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 2013  marzo 02 Sabato calendario

IL FUTURO DEI SOLDI

“Oh, the vision thing” (Esclamazione di George H. W. Bush, riferita dal giornalista Robert Ajemian in un articolo sul Time nel gennaio 1987)

Lo storico neoconservatore Robert Kagan e l’ex direttore di Newsweek Fareed Zakaria continuino pure a discutere se gli Stati Uniti sono sulla via del declino o meno. E quanti ritengono, come il pensatore tedesco Hans Magnus Enzensberger, che la crisi dei debiti sovrani in Europa è soltanto l’ultimo rantolo del “mostro” di Bruxelles, si sfidino pure con quanti invece intravvedono proprio ora la possibilità di un rafforzamento democratico e quasi-federalista dell’Ue, come la saggista e parlamentare francese Sylvie Goulard. Nel frattempo, però, c’è chi preferisce guardare a cosa accadrà nel “lungo termine” senza i lacci e lacciuoli polemici che per forza sono annessi al dibattito di idee, e chi analizza scenari futuri senza l’onere di dover prescrivere soluzioni più o meno adeguate. Si chiamano “futurologi”, non è uno scherzo, oppure esponenti della branca dei “future studies”. In maniera quanto più asettica possibile, questi studiosi e analisti si chiedono semplicemente: dove saremo nel 2030? E cosa saremo? La crisi economico-finanziaria globale non ha fatto altro che riportare in auge – tra addetti ai lavori e amministratori coscienziosi, si intende, perché la materia non è da bestseller – questi epigoni del visionario H.G. Wells che nel 1932, parlando alla Bbc, propose di dare vita nelle università a “Dipartimenti e cattedre di Previsione”. Non solo: le inedite e recenti turbolenze geopolitiche hanno spinto alcuni governi a dare nuovo sostegno finanziario e maggiore visibilità pubblica a questo tipo di studi, che pure sono sempre stati condotti in maniera più o meno segreta.
Il più autorevole antidoto a quella che una volta l’economista e ministro Tommaso Padoa-Schioppa, con metafora dantesca, definì la “veduta corta” di parte della classe politica e dell’elettorato, lo hanno sfornato all’inizio di quest’anno i servizi segreti americani. Un rapporto di 150 pagine intitolato “Global trends 2030: Alternative Worlds”, sintesi di un lavoro più ampio la cui versione integrale è riservata al presidente Barack Obama e al suo staff. E’ la quinta edizione di uno studio quadriennale nato nel 1996-1997 e redatto dal National Intelligence Council (Nic), una sorta di ufficio studi dei servizi americani e fino al 2004 parte integrante della Cia. L’obiettivo, ha scritto il presidente del Nic, Christopher Kojm, è quello di “stimolare il pensiero strategico, identificando le tendenze fondamentali e le potenziali discontinuità. (…) Il nostro sforzo è quello di incoraggiare coloro che prendono le decisioni – siano essi del governo o meno – a pensare e a pianificare per il lungo termine, così che gli scenari futuri negativi non si realizzino, mentre quelli positivi abbiano più chance di avverarsi”. La stesura del rapporto è un processo che dura mesi, anzi anni, con centinaia di incontri tra esponenti dell’intelligence e dell’Amministrazione americana, sempre di più anche con rappresentanti di governi e società private internazionali, e poi think tank di tutto il mondo. Il risultato è l’analisi più affidabile che ci sia al momento sulle “possibili traiettorie globali dei prossimi 15-20 anni”. E si apre con questa riflessione: “Entro il 2030, nessun paese – sia esso gli Stati Uniti, la Cina o qualsiasi altro grande stato – sarà una potenza egemonica”. Messo nero su bianco da Washington, non è poco. Le prime cifre contenute nel rapporto, a questo proposito, sono significative: “Nel 1870 alla Gran Bretagna e ai suoi 9 milioni di abitanti servirono 155 anni per raddoppiare il pil pro capite. Agli Stati Uniti e alla Germania, con poche decine di milioni di abitanti, servirono 30-60 anni per fare la stessa cosa meno di un secolo dopo. Ma India e Cina stanno raddoppiando il loro pil con modalità e velocità mai viste prima: con 100 volte il numero di abitanti del Regno Unito, ci stanno impiegando un decimo del tempo”. Appunto, un paio di decenni che si concluderanno nel 2030 e che vedranno mutare gli equilibri globali.
