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 2013  marzo 12 Martedì calendario

GIACCHERINI DA STAR LA DEDICA DI UN UOMO OLTRE I PROPRI LIMITI


C’è un momento sospeso tra imbarazzo e paura nei dopopartita: accade quando l’autore di un gol decisivo, alè, ci mette sopra la dedica. In una domenica come la scorsa molte erano le insidie: “Lo dedico a Chavez”, “Ai cardinali che stanno per entrare in conclave, che lo Spirito Santo li guidi”, “Ai grillini: io l’ho fatto, voi fatelo, facciamolo!”. All’addensarsi di questa nuvolaglia retorica è suonato liberatorio quanto il grido di Fantozzi contro la corazzata Potemkin il pensiero di Giaccherini, season winner della Juventus: «A me stesso». Che sta un po’ agli antipodi del memorabile Totò Schillaci: «In particolare, a tutti».
Già di per sé le dediche sono una trappola. Non ci cascano soltanto i calciatori. Considerate la pena suscitata dagli attori quando ricevono l’Oscar e partono con la litania che va dal produttore alla quarta moglie. O prendete un libro a caso e leggete quel che non si sono inventati scrittori di successo: all’amata, ma con un soprannome da cartone animato che non dovrebbe varcare la soglia del guardaroba; alla maestra elementare (per aver destato le prime pulsioni erotiche); «a tutti gli svitati del mondo, specialmente a quel gentiluomo inglese che nel diciottesimo secolo percorse la distanza da Londra a Edimburgo camminando all’indietro e intonando inni anabattisti » (Julio Cortazar, “Gli autonauti della cosmostrada”).
La dedica del calciatore è meno stravagante, segue alcuni filoni conclamati. Il principale è quello dei figli: appena nati, giunti a un compleanno, appena deceduti. Sharp del Doncaster, seconda divisione inglese, la buttò dentro e corse a perdifiato guardando il cielo e mostrando una maglietta con la scritta “per te figliolo”, in onore del bambino scomparso da tre giorni. “A chi c’è e a chi non c’è più”, declinò più cripticamente, in circostanze analoghe, Luca Toni. All’indomani di una strage in una scuola americana Nocerino ebbe un pensiero per le giovani vittime. Lodevole, ma non so quanto recepito nel Midwest.
Lo scomparso resta comunque il secondo filone forte. Da sud a nord in molti hanno segnato in memoria di Imbriani, ma nella stessa domenica l’allenatore del Bologna Pioli ha preferito la vittoria in onore di Lucio Dalla a un anno dalla morte e un giorno dal concertone in piazza Maggiore.
Terza viene la donna. Certo è che quando il calciatore dice: “Alla mia fidanzata”, in sovrimpressione appare la scritta: “Quale?”. Oppure: “Per quanto?”. Mario Balotelli ha fatto appena in tempo ad omaggiare Raffaella Fico e l’adorata Pia che già si scaldava per subentrare Fanny Neguesha. Pato, quando ancora segnava, mandava baci a Barbara Berlusconi, poi s’è perso tutto: i gol, i baci, Barbara.
Il quarto filone di dediche, come in un ordine del giorno, è vario ed eventuale. Nonché temibile. Riconoscente il sampdoriano Krsticic: ai medici che lo han curato. Velleitario Bojinov quand’era al Parma: a Mourinho. Ruffiano il milanista El Shaarawy: al presidente Berlusconi.
Evviva Giaccherinho, allora. Che ha pure ragione a farsi l’autografo da solo. Sbocciò due anni fa in un Cesena-Milan dove si conquistò quel soprannome giacché parve meglio di Ronaldinho e Robinho (schierati insieme con contorno di Ibrahimovic e Pato). Veniva da qualcosa di più profondo del nulla, aveva rischiato di abbandonare il calcio per mancanza d’impiego, era seguito da un procuratore (il folkloristico Valcareggi jr.) con un solo cliente: lui. Dandogli quel nomignolo pensai di avergli messo addosso un abito da matrimonio, di quelli che si indossano (per lo più) una volta sola. Che nella vita di quella minuscola ala non ci sarebbero state altre serate di gala, momenti in eurovisione, occasioni per dichiarazioni pubbliche al cospetto di una selva di microfoni. Invece Giaccherinho è andato oltre le altrui aspettative e i propri limiti. È arrivato alla Juventus e in Nazionale. Ha giocato contro i campioni del mondo spagnoli e non ha sfigurato. Pur di stare in campo, si è spostato verso il centro. Siede spesso in panchina, ma quella panchina è negli stadi più importanti del mondo e quando la lascia durante la partita è come quando il peperoncino si deposita sul piatto a fine preparazione. È vero che due grandi allenatori (Conte e Prandelli) hanno creduto in lui, ma è ancor più vero che Giaccherinho ha creduto in se stesso, soprattutto quando la fede sconfinava nell’illusione e arrendersi era più facile che resistere. Se ce l’ha fatta a chi lo deve? Non alla pace nel mondo, non al poeta appena trapassato, non allo zio Pino. A se stesso.