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 2013  marzo 12 Martedì calendario

Adistanza di quasi cinque anni dall’arresto di Ottaviano Del Turco, per la prima volta la difesa dell’ex governatore dell’Abruzzo ha potuto calare le sue carte e, in cinque ore, ha messo a soqquadro i puntelli dell’accusa

Adistanza di quasi cinque anni dall’arresto di Ottaviano Del Turco, per la prima volta la difesa dell’ex governatore dell’Abruzzo ha potuto calare le sue carte e, in cinque ore, ha messo a soqquadro i puntelli dell’accusa. Al punto che il grande accusatore di Del Turco, l’ex re delle cliniche private abruzzesi, Vincenzo Maria Angelini (sulla cui testimonianza si fonda l’impianto accusatorio), ha perso il controllo e ha grevemente insolentito l’avvocato della difesa Giandomenico Caiazza, urlandogli: «Cerca di barare », «dice caiazzate!». E infatti Angelini è stato allontanato dall’aula dal presidente del collegio Carmelo De Santis. Cinque ore di udienza che hanno determinato una svolta in un processo che, a questo punto, potrebbe diventare un caso proverbiale nella storia giudiziaria italiana e che ieri ha visto come protagonista Giacomo Gloria, un corpulento informatico chietino. Apostrofato scherzosamente dal presidente («la sua circonferenza...»), Gloria ha confermato la fama che lo vuole ferratissimo consulente di diverse Procure di prima linea, riuscendo a dimostrare - senza che i pm e il loro perito riuscissero a contraddirlo - un punto essenziale: le foto che l’accusatore Angelini ha ripetutamente datato 2 novembre 2007 (confuse foto che ritraggono mazzette di soldi, mele ricevute in cambio delle tangenti e lui stesso fuori casa Del Turco) in realtà sarebbero state scattate molti mesi prima. Dettaglio solo apparentemente secondario, destinato a sbriciolare, se confermato, uno dei punti essenziali dell’accusa, non solo perché il superteste avrebbe detto il falso, ma soprattutto perché quella data è stata ribadita dalla moglie di Angelini, dal suo autista, dalle due segretarie. Se fosse confermato senza tema di smentite che quella foto è stata scattata circa un anno prima di quanto dichiarato dai cinque «sarebbe oggettivo constatare una calunnia organizzata ai danni di Del Turco», dice il suo difensore Caiazza, già legale di Enzo Tortora. Ancora più sorprendente un’ordinanza decisa dal Tribunale: poiché un altro dei «capisaldi» dell’accusa di Angelini è stata la produzione di alcune ricevute di Telepass, che dimostrerebbero la sua frequentazione (finalizzata alla consegna di tangenti) della casa di Del Turco nel paesino di Collelongo, la difesa ha chiesto e ottenuto quel che non era mai statofatto in istruttoria: la richiesta alla Società Autostrade di tutti i passaggi (ingresso e uscita) delle auto di Angelini. E sempre su impulso della difesa sono stati prodotti i rapporti ufficiali a suo tempo firmati dagli autisti del presidente della Regione su tutti gli spostamenti di Del Turco, rapporti che potrebbero presto dimostrare che in alcune delle date indicate da Angelini per la consegna di denaro a Collelongo, il governatore era altrove. Tasselli che sarebbe stato utile conoscere prima di far scattare le manette e la cui emersione è destinata ad alimentare il «j’accuse» di chi in questi anni quotidiani diversissimi, dal Giornale all’Unità - ha denunciato i buchi dell’indagine. Tasselli che potrebbero trasformare questo in un caso simbolico, anche se di natura molto diversa da quella denunciata da anni da Silvio Berlusconi, che ha sempre lamentato un disegno ostile, più che indagini mal condotte. Quella nei confronti Del Turco e di alcuni suoi assessori ebbe inizio il 14 luglio 2008 con l’arresto del governatore: da allora è emerso uno spread - oramai misurabile a vista d’occhio - tra le sicurezze della Procura di Pescara e i successivi riscontri. Il procuratore capo, Trifuoggi, per motivare una misura come l’arresto di un presidente di Regione, non esitò a definire gli indagati come «schiacciati da una valanga di prove». Parole impegnative. Alle quali, negli anni successivi, sono seguiti eventi quasi tutti di segno opposto. Subito dopo aver annunciato prove a bizzeffe, la Procura non chiese il rinvio a giudizio degli «schiacciati», ma invece due proroghe delle indagini. Indagini finalizzate a implementare le dichiarazioni del superteste Angelini, che ha denunciato di essere stato concusso da Del Turco e al quale dice di aver consegnato circa sei milioni di euro. Gli inquirenti hanno aderito all’insegnamento di Giovanni Falcone - bisogna sempre seguire il denaro - ma senza successo. Del denaro non si è trovata traccia. Niente nei conti correnti di Del Turco e neppure in quelli dei suoi parenti. Nessun risultato neppure da oltre cento rogatorie all’estero. Ma soprattutto - ecco il punto più rilevante - non sono spuntate case, auto, proprietà, investimenti che non fossero giustificati. Le indagini e le testimonianze hanno anche contribuito ad incrinare la credibilità del grande accusatore Angelini (che è sotto processo per bancarotta fraudolenta a Chieti) e un rapporto dei Nas dei Carabinieri ha fatto emergere che Del Turco aveva iniziato un significativo taglio dei fondi alle cliniche, quasi 100 milioni, scontentando entrambi i «poli» privati: Angelini e Pierangeli.