Segue l’individuazione di quelli che sono chiamati i quattro “mega-trends”, ovvero le tendenze di fondo che plasmeranno il nostro futuro, che noi lo vogliamo o meno. Tutte queste tendenze hanno a che vedere con l’economia, specialmente la prima, cioè la crescente attribuzione di poteri all’individuo: “L’‘empowerment’ dell’individuo accelererà grazie alla riduzione della povertà, alla crescita della classe media globale, ai maggiori risultati raggiunti nel campo dell’educazione, all’utilizzo diffuso delle nuove tecnologie di comunicazione e manifattura, agli avanzamenti nel campo sanitario”. Le stime più caute dicono che la “classe media”, nella quale oggi va annoverato 1 miliardo di esseri umani (su poco più di 7 miliardi totali), supererà quota 2 miliardi e probabilmente raggiungerà i 3 miliardi (su poco più di 8 miliardi di abitanti nel 2030). Sarà un fenomeno soprattutto orientale: basti ricordare che, secondo i dati della Banca asiatica per lo sviluppo, se la Cina raggiungerà il suo obiettivo di far aumentare i consumi domestici perlomeno alla stessa rapidità del pil, la classe media del paese si amplierà velocemente fino a contenere il 75 per cento della popolazione dell’ex Impero celeste, portando “sostanzialmente all’eliminazione della povertà intesa come reddito di due dollari al giorno”. La seconda mega-tendenza è “la diffusione del potere”: “Con uno spostamento delle placche tettoniche mondiali, entro il 2030 l’Asia avrà superato America del Nord ed Europa messe assieme in termini di potenza globale, sulla base di pil, quantità di popolazione, spesa militare e investimenti tecnologici”. La Cina da sola avrà la più grande economia del pianeta anche prima del 2030, tuttavia il picco della popolazione in età lavorativa dovrebbe raggiungerlo già nel 2016, mentre l’India continuerà a crescere anche grazie a una popolazione in età lavorativa che aumenterà fino al 2050. L’intelligence americana si aspetta anche l’emersione di paesi decisamente meno citati sui media generalisti: Colombia, Egitto, Indonesia, Iran, Sudafrica, Messico e Turchia in particolare. Poi c’è la lista dei paesi “ad alto rischio di fallimento”: primo in classifica il Burundi, seguito da Yemen e Somalia, quindi – un po’ a sorpresa, vista la presenza in loco ancora oggi dei militari dell’Alleanza atlantica – l’Afghanistan. Il terzo e il quarto mega-trend, infine, cioè “l’andamento demografico” e il “nesso crescente tra cibo, acqua ed energia”, sono sintetizzabili in questi numeri: la popolazione che passa da 7,1 miliardi di abitanti di oggi a 8,3 miliardi nel 2030 (con relativo invecchiamento, accelerazione di urbanizzazione e immigrazione), e la domanda di cibo, acqua ed energia che crescerà rispettivamente del 35, del 40 e del 50 per cento.
Accanto ai “mega-trend”, con i quali per forza dovremo fare i conti, ci sono poi i cosiddetti eventi “game-changer”, cioè variabili le cui traiettorie sono più difficilmente identificabili. Per prima cosa, è l’economia globale a diventare sempre più incline a cadere in crisi: “Il peso declinante degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, assieme alla crescente multipolarità, accresce la fragilità dell’economia globale. Considerata l’assenza di una potenza egemonica o di meccanismi robusti di governance globale, aumenta il rischio che in questo ambiente multipolare le principali potenze economiche si concentrino su imperativi domestici, senza tenere conto dell’impatto delle loro azioni sugli altri”. Come hanno commentato gli studiosi Ash Jain e Daniel Twining, “gli Stati Uniti resteranno un primus inter pares, ma in un mondo post occidentale nel quale il grosso del potere economico sarà detenuto da paesi il cui reddito pro capite sarà di molto inferiore a quello delle grandi potenze tradizionali. Questo stato di cose farà sì che Cina, India, Brasile e altri restino concentrati sullo sviluppo interno e sulle sfide domestiche, divisi tra il loro desiderio di essere potenze globali e l’interesse ad agire come free-rider di un sistema internazionale gestito dagli occidentali”.
