentiti i gemiti col cuore pieno di schianto senza poterli aiutare, di cui abbiano raccolto esterrefatti l’ultima invocazione.

Il Re è accorso sollecitamente ed ha incoraggiato colla sua presenza i soldati che procedono alla ricerca dei cadaveri lungo il corso Vittorio Emanuele. Egli ha avuto parole di conforto per quelli che incontrava e il suo volto tradiva l’interna emozione (...).

Quanta sciagura! Messina è finita per sempre. Verranno i curiosi ad osservare le sue rovine e i ruderi in cui l’ha ridotta il terribile commovimento tellurico.

Sarà un’interessante curiosità storica; ma chi ha veduto compire quest’avvenimento è degno dell’aiuto del mondo civile, perché ha portato sull’altare del sacrificio tutti gli affetti umani.

Pietro Longo

[Cds 1/1/1909]

 

Il primo dispaccio da Reggio Calabria di uno degli inviati speciali del Corriere della Sera.

Fra le rovine e i morti di Reggio

Reggio Calabria, 31 dicembre (ore 15.30)

Ho attraversato a piedi, lungo la ferrovia, trentacinque chilometri della zona devastata, e cioè da Bagnara a Reggio.

Di ciascun paese si può ripetere ciò che telegrafai di Palmi; per di più mancano i treni dopo Bagnara, a i paesi prossimi rimangono senza il minimo aiuto. I feriti, i sepolti, invano hanno invocato soccorso. Ormai lungo la via l’aria è ammorbata dal puzzo dei cadaveri e fra i feriti si diffonde la cancrena.

A Bagnara le operazioni si facevano con coltelli da potatori; più in giù non si fa nulla. La fame è terribile; bande di ladri imperversano; i cani divorano i cadaveri. La disperazione, specie per l’assoluta mancanza di soccorso, è indescrivibile.

A Reggio tutto è sfasciato, crollato, precipitato: gli ospedali, le caserme, le carceri. Oltre 500 soldati di fanteria sono morti. Le vittime in tutto saliranno a ventimila! Le poche migliaia di superstiti si sono adunate agitatamente in un treno alla Marina, non essendo possibile alcun riparo. Per di più piove a torrenti.

È morto il sindaco; è morto l’on. Tripepi; il deputato Larizza ha trovato tutta la sua famiglia distrutta.

La fame produce scene di violenza terrificanti. I malfattori hanno fatto man bassa di tutto e sparano anche contro gli agenti; ieri sera una guardia di finanza fu ferita da una rivoltellata.

I superstiti invocano di essere portati via; ma mancano le navi. La corazzata Napoli fornisce marinai per il salvataggio, per le medicature ecc.; ma i feriti non possono esser ricoverati.

Il porto è completamente distrutto. Il materiale ferroviario è pure distrutto, ammonticchiato come per innumerevoli scontri avvenuti nello stesso luogo e contemporaneamente. Solo la stazione centrale è salva, ma spogliata dai malandrini: il capo stazione dovette difendersi colla rivoltella. La stazione succursale è annientata e il capo stazione sfracellato. (...)

Ieri – come saprete – fu a Reggio il Re e vi si trattenne mezz’ora: una nave sta qui a sua disposizione.

Stasera parte il Mafalda per trasportare a Napoli trecento persone: occorre sfollare, tanto più che è vano sperare alcun riparo.

Occorrerebbe lungo la costa calabrese un intensissimo servizio di navi. Mentre scrivo, qui accanto la folla urla disperatamente invocando prontezza di soccorsi. Restare tra queste rovine significa una sofferenza indicibile.

I soldati e i marinai fanno sforzi inauditi, benché ormai affranti; anche le suore di carità sono eroiche, e i pompieri di Roma fanno miracoli. Ma ormai tutto è distrutto e nessuna casa è servibile. I morti sono putrefatti, i feriti aggravati, i vivi sconvolti...

Tanta rovina si deve al terremoto e al maremoto che seguì poco dopo, e che spinse le onde fino ai primi piani delle case. I  superstiti gridano che Reggio non si deve mai più ricostruire e son decisi a un esodo di massa.

Il maremoto colpì pure Villa San Giovanni, distruggendo tutto. In quel momento passava un treno, che fu devastato.

Stanotte, mentre mi riposavo per qualche ora entro un vagone alla stazione di Villa San Giovanni, avvertii ripetute e forti scosse di terremoto, che vennero segnalate anche a Reggio.

I paesi al disotto di Reggio sono stati pure devastati e i loro abitanti superstiti si sono riversati nel capoluogo, di cui ignoravano lo sterminio.

Le condizioni – ripeto – sono terribili, angosciose, minacciose.

R. Nardini

[Cds 1/1/1909]

Un gruppo di superstiti (Archivio Farabola)