Tra i vari scenari tracciati dagli analisti del National Intelligence Council americano, ce n’è uno tagliato a misura di Europa. Si legge che nel Vecchio continente “i temi economici e fiscali sono legati alle decisioni politiche sul futuro dell’Ue, inclusa la possibilità di poteri più centralizzati per la gestione della crisi finanziaria”. Subito dopo si aggiunge: “L’attuale modalità di gestione della crisi è insostenibile nel lungo termine”. L’intelligence americana, insomma, lancia un monito a proposito della exit strategy a trazione tedesca: se continua così, l’Europa al 2030 non ci arriverà intera. Non a caso, tra gli altri “game-changer”, rientra anche quello più specifico dell’instabilità regionale. Il tema affligge il medio oriente, l’Asia meridionale e quella orientale, poi l’Africa sub-sahariana, e ancora una volta l’Europa. A questo proposito i solitamente asettici estensori del rapporto lasciano intendere quale sia la loro ricetta alternativa. Ammettono che, “a partire dal 2010, i leader dell’Eurozona hanno iniziato a introdurre riforme e nuovi strumenti per contrastare la crisi, ma probabilmente sarà richiesta maggiore integrazione per superarla definitivamente e occuparsi dei problemi strutturali”. Nello scenario chiamato “Collasso”, con “bassa probabilità di avverarsi ma che comporterebbe grossi rischi internazionali”, assisteremmo a una corsa agli sportelli bancari, dopodiché l’euro diverrebbe la prima vittima, seguita dalla messa in discussione del mercato unico e della libertà di movimento. Nello scenario del “Rinascimento”, “dopo aver visto da vicino il precipizio, la maggior parte dei leader europei si mette d’accordo su un ‘balzo in avanti federalista’”. Altrimenti c’è lo scenario del piccolo cabotaggio, della sopravvivenza alla fase acuta della crisi seguita però dal “Lento declino”.
Tutti questi sono soltanto alcuni dei temi dibattuti ai massimi livelli dell’Amministrazione americana in vista di decisioni da prendere e strategie da scegliere per il futuro. Non mancano riflessioni approfondite su un tema come quello dell’energia, non soltanto sul lato della domanda globale che, come detto, aumenterà del 50 per cento di qui al 2030. Infatti la produzione di “shale gas”, ovvero il gas ottenuto da argille trovate in grande quantità sotto il suolo americano, negli Stati Uniti è già raddoppiata ogni due anni a partire dal 2007. In generale l’ulteriore sviluppo di tecniche come la perforazione orizzontale e la fratturazione idraulica (“fracking”) darà all’America un ruolo di primo piano, trasformandola nel 2020 in un’esportatrice netta di energia, al punto addirittura che la prima economia nel mondo potrebbe creare milioni di barili di petrolio in più, causare un “crollo” dei prezzi e spiazzare definitivamente i paesi fornitori riuniti nel cartello dell’Opec. Tra i “game-changer”, infine, rientra l’information technology, con i suoi aspetti positivi, certo, ma anche con l’aumentata possibilità di attacchi cibernetici sempre più distruttivi rivolti a infrastrutture civili e militari portanti.
E l’Europa, nel frattempo? I paesi dell’Ue, studiati sull’altra sponda dell’Atlantico come fattore di potenziale e grave instabilità, non si sono ancora dotati di un processo di elaborazione di dati e scenari strutturato come quello dell’Amministrazione americana. Addirittura in Italia – si osserva su Silendo, blog specialistico dedicato agli studi strategici – “nel ‘Glossario’ pubblicato dalla nostra intelligence non sono presenti, come lemmi autonomi, ‘estimate’, ‘previsione’ o simili, come invece avviene nei testi ufficiali dell’intelligence americana”. Una corposa analisi previsionale, però, è quella pubblicata dallo European Union Institute for Security Studies (Euiss), pensatoio nato nel 2002 con l’avallo di Bruxelles. Il think tank, identificato come capofila del progetto Espas (European strategy and policy analysis system), ha pubblicato nell’aprile 2012 il suo rapporto principale, promettendo che in un futuro più o meno prossimo questo processo dovrebbe portare alla costituzione di “una capacità permanente di previsione da parte della Ue, fondata su un network inter-istituzionale e internazionale”. Anche nello studio dell’Euiss si parla di “global trend”, e almeno alcune linee di tendenza coincidono esattamente con quelle individuate – a dire il vero solo successivamente – dall’intelligence americana. Al primo posto c’è l’“empowerment dei singoli individui”, poi la “maggiore importanza attribuita allo sviluppo sostenibile a fronte dei contraccolpi causati da una maggiore scarsità di risorse e da una povertà persistente”; e infine “l’emergenza di un mondo più policentrico, caratterizzato da una perdita di potere degli stati sovrani, da gap crescenti nella governance, visto che i meccanismi per le relazioni tra stati non riescono ancora a rispondere adeguatamente alle domande del pubblico globale”. Sul primo punto, poco da aggiungere, se non che gli analisti europei sembrano ancora più ottimisti dei colleghi americani sull’ascesa della middle class del pianeta terra: la classe media sarà costituita da 3,2 miliardi di individui nel 2020 e da 4,9 miliardi nel 2030, su un totale di 8,3 miliardi di persone, secondo l’Euiss. Già nel 2022 avverrà il sorpasso: gli appartenenti alla classe media saranno più numerosi dei poveri. Poi un riferimento quasi profetico, alla luce dei risultati elettorali italiani di questi giorni: “Il rafforzamento dell’individuo e degli attori non statali, in modo particolare le organizzazioni della società civile, avrà un impatto significativo sulla politica”. Positivo finché si rafforzerà l’incentivo ad auto-organizzarsi e a prendere in considerazione richieste di democrazia dal basso, però questi meccanismi a loro volta “potrebbero anche minacciare le istituzioni rappresentative e i partiti politici, e aprire la strada a nuove forme di populismo radicale”. D’altronde il rapporto europeo, rispetto a quello americano, dedica molto più spazio all’evoluzione futura di valori difficilmente quantificabili come il rispetto dei diritti umani, l’evoluzione di sistemi politici come quello democratico, e di correnti di pensiero come il nazionalismo o l’estremismo religioso. Maggiore poi l’attenzione al peso delle istanze ambientaliste, mentre viene approfondito meno – per esempio – il possibile passaggio decisivo a una forma di autarchia energetica da parte di Washington (grazie a petrolio e gas estraibili da scisti bituminosi e scoperti in grandi quantità sul territorio americano). Il terzo e ultimo trend prevede che nel 2030 “non ci sarà una sola potenza egemonica mondiale”, anche se “Cina e Stati Uniti saranno gli attori più influenti”. Per l’Europa si cita il rischio di “marginalizzazione”, dovuto da una parte alla difficoltà mostrata a trovare una exit strategy istituzionale alla crisi, dall’altra allo spostamento dell’asse economico-commerciale dall’oceano Atlantico al Pacifico. Comunque sia, “entro il 2030 è probabile che la Cina sarà diventata la più grande economia del mondo, mentre l’Ue a 27 passerà al terzo posto dal primo che oggi occupa”. Aggiunge l’Ocse, organizzazione che raccoglie le economie più sviluppate, in un rapporto intitolato “Looking to 2060: Long-term global growth prospects”, che “la somma del pil di Cina e India nel 2060 sarà maggiore dei pil di tutti i paesi Ocse, mentre oggi ammonta a un terzo del pil Ocse”. Tra 47 anni, il reddito pro capite di un cittadino cinese sarà superiore del 25 per cento rispetto al reddito odierno di un cittadino americano, mentre quello indiano sarà ancora pari alla metà del reddito americano. In compenso, si legge nel rapporto Euiss, il mondo occidentale sarà sempre più indebitato: “Nel 2007 le economie emergenti erano responsabili del 25 per cento del pil globale e del 17 per cento del debito pubblico complessivo. Entro il 2016 ci si attende che produrranno il 38 per cento del pil mondiale e avranno soltanto il 14 per cento del debito pubblico complessivo”.
Insomma, per l’Europa nemmeno il futuro un po’ più distante sarà un pranzo di gala, crisi o non crisi dei debiti sovrani. Tenendo conto di pil, debito, finanza e disponibilità di risorse energetiche, ci allontaniamo molto da quanto tratteggiato in “Trascendent man”, il film documentario diretto da Barry Ptolemy – come ricordano Gianluca Comin e Donato Speroni nel loro libro “2030: La tempesta perfetta (Rizzoli) – “per dipingere il meraviglioso futuro che secondo il futurologo Ray Kurzweil le innovazioni tecnologiche renderanno possibile, un futuro senza limiti per l’uomo, ma imprevedibile dal momento in cui col verificarsi della Singolarità, cioè quando le macchine prevarranno sul cervello umano”. Certo, se si paragonano gli esperti dell’intelligence americana a quanti intendono “prevedere” il futuro, questi stessi esperti salterebbero sulle sedie. La loro idea è che “il termine ‘predizione’ dev’essere abolito a favore dell’idea di fondo per cui il futuro rimane sempre aperto, ma non per questo va considerato come se fosse vuoto”. D’altronde, osservano i più scettici, anche autori di fantascienza scrupolosi e con velleità di nuove Cassandre, come Brian Stableford e David Langford, nel 1985 si spinsero con le loro previsioni fino al 3000 (anno in cui l’uomo dovrebbe incontrare finalmente gli alieni), salvo poi non prevedere nemmeno il crollo del Muro di Berlino e il collasso dell’Unione sovietica che iniziarono solo quattro anni dopo la pubblicazione di “The Third Millenium”. Fatto sta che Washington ormai da quasi un ventennio impiega in maniera sistematica i suoi migliori cervelli per scandagliare il tempo “non vuoto” che verrà. L’Unione europa inizia a replicare meccanismi simili su scala per ora minore, senza avvalersi ufficialmente di strutture amministrative e d’intelligence, mentre gli stati nazionali – che pure sono al centro della più grave crisi economica e istituzionale che si ricordi da decenni – non sembrano attribuire sufficiente importanza ad analisi previsionali e riflessioni strategiche. Sarà il futuro a occuparsi di loro.
I rapporti in versione integrale sono su
www.ilfoglio.it/contrarian